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Cultura | lunedì 07 maggio 2018, 09:50

Bob Dylan, (psico)analisi letteraria del Nobel del rock

Bob Dylan di recente è stato a Genova e nel 2016 ha vinto il Nobel per la Letteratura: abbiamo fatto un'analisi psicologica e letteraria del "menestrello" del rock con lo psicologo Angelo Villa

Il 25 aprile 2018 è tornato a Genova, dopo 26 anni d’assenza. E il 4 maggio 2018 irrompe sulle scene mondiali la notizia che il Nobel per la Letteratura quest’anno non sarà assegnato. Mentre lui, Bob Dylan, che lo ha vinto nel 2016, rompendo gli schemi, abbiamo cercato di analizzarlo, soprattutto per il rapporto che esiste tra il testo e la vita dei cantautori, grazie ad Angelo Villa, psicologo e autore di un testo di grande successo di alcun anni fa: “Pink Freud. Psicoanalisi della canzone d’autore da Bob Dylan a Van De Sfroos”.

Gli autori di cui parla sono stati scelti perché si tratta di mostri sacri della musica o perché portatori di problematiche psicologiche che sono senza tempo?

Li ho scelti perché mi sembravano autori significativi e in relazione ad alcune tematiche chiave prese in considerazione, per cui ho messo insieme i cantautori con alcuni nodi tematici. Il libro è strutturato secondo alcuni filoni: il padre, la madre, la donna, la lingua, la droga, la follia. Per cui direi che la canzone d’autore e rock, una volta liberate dall’ossessione “cuore-amore”, ha toccato tutti i campi. Come i Pink Floyd hanno trattato per esempio la follia, altri lo hanno fatto con i temi dei diritti, della protesta sociale, della droga. La canzone ha anche i suoi limiti, certo, non è un discorso completo, ma qualcosa di particolare, perché lancia un messaggio, non è un’elaborazione concettuale, il che rende ragione della sua facilità comunicativa, ma anche del rischio, perché il messaggio nella canzone subisce una semplificazione maggiore, anche rispetto a una poesia.

Ha scelto Dylan per quale tema?

Dylan l’ho preso come autore a se stante, perché è talmente grande che va bene per tutto, Anche perché Dylan segna passaggio fondamentale rispetto alla canzone d’autore. Invece gli altri li ho presi considerando tematiche più specifiche, legate alla loro vita.

Il suo passaggio fondamentale nel 2016 ne ha determinato anche il Nobel per la Letteratura?

Il Nobel è una celebrazione a posteriori del suo periodo più fecondo e quello che è stato evidenziato, credo sia la portata politica dei suoi testi, per cui il richiamo alla letteratura ci sta, e le canzoni dei trovatori erano cantate, quindi non vedo in questo una cosa così particolare. D'altronde il riferimento centrale dei cantautori, ma non solo in Dylan, ma anche in Cohen, in De André e De Gregori, è alla letteratura più che alla musicale. Penso che anche dal punto di vista musicale le loro non siano grandi innovazioni, è più il testo a fare la parte da leone rispetto alla musica. Per cui i testi dei grandi cantautori stanno in piedi anche da soli, hanno un loro valore a se stante.

Cito: “La voce, le parole e il ritmo, gli elementi costitutivi della canzone trobadorica da Dylan ha tratto i suoi stilemi, sono il medesimo architrave su cui poggiano i processi di simbolizzazione”. Cosa significa?

Significa che se una persona può in qualche modo padroneggiare la propria esperienza, può simbolizzarla, cioè riesce a tradurla in un discorso e in parole che riescano a renderne conto. Infatti è il ritmo il primo elemento, che si vede nei bambini piccoli, che dà una prima strutturazione nel rapporto di intreccio tra parole e l’esperienza. Infatti se si ha a che fare con bimbi autistici o psicotici, si vede che non stanno nel ritmo, che è la prima modalità di strutturazione simbolica. Si vede anche nelle persone straniere, che riescono a parlare in italiano perché ne prendono ritmo e cadenza.

Un cantautore che vinse il Nobel: ma testo e musica sono inscindibili?

