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Cultura | 10 novembre 2019, 11:18

Carlo Chendi: “Paperino ed io, due splendidi ‘giovincelli’”

Dal suo studio di Rapallo, uno dei principali sceneggiatori italiani festeggia gli 85 anni del personaggio di casa Disney: “È stato il mio lavoro di una vita. Alcune mie storie sono state tradotte in tredici lingue”

Carlo Chendi: “Paperino ed io, due splendidi ‘giovincelli’”

“Siamo coetanei, anzi io sono un anno più vecchio!”. Se la ride, e se la ride pure di gusto, Carlo Chendi. Dal suo studio di Rapallo, sin dal 1952, sono nate alcune tra le storie più belle di Paperino, molte delle quali sono state ripubblicate nel corso degli anni e poi tradotte in varie lingue.

Lui, un simpaticissimo signore circondato da libri, fumetti, matite, penne e squadrette, e con sedie e tavolo istoriate dalle immagini dei suoi amati paperi disneyani, è stato - ed è ancora, perché la storia non si cancella mai - uno dei principali sceneggiatori italiani, esponente di spicco di quella ‘scuola ligure’ del fumetto che ha avuto e mantiene grandissimi interpreti, sia nella scrittura che nel disegno.

Lo incontro un martedì pomeriggio, nella sua abitazione in centro città, dove vive e lavora. È doppiamente felice: per il lavoro, per la chiacchierata, ma soprattutto perché è appena tornata la nipote Beatrice, che è stata a lungo in Australia.

L’occasione, sono gli ottantacinque anni di vita di Paperino, che comparve per la prima volta negli Stati Uniti, nel 1934. “Ha un anno in meno di me. Io ne ho 86. Ma entrambi ce li portiamo bene, eccome. Siamo cresciuti insieme, in pratica. E lui è stato il mio lavoro per tutta la mia vita. Un compagno, un amico, un fratello”.

Quando parli con uno sceneggiatore di fumetti, la sensazione è sempre identica: la carta è solamente un mezzo, però il rapporto che si sviluppa tra scrittore e personaggio è infinitamente più stretto, più passionale, più viscerale. È un qualcosa che ti scava da dentro, ti trasforma e ti modella per sempre.

“Non potrebbe essere altrimenti - afferma Carlo Chendi, con il volto illuminato dalla luce di una abat-jour e dallo schermo del computer, mentre tutto il resto del suo studio rimane al buio - Paperino e gli altri della sua famiglia sono stati sempre al centro dei miei pensieri, sono stati il mio modo per esprimermi, per raccontare storie. La prima, fu pubblicata nel 1952, quando avevo diciotto anni, per le Edizioni Alpe. Dal 1954, invece, ho iniziato a lavorare per Mondadori. A quei tempi, ‘Topolino’ era il fumetto più venduto, e lo è rimasto per moltissimi decenni. Io mi sono specializzato nei paperi, anche perché erano più vicini al mio sentimento e, in generale, a quello delle persone. Topolino era nato in America ai tempi del New Deal, ed era il personaggio nel quale tutti si identificavano a quel tempo, perché rappresentava la speranza, la voglia di ripartire, l’orgoglio. Dal dopoguerra in poi, invece, ci si iniziò a identificare di più con Paperino: nelle sue scalogne, nelle sue vicende quotidiane, nelle sue sfortune, o fortune, veniva visto come se fosse uno di noi, una persona normale calata nella quotidianità. E poi fortemente simpatico. Topolino rimase un po’ fuori dal tempo, Paperino restò e resta sempre attuale, perché affronta vicissitudini che, in gran parte, possono davvero capitare a tutti”.

Chendi è andato avanti, ininterrottamente, per oltre cinquant’anni e, insieme al disegnatore Giorgio Cavazzano, rappresenta uno degli autori italiani più prolifici di sempre, in casa Disney. “Un lavoro che mi ha certamente reso tra i rapallesi più famosi nel mondo, perché la popolarità che ti arriva lavorando per la Disney è immensa. Molte delle mie storie, poi, sono state tradotte in più lingue”.

