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Attualità | 15 febbraio 2020, 11:35

Pegli, chiude il "Forno Doglio" dopo 56 anni: la nuova sfida sarà a Pra’

Domani ultimo giorno per la storica attività di via Martiri della Libertà inaugurata nel 1964 che adesso si sposta in via Fusinato

Pegli, chiude il "Forno Doglio" dopo 56 anni: la nuova sfida sarà a Pra’

C’è un forno, a Pegli, che si accende tutte le mattine che fa Dio, domenica compresa, sin dal lontano 1964. Cinquantasei anni durante i quali il miracolo del pane si è ripetuto sempre, con puntualità, con precisione, con infinita professionalità. Insieme al miracolo di tutta un’arte per il dolce e per il salato che hanno fatto di questo posto ‘il forno di Pegli’, nella volgata della delegazione, per quanto tanti altri negozi simili ci siano, ma nessuno mai come questo.

Il Forno Doglio è stato lì, come un’istituzione: ha attraversato generazioni di massaie, di impiegati, di studenti delle vicine scuole, le elementari ‘Ada Negri’, le medie ‘Alessi’, il liceo classico ‘Mazzini’, le suore di Santa Maria ad Nives, in viale Modugno. Centinaia, migliaia di persone sono passate davanti a quelle due vetrine all’inizio di via Martiri della Libertà, altrettante si ricordano quel cancelletto a fianco, l’ingresso del laboratorio da dove, sin dalle prime ore del mattino, escono profumi e aromi che inebriano tutto il quartiere.

Ma siccome anche il bello e il buono hanno sempre una fine, purtroppo, domani mattina tutto questo succederà per l’ultima volta. L’unica nota positiva, l’unica spolverata di zucchero a una notizia che è uscita un po’ amara e triste, è che per questo forno non si tratta di un addio, ma di un arrivederci. Chiudono le saracinesche di via Martiri, ma non si ferma l’attività di Angelo Doglio, della sua famiglia e dei suoi collaboratori. Sono attesi da una nuova avventura: umana, professionale, gastronomica, in quel di via Fusinato a Pra’. Una pagina si chiude e, contemporaneamente, una nuova si apre. Ma quella che finisce, dopo cinquantasei anni di onorato lavoro, fa indubbiamente effetto, perché Doglio era un punto di riferimento, uno scrigno di prelibatezze, oltre che un concentrato di simpatia e di mille aneddoti. Ci sono poche attività, a Pegli, che sopravvivono ormai al mezzo secolo di vita. E, paradossalmente, sono quasi tutte concentrate qui, in questo quadrivio che via Martiri della Libertà forma con via Rovetta e con via Argentina.

Il Forno Doglio era ampiamente nel novero, sin dai tempi in cui fu aperto. Era stato Gianni a cominciare questa epopea, poi condotta avanti dal figlio Angelo insieme alla sorella, alla famiglia e a un gruppo di impagabili collaboratori e collaboratrici, a cominciare dal bravissimo e simpaticissimo fornaio Gabriele Parodi, che da qualche anno affianca Angelo in laboratorio. La focaccia calda a ogni ora del giorno (impareggiabile quella con la cipolla), il pane di ogni tipo, i prodotti da teglia e quelli della grande tradizione genovese. E poi i grissini, vera specialità della casa, la pasta fresca e i dolci: pasticcini freschi e secchi, torte per cerimonie più o meno grandi, più o meno importanti. Per lunghissimi anni, Doglio è stato il ‘forno dei sampdoriani’: perché in cima agli scaffali del pane, il titolare aveva esposto una sciarpa che era tutto un programma. Portava la scritta ‘La mamma mi ha fatto bello e sano, mi ha fatto sampdoriano’. Così una metà della città ci entrava ancora più di buon cuore. L’altra metà, un po’ meno, ma finiva per entrarci lo stesso, perché il richiamo del gusto era più forte di uno screzio calcistico, di ogni differenza di fede. Laddove non poté un pallone, poté un pezzo di pane, perché era un gran pane, perdio.

Adesso farà sicuramente effetto, per Pegli, doversi privare di un simile angolo delle bontà, specialmente per quelle persone più anziane che hanno maggiori difficoltà di spostamento. Sembrava che tutto non dovesse avere mai fine. Poi, i casi della vita sono imprevedibili e Angelo, rimasto a condurre l’attività una volta che il papà Gianni ha deciso di andare in pensione, ha dovuto far fronte a qualche problema inaspettato. Da gran lavoratore qual è, ma anche con la testa ben ferma sul collo e la responsabilità di almeno quattro posti di lavoro, che non voleva assolutamente mettere in discussione, ci ha pensato su moltissimo. Ha pensato a come affrontare la situazione, a come raggiungere la soluzione migliore. E ha optato per la strada forse più difficile, dal punto di vista della clientela, dei ricordi, probabilmente pure del conto economico, per lo meno agli inizi.

Però la strada difficile è anche la più coinvolgente delle sfide. E chi il mestiere ce l’ha, nelle mani e nella mente, chi sa di poter contare su un gruppo affiatato ed entusiasta, non ha paura di fronte a nulla. È stato così che Angelo Doglio, insieme a famiglia e dipendenti, ha maturato la decisione di proseguire la sua vita lavorativa in un’altra delegazione. Lo farà a Pra’, in via Fusinato, ovvero nel ‘caruggio’ pedonale della delegazione. Il Forno di Pra’, così lo ha voluto chiamare, senza troppi giri di parole, aprirà tra pochi giorni. È quasi tutto pronto: sono stati montati gli arredi, il laboratorio è sistemato, con un modernissimo forno a pellet che garantirà pure una cottura ecologica, è stato aggiunto un secondo retrobottega dove ci si occuperà principalmente di gastronomia e di piatti già pronti. Il resto, rimarrà tutto come prima: pane, focaccia, grissini, dolci artigianali. Stessa maestria, stessa mano. Solo la sede cambierà.

“Ripartiamo con una base di clienti che riforniamo all’ingrosso - racconta Angelo Doglio - Ci porteremo dietro qualche nostro affezionato, per la clientela al dettaglio, poi dobbiamo rifarci tutti gli altri. Ma sono fiducioso. Era rimasto l’unico modo per proseguire il nostro lavoro, per mantenere il posto a tutte quelle persone che sono con me e che mai avrei voluto perdere”. Così, nella migliore tradizione umana e professionale, ragiona Angelo Doglio: con una mano sul cuore. Anche perché senza cuore, senza amore, senza passione, non esce né uscirà mai un buon pane. E di questo pane qui, proprio di questo, abbiamo tutti un gran bisogno di continuare a nutrirci.

Alberto Bruzzone

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