Attualità | 18 ottobre 2019, 17:00

La 'Bottega dell'Anima' di Francesco Pivetta: il luogo dove essere se stessi

In Via della Maddalena, nel centro storico, c'è un posto speciale, dove tutti possono andare e parlare liberamente. Ad accoglierli c'è Francesco Pivetta, che questa volta racconta il proprio coming out negli anni '70

Il Congresso Internazionale di Sessuologia a Sanremo nel 1972

Il Congresso Internazionale di Sessuologia a Sanremo nel 1972

C'è un posto, nel centro storico di Genova, che racchiude tutte le contraddizioni per cui questa zona è conosciuta, amata o temuta. Si chiama via della Maddalena, ed è una strada in cui si contendono lo spazio, da un lato all'altro, botteghe storiche, realtà equo-solidali, drogherie ecuadoriane, sartorie nigeriane, circoli anarchici, librerie indipendenti.

È una via in cui camminano ogni giorno italiani e stranieri, spacciatori e poliziotti, prostitute e clienti che arrivano magari in pausa pranzo, sovente dal vicino municipio, preti, ubriachi, attivisti, famiglie.

Conosco questa zona, mio figlio è andato al vicino, bellissimo asilo nido Vico Rosa, e per due anni ha scorrazzato lungo questo nastro tenuto insieme da equilibri bizzarri e fragili, mattina e pomeriggio.

Non conoscevo, invece, la Bottega dell'Anima, dove Francesco Pivetta mi riceve alla fine di una giornata di lavoro. «Qui ci viene chiunque, e del resto è il posto giusto», mi dice, mostrandomi un'ex pescheria accogliente con un tavolo, due sedie e alcune poltroncine comode. «Qui alla Maddalena puoi trovare qualsiasi cosa, dalla droga ai libri. Mancava un posto così, un posto che prova a far star meglio l'anima delle persone».

Al mattino, la Bottega è aperta al pubblico, ben visibile grazie alla vetrina aperta. Ci si può andare a cercare una consulenza legale, una spalla su cui piangere, un consiglio qualunque. Nel pomeriggio, una tenda arancione viene tirata per coprire la visuale; è il momento dei consulti individuali, su appuntamento. «Riceviamo migranti, persone disperate, poveri, tossici, prostitute», elenca Francesco Pivetta. «Ma anche impiegati, madri, ragazzini. In fondo siamo tutti diversi, no?»

Non usa il termine a caso, Francesco Pivetta, sa perché sono arrivata da lui e conosce bene il valore delle esperienze e dei pesi che ognuno di noi si porta sulle spalle, e che contribuiscono a renderci diversi, ognuno nella sua maniera peculiare.

Francesco ha settant'anni portati benissimo, un fisico atletico e un sorriso che riscalda. Sa che sono qui per sentire la sua storia ma nel mentre mi fa un sacco di domande su di me, sulla mia vita. In poco più di un'ora parliamo di tantissime cose, eppure non sono sufficienti a coprire i suoi anni avventurosi, che si intersecano perfettamente alle vicende pubbliche, italiane e non solo. Un'ora è talmente poco che poi Francesco mi manda via mail due allegati in cui ha provato a riassumere un po' della sua storia e dove affronta la questione di petto, senza girarci intorno inutilmente.

Mi chiamo Francesco, (...) e sono un maschio a cui piacciono i maschi che amano i maschi.

Insomma, un rispettabile finocchio di mezza età. Rispettabile, ma non troppo. Ancora oggi, per essere rispettabili è meglio essere invisibili o quasi. Nel momento in cui ho dichiarato pubblicamente la mia preferenza sessuale, il mio listino nella borsa della rispettabilità (quindi del mercato e del potere) è sceso leggermente verso il basso. Si può essere omosessuali che vivono in privato le loro relazioni ed essere nel contempo capitani d’industria, senatori e capi del governo. Un omosessuale dichiarato, che ha cioè fatto un coming out (...), è come se si fosse tagliato le palle da solo e non potrà ricoprire grandi incarichi pubblici.

