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Cultura | 12 dicembre 2019, 14:30

Violenza sulle donne: i detenuti mettono in scena le proprie 'Emozioni recluse'

I detenuti di Pontedecimo andranno in scena con "Emozioni recluse" il 19 dicembre al Teatro dell'Arca. Abbiamo parlato dello spettacolo, e soprattutto del loro percorso di riabilitazione, con il direttore del Teatro dell'Ortica Mirco Bonomi

Mirco Bonomi, direttore del Teatro dell'Ortica

Mirco Bonomi, direttore del Teatro dell'Ortica

‘Sono innocente a prescindere’. Lo dice chi è colpevole e si è macchiato di violenza. Sulle donne. Inizia così lo spettacolo “Emozioni recluse”, un viaggio interiore, ma anche un percorso di recupero sociale ed emotivo, che i sex offenders stanno compiendo (dentro e fuori dal carcere) grazie al progetto Amal, portato avanti dal Teatro dell’Ortica di Genova, che, come sempre, coinvolge direttamente chi è parte del problema – vittima o carnefice come in questo caso –, attraverso il palcoscenico, che si trasforma in una sorta di setting psicoanalitico. Ed ecco quindi andare in scena, dopo “Amori di sola andata” e “Ring”, i detenuti del carcere di Pontedecimo, protagonisti dello spettacolo che si terrà il 19 dicembre al Teatro dell’Arca, nel carcere di Marassi, alle 21. Abbiamo parlato col direttore del Teatro dell’Ortica, Mirco Bonomi, di questo lavoro, svolto insieme alla cooperativa “Cerchio delle relazioni”, che diventa un percorso tra le emozioni “recluse” di sedici uomini che cercano la strada per comprendere le proprie colpe e da lì ripartire.

 

Che tipo di lavoro è stato fatto per il teatro e che tipo di percorso hanno intrapreso i sex offenders?

Questo lavoro fa parte del progetto Amal, sostenuto dal Fondo sociale europeo e dalla Regione, portato avanti dal Teatro dell’Ortica insieme alla cooperativa il “Cerchio delle relazioni”; si tratta di un percorso che i detenuti compiono con una psicologa e un educatore, che operano rispetto alle emozioni che i detenuti hanno provato e provano. Ed è quello che si fa anche in teatro, dove si parte da sentimenti quali paura, spavento, tristezza o felicità, cercando di fare esprimere i sex offenders sulle sensazioni vissute. Da qui anche il nostro spettacolo “Emozioni recluse”, che gioca sul doppio senso del termine, e che narra una storia collettiva, attraverso momenti di coralità fisica, ma anche momenti individuali, come sono i monologhi.

Che cosa rappresenta il teatro per i detenuti?

Il teatro è l’occasione che hanno di esprimersi: c’era chi inizialmente era come catatonico, mentre oggi è protagonista sulla scena, perché prova a mettersi in gioco. Inoltre c’è anche chi ha scoperto nuovi talenti, quindi aspetti positivi da trasferire altrove un domani. L’obiettivo del teatro sociale, in cui la parte artistica viene fuori, è quello di far sì che le persone possano crescere e stare meglio, così da raggiungere un benessere personale, che diventa anche collettivo, perché non siamo Monadi, ma soggetti in relazione con gli altri. E lo spettacolo sarà l’occasione per confrontarsi con questa realtà.

Che tipo di uomini sono i sex offender di questo progetto?

Spesso mi sembrano persone come tante, e quindi caratterizzate da una normalità che spaventa, perché fa riflettere su come tutti noi possiamo cadere nel vortice: il sex offender può essere un ingegnere, un giornalista o un operaio, non è il delinquente abituale, che spaccia o ruba, ma il nostro vicino di casa o un parente. 

Quanti uomini sono coinvolti nello spettacolo?

Inizialmente 16, ma in scena saranno 10, compresi due attori veri, che sostituiscono chi non si è sentito di salire sul palco.

Per quali reati sono in carcere?

