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lavocedigenova.it | giovedì 06 dicembre 2018, 09:01

Come un pugno nello stomaco ma senza dolore: è Supervintage, il nuovo disco dei Banana Joe

La recensione del nuovo album della band genovese uscito ad ottobre scorso che sta facendo impazzire gli amanti del Rock

Come un pugno nello stomaco ma senza dolore: è Supervintage, il nuovo disco dei Banana Joe

Vengono spesso presentati come band emergente, ma di emergente hanno ormai poco. I Banana Joe, trio super-rock dalla “pacca” travolgente, si sono fatti conoscere a colpi di chitarra, basso e batteria anche grazie - e soprattutto - alla promozione del loro primo lavoro, uscito lo scorso ottobre. Si chiama Supervintage, ma non lasciatevi ingannare dalla copertina in pieno stile WordArt Windows ‘98: in quelle 8 tracce c’è adrenalina che brucia sul palco e tanta grinta, accompagnate da un potente stile retrò.

Retrò sì, ma mai vecchio.

Il primo disco della band Post-Grunge genovese, infatti, si presenta forte e tutt’altro che acerbo, come si potrebbe (erroneamente) pensare di una band alle prime produzioni. Un sound prepotente ma studiato, casinista ma con precisione. Deciso, irruento, vibrante. Una tracklist da ascoltare e consumare senza pause in cui è severamente vietato stoppare. Lo scopo è farsi togliere il fiato e lasciare che la musica entri in circolo, in pieno stile Banana Joe.

Avevano iniziato a incuriosirmi già dal lancio di “Neve”, avvenuto lo scorso maggio, che, nascosta dietro malinconiche parole, sferra il suo pugno rock dal basso dominante. Chiudete gli occhi e provate a immaginare la scena epica di un film in cui il protagonista risorge dalle proprie ceneri, lasciandosi la città alle spalle mentre, tra le fiamme di un’esplosione, cammina in slow motion... esagero? Io non direi.

Poco dopo arriva “Tara”. “Tara è solida come una cassa in 4/4, può essere arrabbiata come l'urlo graffiante di un fuzz di una chitarra elettrica o serafica in una pioggia di colori. Tara è in ognuno di noi.” Viene presentato così il secondo brano estratto uscito il 21 settembre. Una canzone che ha un solo, enorme ed imperdonabile difetto: dura troppo poco. Continuo a fare play per coglierne quanti più particolari possibile e continuo a perdermi. Decisamente un brano che ti distrae, un ritmo incalzante che ti solleva da tutti i pensieri. Quella cassa prepotente che gareggia con la chitarra elettrica mi convince, in 0:13 secondi, ad alzarmi e tenere il tempo.

I pezzi vanno da soli.

Con “Vicissitudini di una ragazza dai facili costumi” si entra nel vivo del disco, un brano che sa di storie raccontate tra amici, al confine tra menzogna e realtà. Ma è il ritmo, anche questa volta, a dominare incontrastato, catturando l’ascoltatore dall’inizio alla fine. Un pezzo che ha del melodico ma che - comunque - anche nelle parti esclusivamente strumentali, è assolutamente incapace di annoiare.

Si torna alla prepotenza sfacciata con “Queen dei cofani”, quasi ad accompagnare la voce sempre precisa di Andrea Gnisci, per poi tornare alla melodia più amichevole e assolutamente radiofonica di “Polvere”.

“Vodkanima” fa centro ancora una volta: ritorna forte l’entusiasmo della chitarra distorta di Fulvio Masini e del basso che, intrecciandosi con una sinergia metodica, si completano perfettamente solo con il suono sordo dei piatti abilmente infuocati da Emanuele Benenti.

Arriviamo a “Uensdei”. Sì, avete letto bene: Uensdei. Poco importa se manca l’inglese. Il brano è il numero 7 e chiude il viaggio supervintage lasciandomi sola - e un po’ triste - con “Omertse”, una coda strumentale di quasi 7 minuti. Uensdei, nonostante la sua - giustissima - collocazione all’interno della tracklist, ha tutte le carte in regola per poter essere considerata la colonna sonora, oltre che di molti ragazzi amanti della movida, anche, e soprattutto, dell’intero album di rosa vestito.

Come concludere? Premendo play, ancora una volta.

Giovanna Ghiglione

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