E vero, molte cose sono cambiate negli ultimi anni. Ma penso che, ancora oggi, se nel suo lavoro si dimostra capace si dirà: “è molto bravo, peccato che sia finocchio”. Se la sua resa è criticabile, i commenti verteranno tutti sulla sua appartenenza ‘all’altra sponda’.

Francesco è un ragazzino negli anni sessanta; a quei tempi, l’Italia è stretta tra la morsa del moralismo cattolico e la spinta del più forte partito comunista d'occidente. Nessuna di queste due entità ha un atteggiamento benevolo verso l’omosessualità. A quei tempi «o stai zitto e basta, oppure fai una doppia vita», racconta. C’è un’alternativa, ma è agghiacciante, si chiama medicalizzazione. Elettroshock, ricoveri coatti, cure tanto violente quanto perfettamente inutili, che accrescono la paura e spingono a nascondersi.

Più leggevo e più mi rendevo conto che la faccenda doveva restare sepolta e segreta. Così, mascherato da ragazzo normale, facevo a pugni con i miei nuovi sentimenti (cotte a ripetizione per compagni di scuola) e con l’isolamento in cui mi trovavo. Fuori le cose non andavano meglio: Pasolini era stigmatizzato dai comunisti, Braibanti avrebbe subito di lì a poco un processo infamante per plagio per aver vissuto una relazione con un giovanotto. I giornali dell’epoca erano ingenerosi e molto morbosi: si parlava di turpe vizio, di torbido ambiente, di balletti verdi senza mai citare esplicitamente l’omosessualità di cui si trattava. Le barzellette degli amici e le sentenze della Chiesa erano meno ipocrite.

Poi arriva il ’68, e comincia una stagione nuova, in cui tutto sembra possibile. Il mondo era adulto, io avevo 18 anni, ed era meraviglioso vedere che i dannati della terra e i muti della storia alzavano la testa dappertutto: in tanti si sfilava nelle piazze per dire basta a qualcosa, per me ancora confuso, ma che voleva

anche dire basta al limbo opprimente in cui il mio desiderio sessuale non trovava cittadinanza.

Per Francesco arriva la militanza nel gruppo del Manifesto, quello di Pintor e della Rossanda. «Sono state soprattutto le femministe a insegnarmi che si poteva fare, che era possibile e necessario ribellarsi».

Sono anni di grandi rivolgimenti, di liberazioni e di scoperte, ma ancora, per gli omosessuali, il cammino resta in salita. E se a New York la rivolta di Stonewall risale al 1969, per avere qualcosa di simile in Italia bisogna aspettare il 5 aprile 1972, con il congresso promosso a Sanremo dal Centro Italiano di Sessuologia. Giusto per dare un'idea, a questo congresso era stata prevista una mattinata dedicata alla discussione sull'omosessualità e sui metodi migliori per 'debellarla': tra gli invitati c'era gente che aveva messo a punto una 'terapia di avversione', che consisteva nel mostrare al paziente la diapositiva di un uomo nudo visto di spalle. Se lo sguardo avesse indugiato troppo, sarebbe arrivata subito una piccola scossa da elettrodi applicati ai polpastrelli. La diapositiva successiva, una donna nuda sempre vista di spalle, non avrebbe trasmesso alcuna scossa. Il 'senso del dolore' avrebbe così riconvertito il 'senso del piacere' verso una sessualità 'normale'. Altri relatori avrebbero parlato della 'tecnica Reder': la lobotomizzazione. Altri, più progressisti, avrebbero presentato una terapia consistente in una serie di trattamenti ipnotici, seguiti dall'incontro con una prostituta, che avrebbero dovuto 'risolvere il problema'.

Quella mattina del 5 aprile, però, a Sanremo non arrivano solo i terapeuti. Arriva anche un piccolo drappello di militanti del neonato movimento F.U.O.R.I.! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), insieme ad altri militanti europei: quaranta persone omosessuali armate di cartelli: psichiatri, siamo venuti a curarvi, e anche la normalità non esiste. È la prima volta che in Italia la questione omosessuale viene affrontata a viso aperto, rivendicata con orgoglio, mostrata nella carne delle persone presenti, che vengono fermate dalla polizia subito intervenuta, denunciate per manifestazione non autorizzata, e che intervengono direttamente al congresso, raccontando le loro vite. Sono un omosessuale e sono felice di esserlo, comincia Angelo Pezzana, davanti ai congressisti stupefatti.