È quello che avviene anche nella poesia, per altri aspetti. Lo dice anche Montale, nel senso che il problema del rapporto tra musica e testo è nella letteratura un rapporto intrecciato. Il testo letterario ha una valenza che è anche musicale, altrimenti sarebbe una prosa piatta. Se si legge Proust, per esempio, si vede che il testo è costruito su una logica musicale, mentre altri pensatori come Nietzsche e Adorno prendono la musica come riferimento rispetto alla scrittura. Io preferisco mettere in evidenza il punto di intreccio e contatto tra musica e testo anziché separarli.

Quale aspetto di Bob Dylan l’ha maggiormente colpita?

Mi ha colpito in Dylan, e mi sembra esemplare rispetto alla sua storia, il fatto che ci sia stata una precoce rottura con la famiglia, a 10 anni era già scappato più volte di casa, e al primo concerto, quando gli fecero un’intervista televisiva, lui rispose d’essere orfano, mentre non era vero. Quindi l’elemento di rottura credo sia un tratto fondamentale nel tentativo di costruire qualcosa di nuovo anche rompendo gli schemi tradizionali. Come fece anche presentandosi al Festival di musica folk di Newport con l’attrezzatura rock. C’è sempre in lui un punto di rottura molto forte.

I giovani d’oggi invece contro chi si ribellano? Hanno schemi da rompere?

Non hanno interlocutori, questi giovani non sanno nemmeno con chi prendersela, e il rischio più grosso è che se la prendano con se stessi, come succede nella psicopatologia giovanile, con comportamenti autolesivi, atti che non hanno di mira l’altro, la famiglia, ma se stessi, il proprio corpo, mettendo a repentaglio la propria vita. Credo che oggi sia anche molto difficile essere creativi, fare qualcosa di diverso, perché c’è tutto e il suo contrario con Internet, e il rischio che si voglia essere originale e privilegiare la provocazione e non la personalità. Credo sia faticoso. Oggi si fa tutto costantemente di fretta, le canzoni si bruciano subito, non fatto in tempo a pubblicare qualcosa, che già è diventato vecchio, e c’è un frastuono continuo, mentre prima c’era più tempo per gustare qualcosa, sentirla e vederla.

Lei ha scritto anche di Patti Smith, di cui sta per uscire un nuovo libro, “Devotion”.

Sì, e lei è tra le autrici di frontiera tra la musica e la poesia, che passa dal lavoro proprio della scrittura alla canzone vera e propria. Dimostra in che modo sono anche accostabili.

E di De André quale tema ha analizzato?

Sul tema della domanda d’amore, dell’abbandono e della difficoltà nel rapporto e nell’incontro con la donna, e quindi ho considerato anche la sua grossa fatica di vivere, che una certa idealizzazione ha messo un po’ da parte, ma che è abbastanza palese nella sua storia.

Freud diceva che l’arte ha anticipato la psicoanalisi. Per lei quest’arte è la musica?

I contenuti di cui parla la psicoanalisi si ritrovano anticipati nell’arte come pittura, letteratura, teatro. Per la verità la mia più grossa passione è forse la letteratura. Nell’arte si ritrovano sicuramente in modo molto diretto ed esplicito i contenuti dell’inconscio, ma aggiungerei che rispetto agli anni Sessanta e Settanta la canzone d’autore, quella di qualità, ha anticipato costumi e modi d’essere, ha dato sensibilità a sentimenti, ha avuto la funzione di stimolare e riflettere nel contempo sui fenomeni sociali.

Ha definito la canzone come una terapia, ma più spontanea e più immediata. Perché?

Perché la canzone, che fa venire in mente il detto comune “Canta che ti passa”, è un momento liberatorio che ha qualcosa di terapeutico in senso lato, e per molti cantautori e musicisti della scena cantautorale e rock, anche dalla vita travagliata - e non a caso molti sono morti giovani - il rapporto con la musica è stato un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi per tenersi vivi. La musica e la canzone sono forme d’espressione molto immediate, dirette e molto istintive, per certi versi, quindi costituivano anche una solazione, che per alcuni ha funzionato, per altri meno. Inoltre Sant’Agostino dice che cantare è pregare, è un’invocazione, un appello, tant’è vero che i Salmi nella Bibbia erano composti per essere accompagnati con la chitarra. Anche oggi si fa nei riti di cantare. Con la voce e le parole si libera tutto il corpo. La canzone è una forma di preghiera laica.

Medea Garrone

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