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Politica | 13 luglio 2019, 15:47

Multedo, dolore e apprensione per i “fratelli” pompieri del Monte Bianco

I colleghi sono partiti alla volta della Valle d’Aosta insieme alle famiglie di Giovanni Mantero e Bruno Canepa: “Preghiamo perché almeno uno di loro si possa salvare. Sono sempre stati sportivi, ma con la testa sul collo”

Multedo, dolore e apprensione per i “fratelli” pompieri del Monte Bianco

Quando si entra in una caserma dei Vigili del Fuoco, la parola ‘fratello’ è persino riduttiva. I pompieri americani, eroi dell’11 settembre, la chiamano convintamente blood brotherhood, fratellanza di sangue. E lo stesso vale a ogni latitudine, anche a Multedo, anche tra gli eroi di un’analoga, enorme tragedia: quella del Ponte Morandi.

Oggi però, questi ragazzi hanno il viso molto più tirato, le espressioni molto più tristi. L’angoscia disegna i loro profili, la preoccupazione da una parte e il dolore dall’altra sono immensi. Perché un loro fratello di sangue non c’è più, se n’è andato per sempre. E un altro lotta fra la vita e la morte. Quando fai un mestiere dove l’emergenza è la normalità, quando hai a che fare con disastri e decessi, sei anche il primo a sapere i nomi delle vittime. Così l’altro giorno, i vigili del fuoco della caserma di Multedo sono stati i primi a sapere chi erano quelle due persone precipitate in un crepaccio sul Monte Bianco: Giovanni Mantero e Bruno Canepa.

E come ai due colleghi è crollata la terra da sotto ai piedi, ai loro fratelli pompieri è letteralmente crollato il mondo addosso, perché stavolta la tragedia non può lasciare indenni, perché è destinata a scalfire nel profondo. Perché è entrata in famiglia. “Ci sono cose - racconta oggi uno dei ragazzi che lavora qui - che chi arriva da fuori non può capire. Questa caserma è spesso la nostra casa, più di quanto non lo sia… la casa vera. E, di fronte alle emergenze e alle difficoltà, nasce uno spirito di appartenenza speciale”.

Non è un semplice lavorare, non lo è mai stato né lo sarà mai. Quando qualcuno se ne va, quando qualcun altro lotta tra la vita e la morte, se ne va un pezzo di tutti gli altri. Come se si rompesse l’incantesimo, come se la catena dell’eroismo e del valore perdesse un paio di maglie.

Niente sarà più come prima, qui a Multedo. Ora che Giovanni non c’è più, ora che Bruno è di fronte all’impresa più dura: restare in mezzo a loro, ai suoi affetti, alla sua famiglia.

I pompieri dovrebbero parlarne un po’ al passato e un po’ al presente, ma scelgono per entrambi il presente. Perché mandarla giù, questa volta, è veramente dura: “Stiamo parlando di due sportivi, ma anche di due persone che hanno da sempre la testa sul collo. Due ragazzi che da sempre sono andati insieme a camminare e a fare escursioni. Grandi amanti non solo della montagna, ma anche della corsa e di numerose altre discipline”.

L’allenamento è fondamentale, per fare il mestiere. Diventa una parte della professione, ma anche un completamento, e poi un piacere. Giovanni Mantero, che da poco si era installato a Multedo dopo esser stato per molto tempo nella caserma centrale di Dinegro, faceva parte del Turno B. Bruno Canepa è invece il caposquadra del Turno A. “Bruno guida otto persone, come turno. Lo aspettiamo qui, aspettiamo che ritorni”.

Ma l’attesa non è cosa che possa essere gestita. Così, sin da ieri, i colleghi, gli amici, i fratelli di sangue, sono partiti alla volta del Monte Bianco, di Chamonix e di Annecy, perché la tragedia è avvenuta sul versante francese del massiccio. “Ma siamo anche costantemente in contatto con i pompieri di Aosta e con il distaccamento di Courmayeur”. Altri fratelli, perché la blood brotherhood non conosce confini. Diventa un’enorme famiglia nella quale entrano, in maniera automatica, anche le mogli, anche i figli.

Giovanni Mantero ne aveva tre, e uno in particolare “è rientrato in tutta fretta dal Portogallo, dove era impegnato in una gara di vela, perché è un campione di livello europeo in questo sport. La sua famiglia è molto conosciuta, specialmente a Voltri, dove i Mantero hanno una grossa impresa di costruzioni, mentre la moglie Valeria si occupa di gestire un’agenzia immobiliare”.

Ore difficilissime pure per Anna, la moglie di Bruno Canepa. Qui nessuno ha un cognome, ci sono soltanto nomi, facce amiche: una grandissima famiglia, “che però teniamo sempre il più possibile fuori da quello che vediamo tutti i giorni. Ora, il pensiero va tutto a Giovanni che non c’è più e a Bruno. Continuiamo a stare vicino ai suoi cari, a pregare perché si possa salvare. Continuiamo a esserci”.

Come e più che per i fratelli veri. In quel rapporto di sudore e sangue, che è poi il senso ultimo di scegliere questo mestiere. Come di scegliere di fare i poliziotti. In fondo è vero: se sei di fuori non puoi capire. Ma riesci certamente ad apprezzare. E tanto.

Alberto Bruzzone

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