E Francesco? Lui, dopo un paio d'anni passati a studiare in Belgio e in Marina Militare, vince un concorso e diventa insegnante. Poi, nel 1976, fa un coming out clamoroso con una lettera aperta collettiva, in cui si chiede ai compagni del Movimento di fare i conti con i militanti omosessuali, e di vederli, finalmente, come alleati nella stessa lotta. La lettera viene pubblicata sul Manifesto, e viene riportata su tutti gli altri quotidiani. C'è il suo nome, scritto a chiare lettere. Quando torna a casa, la sera, Francesco si rende conto che è arrivato il momento di parlare anche con i suoi genitori, in modo che non leggano la notizia direttamente sui giornali. Suo padre pensa che l'abbia fatto per fargli dispetto. Sua madre, dopo giorni di mutismi e tormenti, un giorno fa irruzione in bagno, mentre lui è immerso nella vasca. «Non ce la faceva più, voleva comprendere», sorride Francesco, con l'espressione intenerita di chi ormai ha fatto pace con il proprio passato. «Mi ha chiesto di botto: ma come fanno a piacerti i maschi? Io le ho risposto con la prima cosa che mi è saltata alla mente, una semplice domanda. E a te? Ah! Già, ha detto. E come rassicurata è uscita dal bagno. Aveva, a suo modo, capito».

È un aneddoto dal sapore controverso, un po' mette malinconia, un po' fa ridere. Francesco ne racconta parecchi di così agrodolci; lui lo sa che ha vinto la sua guerra, lo sa di aver ragione. Eppure, quando mi racconta la sua assunzione nel 1980 al quotidiano genovese Il Lavoro, non riesco a non vedere il fantasma della preoccupazione che deve averlo preso quando i tipografi annunciano che loro un finocchio non ce lo vogliono, a lavorare lì. Francesco ha lasciato il lavoro di insegnante per diventare giornalista, si sente mancare la terra sotto i piedi. Gli altri colleghi mediano, i tipografi smettono di fare storie quando vedono arrivare un uomo vestito da ‘uomo’, senza lustrini, borsette o tacchi alti. Non smettono di fare battute, ma almeno gli permettono di lavorare.

Il grande spartiacque, per il movimento di liberazione omosessuale, si ha con la scoperta e la diffusione dell'AIDS, agli inizi degli anni ottanta. I giornali parlano della peste del Duemila, una generazione viene decimata, tra infami illazioni su una presunta punizione divina di due delle categorie più malviste del tempo, vale a dire i gay e i tossicomani. Anche Francesco, in questa guerra impari, perde il suo compagno, e quando ne parla gli occhi gli si offuscano ancora, dopo ventisette anni.

Ho avuto una lunga relazione con un uomo che è morto di AIDS dopo quattro dolorosi anni di malattia. Non ho potuto assisterlo al meglio perché non avevo diritti sanzionati dalla normativa vigente sul lavoro. E’ stata una sofferenza nella sofferenza che mi ha comunque dato forza.

L’AIDS non a caso ha contribuito a rendere più visibili gli omosessuali. Dai tempi in cui veniva stigmatizzato come il cancro gay alle battaglie per far capire che l’AIDS era un problema di tutti, le esperienze personali e di gruppo delle persone omosessuali per salvaguardare la propria dignità, il diritto di curarsi come meglio credevano assumendosene la responsabilità, la guerra all’accanimento terapeutico, il farsi accettare dai medici come referenti del proprio partner senza per forza far passare tutto dalla famiglia di origine, hanno favorito il consolidamento ulteriore della propria identità.