Prevalentemente per violenze e maltrattamenti, e forse c’è anche qualche stupro, ma non ho voluto saperlo nel dettaglio, perché temevo il pregiudizio: il rischio è di non lavorare con naturalezza col gruppo.

Come vivono, oggi, gli atti di violenza che hanno commesso?

In modo diverso, a livelli differenti; alcuni lo stanno vivendo come una grande possibilità di poter fare autocritica. Qualcuno non voleva farlo temendo di essere riconosciuto, una volta fuori, ma poi ha accettato. Sono percorsi che devono avere tempi lunghi, in cui ognuno si mette in gioco come può, ed è come andare in terapia. In questo senso il teatro è un modo per veicolare, anche indirettamente, determinati sentimenti e sensazioni, ed esprimersi senza farsi distruggere dal male: quando si sente la propria colpa si può esserne distrutti, mentre con questo tipo di percorso ognuno può esprimere dolore, ma anche cercare di provare empatia verso la vittima, riconoscendosi colpevole e mettendosi nei panni dell’altro. Nello spettacolo si inizia dicendo ‘sono innocente a prescindere’ e si finisce, invece, con esprime le proprie emozioni. Si tratta di un processo che si mette in atto, che può continuare o meno, ma quello che è certo è che, laddove non si interviene la recidiva negli uomini maltrattanti è altissima. Se invece si interviene con percorsi di coinvolgimento, coscientizzazione e ridefinizione di sé, nel tempo il dato cala drasticamente: dal 90-80% al 20-30%, secondo le statistiche; il recupero va fatto anche con chi è violento, e non solo con le donne vittime, perché se non lavoriamo sugli oppressori, il fenomeno non può cessare d’esistere.

E dopo il progetto cosa fanno?

Questo tipo di lavoro presuppone una continuazione: è importante che i sex offenders – come anche gli altri detenuti - non siano abbandonati a se stessi, ma che il percorso prosegua. Per esempio, infatti, nello spettacolo ci sarà un attore che è uscito dal carcere, ma che continua a lavorare con noi. Bisogna eliminare dalle persone quella rabbia che le ha portate a commettere atti disgustosi, che ogni giorno aumentano e che ci danno il senso di una violenza terribile, ma anche di uno stato di malessere che, se non riusciamo a controllare, sfocia, appunto, nel dramma.

Il rapporto che questi uomini hanno con i figli e i familiari cambia dopo questo percorso?

Ovviamente è molto soggettivo; sappiamo di alcuni del gruppo attuale che hanno avuto il permesso di rivedere i figli: sono momenti importanti per loro, e cercare di ristabilire delle relazioni nel cambiamento e nella diversità che si verifica, vuol dire che, a partire anche dal riconoscimento del danno causato, si cerca di avere la possibilità di rifarsi, il che non significa che tutto torni come prima, ma che è in atto un percorso che, a partire dalla pena, deve poi arrivare alla riabilitazione.

Possiamo dire che anche il vostro è un percorso teatrale che continua: dal 2017 con “Amori di sola andata” a “Emozioni recluse”.

Sì, inizialmente era uno spettacolo recitato da attori e attrici e tratto dal libro di Alessandra Pauncz, la psicoterapeuta che ha aperto a Firenze il primo centro in Italia per gli uomini maltrattanti (Cam); “Amori di sola andata” era itinerante su treni e bar, poi è diventato uno spettacolo canonico, e da lì è nata successivamente l’idea del teatro sociale, che ha come protagonisti coloro che sono direttamente dentro al problema. Quindi nel 2018 ne è seguito lo spettacolo “Ring”, realizzato in carcere con l’associazione White Dove, e quest’anno “Emozioni recluse”, in collaborazione col Centro Antiviolenza Mascherona “. Infatti, come abbiamo fatto con i gruppi misti di donne – in “Rap Vaginistico” - così lavoriamo con i centri antiviolenza di Genova e della Liguria, cui forniamo il know-how teatrale.

 

 


Medea Garrone

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