In totale, numero più numero meno, Chendi calcola di “aver realizzato oltre diciottomila pagine, sempre come sceneggiatore, mentre i disegnatori cambiavano di volta in volta, ma ho sempre avuto la fortuna d’incontrare grandissimi professionisti e fervidi appassionati come me. In particolare, una storia, ‘Paperino Missione Bob Fingher’, che è poi la parodia di ‘007 Missione Goldfinger’, ha segnato una sorta di record: prodotta da Giovanni Battista Carpi e da me, è stata di recente ristampata su un poderoso e lussuoso libro, appena uscito in Svezia; fu pubblicata, per la prima volta, in due puntate da trenta pagine cadauna, sul ‘Topolino’ nel 1966. In seguito, in 53 anni, è stata ristampata dodici volte in Italia, una volta in Brasile, due in Danimarca, tre in Finlandia, due in Francia, cinque in Germania, una in Grecia, due in Norvegia, tre in Olanda, una in Polonia, due in Spagna, una negli Stati Uniti e quattro in Svezia. Inoltre, è stata trascritta in forma letteraria e pubblicata in libro da Mondadori. Si arriva così a ben quaranta edizioni, in tredici nazioni e tredici lingue. Qualcuno conosce altre storie di ‘autori italiani’ con lo stesso numero di ristampe?”.

Ma nella vastissima produzione di Carlo Chendi sono anche da ricordare le invenzioni dell’extraterrestre Ok Quack e del detective Umperio Bogarto (entrambi disegnati da Giorgio Cavazzano), e i duetti fra Pippo e la strega Nocciola.

“Oggi scrivo ancora - osserva Chendi - ma non più come un tempo. Quello che dovevo fare, l’ho fatto. Quello che dovevo dire, l’ho ampiamente detto, come quello che dovevo dimostrare. Ho fatto, ad esempio, quattordici pagine per ‘Martin Mystere’, poi mi diletto a fare articoli. Con Disney mi sono fermato, per il semplice fatto che non me la sento più, non credo di essere più in sintonia con le nuove generazioni. C’è stato uno stacco troppo grande. E poi anche il fumetto, come tutta l’editoria su carta, affronta una piena crisi. Basta guardarsi in giro: in Italia, negli ultimi anni, sono state chiuse ben novemila edicole. Sono in sofferenza non solo i grandi giornali, ma pure le riviste e i fumetti. Chi ha meno di quarant’anni praticamente dentro un’edicola non ci entra neppure più”.

Nel dirlo, Chendi mostra alcune statistiche, che tiene salvate sul suo computer. Servirebbe un ‘new deal’, anche per l’editoria: un Topolino che potesse rappresentare una riscossa, anche se qui ci vorrebbe un vero e proprio miracolo.

Però i bei tempi non li potrà mai portar via nessuno: “La ‘scuola ligure’ è stata un’esperienza ricchissima, in termini di creatività. Oggi, francamente, credo poco a tutte queste scuole di scrittura creativa. Bisogna avere del talento, e quello o c’è o non c’è. Non si crea dal nulla. Io, ad esempio, non mi fido di quegli scrittori che fanno un libro all’anno. Non è possibile. Uno che lavora in questo campo, scrive e riscrive anche venti volte. La prima versione non è mai quella buona. A noi, che andavamo ‘a bottega’, hanno insegnato così. Leggi, rileggi, leggi, rileggi, e ancora rileggi. E, soprattutto, leggi tanti libri, che è la cosa indispensabile quando vuoi scrivere. Non parlo di tv, di cinema, di immagini. Occorre leggere, perché solo la lettura educa la mente in un certo modo. Anche poi nella creazione delle immagini”.

E qui tutta l’esperienza (e anche gli anni…) di Carlo Chendi vengono fuori: “Quand’ero bambino io, c’era a malapena la radio. La tv non c’era. Si andava al cinema una volta alla settimana. Ma i libri, quelli non mancavano mai. E mica c’era la distinzione, come adesso, tra volumi per ragazzi e per adulti. Io ricordo di aver letto ‘I tre moschettieri’, ‘Don Chisciotte’ e ‘Il conte di Montecristo’ sin da quando avevo dodici anni. Magari non capivi tutto, però leggevi. Oggi vedo meno fantasia in giro, per il semplice fatto che non viene stimolata. Si rimane passivi, di fronte alle sollecitazioni. È un peccato. Io da bambino sognavo a occhi aperti. Poi, abbiamo aperto lo studio ‘Bierrecì’, insieme a Luciano Bottaro e a Giorgio Rebuffi, e abbiamo fatto crescere tanti altri artisti e autori. Uno su tutti: Giancarlo Berardi, che continuo a considerare il miglior sceneggiatore italiano. Ha nettamente superato i suoi insegnanti”.

Chendi ha ragione, quello delle nuove leve non è un discorso da ‘mugugnoni’, bensì una lettura oggettiva della realtà. “Dallo schermo di un cellulare non può nascere niente”.

E, detto questo, spalanca il suo sorriso da uomo buono, stringe la mano, apre la porta di casa e saluta affettuosamente.

Alla prossima, maestro Chendi. È sempre un enorme piacere.

Alberto Bruzzone

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