Sono anni intensi, pieni di attività, come ad esempio quella svolta dal Tram dei Devianti, vera e propria agenzia di informazione e pronto intervento per le persone LGBTI, in cui le esperienze individuali vengono messe in comune per aiutare chi è in cerca di aiuto e ascolto. C'è il primo Pride italiano, nel 1994 a Roma, il primo Pride genovese nel' 97 (mille partecipanti, anche se ancora al chiuso delle mura di In Mensa, a Bolzaneto), c'è un lavoro di inclusione continuo. C'è anche, a partire dagli anni intorno al 2005, una specie di 'liberi tutti'; ora che l'omosessualità non è più vista universalmente come una devianza è finalmente diventato meno complicato per le persone, soprattutto quelle nate intorno agli anni settanta, decidere di 'uscire dall'armadio' e vivere alla luce del sole. «Vale per i quarantenni che non ce la fanno più a vivere una doppia vita, magari con matrimoni di facciata, ma vale soprattutto per i nuovi adolescenti che trovando ascolto nelle famiglie, più affettive e accoglienti di un tempo, hanno il coraggio di rivelarsi a mamma e papà», dice Francesco.

Facile non lo è stato mai, divertente lo è stato abbastanza spesso, come quella volta nel 1995. Francesco me lo racconta con l'espressione di qualcuno a cui sia riuscito uno scherzo molto elaborato: «A quei tempi poco tecnologici, per incontrarsi si faceva battuage notturno, e uno dei luoghi più noti era proprio dietro la Questura, alle Mura delle Cappuccine. Non era semplice, anche perché ogni tanto c'erano le retate dei poliziotti, che si fingevano in cerca di incontri per poi procedere all'arresto per adescamento».

Con i suoi compagni attacca manifestini sugli alberi con su scritto occhio al caramba. Più tardi sarebbe arrivata una sentenza storica, stabilita dal magistrato Anna Ivaldi, per cui non si può considerare adescamento quello di un uomo che ha ricevuto un'avance di tipo sessuale da un adulto consenziente. Insomma, i poliziotti undercover che si fingevano omosessuali rappresentavano nient'altro che una provocazione.

I soliti omofobi benpensanti del quartiere promuovono una delle tante crociate in nome del decoro. I giardinetti delle Mura sono uno schifo, dicono, vanno ripuliti al più presto. Il comitato di quartiere si munisce di guanti e palette, si dà appuntamento, promette vino bianco e salame ai volontari, chiama i giornali perché vedano i bravi cittadini intenti a spazzare via i resti delle orge promiscue – alle Mura non si incontrano soltanto i maschi in cerca di maschi, sono anche un luogo perfetto per gli scambi di coppia.

Rapido, Francesco si mobilita insieme ad altri militanti: «Siamo andati anche noi, all'appuntamento. Senza dire niente, ci siamo fatti dare guanti e palette e abbiamo pulito. Noi eravamo otto, quelli del comitato di quartiere tre. Alla fine ci siamo presentati. Il comitato di quartiere ha dovuto offrire il promesso vino bianco e salame anche a noi».

Parliamo dei Pride, e Francesco fa notare come dagli ultimi anni si stiano vedendo sempre più ragazzi giovani, e ultimamente moltissime ragazze e migranti: un buon segno che fa sperare in qualche passo avanti. Inevitabile, per me, fare una domanda che lega il passato a questo presente controverso, con rigurgiti antichi che cercano di farsi sentire ancora.

Chiedo a Francesco come fossero le reazioni omofobe negli anni passati e quanto somiglino a quelle di adesso. «Di chi?» si stupisce lui. Quando rispondo parlando degli integralisti cattolici e delle Sentinelle in piedi , Francesco si fa una risata, e mi lascia un'ultima risposta che mi pare una perfetta e incoraggiante conclusione. «Ma sì, certo, queste reazioni ci sono sempre state. Ad ogni conquista di diritti - vedi le Unioni civili - c’è sempre qualcuno che si rode perché i propri privilegi non vengano estesi ad altri. I diritti si danno e i diritti, la storia insegna, a volte vengono tolti. L’importante è andare avanti a testa alta armati di coraggio, di speranza e di ironia».

Paola Ronco

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