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Cronaca | 14 aprile 2019, 13:24

La Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo, un rito che si ripete da 403 anni

A Multedo la Cerimonia della Deposizione a cura dell’Arciconfraternita dei Santi Nazario e Celso è un fatto più unico che raro, non solo in Liguria. Il punto più alto di un quartiere che lotta per conservarsi e conservare la sua identità di popolo

La Sacra Rappresentazione del Venerdì Santo, un rito che si ripete da 403 anni

A Multedo, da ben 403 anni, tutti i Venerdì Santo, si tiene un evento più unico che raro in tutta Liguria e probabilmente in tutta Italia. Una celebrazione che mescola religione, senso di comunità, sacra rappresentazione popolare, orgoglio di paese, amicizia, fede, fedeltà, identità personale e d’insieme. Un momento dell’anno bellissimo e altamente suggestivo, per quanto coincida con la pagina più drammatica e dolorosa delle Sacre Scritture: quando Gesù muore in croce e viene poi deposto nel sepolcro.

È proprio su questo particolare momento che si focalizza, sin dal 1616, la Cerimonia della Deposizione presso la Parrocchia di Santa Maria del Monte Carmelo. L’organizzazione, da oltre quattro secoli, è dell’Arciconfraternita dei Santi Nazario e Celso, oggi guidata dal priore Emanuele Montaldo.

Sacerdoti su sacerdoti su sono succeduti e tutti hanno sempre voluto mantenere, per rispetto della tradizione e degli stessi abitanti del quartiere, questo rito: parlando solo del secondo dopoguerra, il testimone è passato da don Luigi Montaldo a don Giuseppe Ferraro, quindi da don Enrico Costigliolo a don Valter Molinari. Oggi tocca a don Albino Giordano, che da un paio di anni è parroco di Multedo. Un posto dove la devozione alla Madonna è sempre stata fortissima, dove il culto non si spegne e si tramanda con viva e vibrante intensità di generazione in generazione. Dove la cattiva stampa ai tempi dell’insediamento di un gruppo di migranti nell’ex asilo Govone è stata vissuta come un tradimento, una pugnalata al cuore, una secchiata di fango gratuita e terribilmente cattiva.

Multedo invece è questa: quella stretta intorno alla propria parrocchia, al ricordo dei propri vecchi, agli antichi costumi, di cui la Cerimonia della Deposizione è probabilmente il momento più alto, insieme alle feste di luglio per la Madonna del Carmine.

Tutti gli anni, i confratelli allestiscono un palco sopra all’altare maggiore, vi pongono le tavole, i tappeti, un enorme drappo viola sullo sfondo. E poi le tre croci: quella di Gesù al centro, quelle dei due ladroni Disma e Gisma ai lati. Sulla statua di Gesù si lasciano passare i chiodi nelle mani e nei piedi, che vengono prima insaponati, per poi poter essere più facilmente sfilati al momento della deposizione. Quattro ragazzi ogni anno si vestono da Nicodemi, il sacerdote conduce le meditazioni. Da tutte le altre parti di percorre la Via Crucis, qui si porta avanti questo rito le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Gli uomini fanno il lavoro pesante, le donne si occupano di tendaggi e scenografie. È un lavoro d’insieme, di amici, di confratelli veri.

Silvio Zavattoni, che è il principale studioso della storia multedese, racconta: “Si tratta di una tradizione conservatasi nel tempo, perché rinnovata di anno in anno dai Parroci succedutisi nella guida della Parrocchia e dai fedeli multedesi e, quindi, non solo trasmessa oralmente da una generazione all’altra. L’unica documentazione scritta conservata nell’Archivio parrocchiale è il dattiloscritto realizzato nel 1957 da don Luigi Montaldo. Secondo una tradizione consolidata, la Cerimonia della Deposizione si svolse per la prima volta il Venerdì Santo del 1616, promossa dal carmelitano Padre Marino, che l’avrebbe ripresa da una analoga che veniva compiuta a Genova nella Chiesa dell’Annunziata sin dal 1600”.

Secondo Zavattoni, “considerato che i vecchi di Multedo, negli anni cinquanta del Novecento, chiamavano ancora ‘il posto delle tre Croci’ la collinetta sovrastante la chiesa, posta poco sopra il sito, ove sul finire dell’Ottocento sarà edificato il palazzo Pignone (poi Ansaldo e Chiesa), sicuramente è lì che in quel lontano 1616, come sul Calvario, furono alzate le Croci per rappresentare per la prima volta la Deposizione. La cerimonia divenne un appuntamento tradizionale dei multedesi a partire dal 1630 per l’impegno dei Carmelitani che la vedevano come momento di catechesi per la devozione al Crocifisso, che insieme a quella per la Vergine, era ed è uno dei cardini dell’Ordine. Alle cinque del pomeriggio, i fedeli si raccoglievano nella chiesa parrocchiale di Monte Oliveto, dove il Predicatore Carmelitano, dopo aver guidato l’Ufficio delle Tenebre, li invitava a salire il monte con il canto: Ascendamus ad montem murrae. Ascendamus ad collem thuris. (Saliamo al monte della mirra. Saliamo al colle dell’incenso). Si saliva, così, in processione, sulla collina ove avveniva la rappresentazione della drammatica Deposizione, compiuta la quale, sempre processionalmente, si scendeva alla chiesa per deporre il corpo martoriato del Cristo nel Sepolcro. La cerimonia cominciò a svolgersi solo all’interno della Chiesa dai primi dell’Ottocento a causa della soppressione del Monastero e della sua vendita, insieme ai terreni adiacenti, ai privati”.

E, ancora oggi, la tradizione si rinnova, sempre con grandissima partecipazione. Se esiste una dittatura del relativismo verso la Chiesa, come ebbe a dire Papa Ratzinger qualche anno fa, da Multedo non è passata. Non il Venerdì Santo.

Alberto Bruzzone

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