Si è concluso venerdì 4 maggio il convegno annuale della Conferenza nazionale degli Organismi di Parità universitari, quest’anno ospitato dall’ateneo genovese nella prestigiosa sede di via Balbi 5. L’iniziativa, articolata su due giornate di lavori, era intitolata “Dal gender mainstreming all’approccio intersezionale”.
Abbiamo chiesto ad Isabel Fanlo Cortès, presidente della Commissione Pari Opportunità dell’Università di Genova, di spiegarci cosa si intende per “gender mainstreaming” e “approccio intersezionale”.
“Il gender mainstreaming è un principio che viene introdotto negli anni Novanta con la Conferenza di Pechinio, ed identifica la necessità che le azioni e le politiche debbano prendere in considerazione come dimensione trasversale la parità fra uomini e donne, anche se purtroppo si tratta di un principio che ultimamente sembra essere passato un po' in secondo piano. Non vogliamo assolutamente dire che abbia perso rilevanza, perché ancora le discriminazioni di genere sono un campo di azione e rivendicazione da parte degli organismi di parità, ma vogliamo intendere che occorre allargare lo sguardo a ulteriori forme di discriminazione rispetto a quella fra uomo e donna, che sono legate all’etnia, alla classe sociale, all’orientamento sessuale e alle disabilità. Uno strumento molto utile in questo senso è proprio l’approccio intersezionale, che guarda a come interagiscono tra loro i diversi fattori discriminanti, concentrandosi sul fatto che queste discriminazioni possono aggravarsi nel caso in cui una persona si trovi sul crocevia fra più gruppi marginali o marginalizzati: in questo frangente si rischia per così dire un surplus di discriminazione. Vogliamo sottolineare come gli Organismi di Parità siano chiamati oggi ad occuparsi certamente ancora di discriminazioni di genere, ma anche ad impegnarsi al contrasto e alla prevenzione rispetto ad altri fattori di discriminazione con azioni specifiche. L’obbiettivo è cercare di indagare come interagiscono queste diverse dimensioni nella persona e intervenire, basti pensare all’esempio di una donna con disabilità, di minori stranieri e così via”.
L’approccio intersezionale alle discriminazioni appare dunque come uno strumento utile a rispondere alle sfide che la necessità di costruire una realtà più inclusiva ci pone di fronte: “Il lavoro degli Organismi di Parità universitari ha preso il via dal tema delle discriminazioni di genere, nel tempo questo compito si è ampliato e diffuso anche a seguito di novità normative introdotte nel 2010, a seguito delle quali innanzi tutto si è deciso di allargare gli interventi verso tutte le differenze che esistono nei gruppi sociali – spiega Patrizia Tomio, presidente della Conferenza Nazionale Organismi di Parità delle Università italiane - . Tutto ciò secondo una sensibilità frutto degli ultimi studi condotti in materia rispetto alla valorizzazione di tutte le differenze, passando dalla semplice logica del contrasto alle discriminazioni ad una logica della valorizzazione delle differenze. Il punto è considerare la differenza un valore aggiunto per le organizzazioni e nel nostro caso lare per l’università”.