“Noi, ragazzi di oggi noi”, cantava Luis Miguel nel 1985. Sono passati più di trent’anni e capita che la sua canzone riecheggi ancora. I ‘ragazzi’ del 2018, invece, ha pensato di raccontarli Matteo Frulio, architetto paesaggista genovese con una smisurata passione per il giornalismo e la scrittura. Ma, soprattutto, con la grossa responsabilità di essere un educatore Agesci (ovvero gli scout).
Negli scorsi giorni, per i tipi dell’editore genovese De Ferrari, è uscito il suo libro “Agnus Dei”, che racconta - con quattro stili differenti - altrettante storie di “straordinaria adolescenza”. “Nessun uomo è un'isola - scrive Frulio - Vero. Ma anche no. A tratti lo diventa. In certi istanti lo diventi. Inizi a capirlo piano piano. La famiglia e gli amici possono fare da compagni di viaggio ma ci sono momenti in cui certe cose le devi affrontare da solo e ti scopri vulnerabile. Certe cose le devi prendere, giudicare, trasformare in qualcosa di comprensibile, a sua volta vulnerabile, soprattutto se hai quindici anni e di ciò che ti aspetta fuori non sai un accidenti di niente... E il mondo ti si presenta improvvisamente, un giorno, con tutta la sua profonda vastità di delicate meraviglie e ingorde tristezze... e non hai scampo”.
Come nasce l'idea di questo libro? La sua esperienza in Agesci quanto ha influito?
“Nasce tutto da Stephen King, con il suo racconto Il Corpo - Stand by me. Un racconto dedicato all’adolescenza e da cui è stato tratto un celebre e delicato film. Un racconto che indaga in maniera cruda e sincera il mondo degli adolescenti e i loro sentimenti. E’ un unicum nella produzione di Stephen King. Stravolge molti stereotipi. Agli adulti piace infatti creare stereotipi sull’adolescenza che si ripetono di generazione in generazione, anche se con modi diversi: i ragazzi sono svogliati, privi di valori e via dicendo. Non c’è nulla di più falso. Il mio libro nasce con l’intento di scavare e di cogliere tutte le sfumature di un momento della vita complesso e meravigliosamente pieno di sentimenti e idealismo. Ne sono stato spesso testimone proprio come educatore”.
Come ha sviluppato i racconti? C’è qualcosa di autobiografico?
“No, nulla di autobiografico. Ho utilizzato le esperienze da educatore e poi ho deciso che per essere più veri e credibili, i protagonisti dovessero dire e pensare solo le cose che direbbe un adolescente. Ho intervistato, per così dire, una decina di ragazzi chiedendogli come avrebbero reagito in determinate situazioni e quali sentimenti avrebbero provato. Attorno a questi spunti ho creato le storie. La terza, ad esempio, l’avevo immaginata in maniera totalmente diversa e l’ho modificata perché, su dieci, almeno sette mi avevano parlato della paura della morte di un proprio caro. Mi hanno sorpreso e ho stravolto il racconto”.
La musica è uno dei fili conduttori del libro.
“Sì. La dimensione di paese si svolge attorno al coro parrocchiale per i primi anni, poi si sviluppa in ciascuno dei protagonisti in maniera diversa. Prima ho mentito. Qualcosa di autobiografico c’è. La presenza di un gruppo musicale che oggi pochi conoscono ma che negli anni Novanta era stato fondamentale per la generazione che si muoveva tra il rock d’ispirazione classica, l’alternative e il grunge dei Nirvana. Gli Smashing Pumpkins avevano cantato meglio di altri l’adolescenza, secondo me. Pur non piacendomi, i rapper di oggi entrano nella testa dei ragazzi nello stesso modo in cui entravano versi come quelli di ‘1979’ (loro non sono sicuri di quello che abbiamo dentro di noi. La città alla morfina che sta dormendo deve scendere a vedere) o di ‘Bullet with butterfly wings’ (nonostante tutta la rabbia mi sento sempre un ratto in gabbia). Mi sono basato sulla corrispondenza con le mie impressioni di allora, non sulla qualità che considero comunque abissalmente diversa”.
C’è del sovrannaturale?
“Sì ma mai invadente, per così dire. Assume un aspetto simbolico in tutti i racconti. A tratti è gotico ma è strumentale al significato dei racconti. A ciascuno dei dettagli ho cercato di dare un significato. Spero che si possano cogliere”.
Proprio per la sua esperienza di educatore, quanto vede cambiati i giovani nel corso degli anni?
“Prima di scrivere un libro sull’adolescenza mi sono posto come obiettivo di analizzare come ero io alla loro età. Senza filtri e senza rivolgermi pateticamente ai ricordi. Se ci si guarda indietro, si scopre che i punti di contatto sono molti. Cambiano i mezzi e gli attrezzi con cui confrontarsi ma l’atteggiamento primario dei ragazzi rimane lo stesso. Quando eravamo ragazzi, noi ci sentivamo dire le stesse cose che noi diciamo a loro. Avevamo il Gameboy al posto dello smartphone ma, con vent’anni di differenza, la frase usata dagli adulti è sempre la stessa: “Ti si fonde il cervello con quella roba lì!”. Parliamo di vent’anni fa. Non di ieri. Cambiano solo i mezzi, dicevo. In un racconto parlo del bullismo. Finisce in un determinato modo che forse qualcuno potrà trovare banale. Ma vuole dimostrare che spesso il bullo è a sua volta ‘bullizzato’ da qualcosa. Ma anche, in un altro personaggio, che la cattiveria gratuita non è scusabile. Ho cercato di mettere tutti gli esempi assieme, in poche parole”.
Ha mai fatto l'educatore per i migranti? Le piacerebbe? Cosa pensa del fenomeno migrazione?
“E’ stata un’esperienza non continuativa. Mi è capitato. Penso che per fare certe cose ci vogliano una formazione e un retroterra molto specifici. Non ci s’improvvisa a confrontarsi con un adolescente con le caratteristiche tipiche di quell’età ma con un retroterra che noi non conosciamo. Ci si deve affiancare a persone formate. Per il resto, l’uomo è migrante di per sé. Chi si sposta lo fa per necessità. Non penso che ci sia molto altro da dire. Tutti aspiriamo per i figli a qualcosa di migliore”.
Il ruolo della Chiesa nell'educare i giovani: crede che sia ancora importante e quanto? E' forse diventato più debole?
“E’ sicuramente più debole. Anche se i gruppi cattolici che si occupano dei giovani rimangono forti. Magari si va meno a catechismo ma le percentuali degli iscritti nelle associazioni cattoliche giovanili sono molto alte. Credo perché in queste realtà, come in altre non legate ad alcun culto, si riesca a vivere un’esperienza vera, fatta di gioco mescolato a riflessioni, in cui niente è lasciato al caso. Quello che cercano i ragazzi è vivere esperienze vere. Il resto è già abbastanza virtuale. Durante le attività e i campi sono vietati i cellulari. Il rapporti che nascono e si sviluppano, nel bene e nel male, sono reali. E’ una delle riflessioni di cui parlano maggiormente alla fine dei campi. Dopo il divertimento, ovviamente”.
Perché quattro stili diversi in quattro storie?
“Questa cosa è nata un po’ per gioco e un po’ per mettermi alla prova. Poi si è sviluppata come idea. Cambiando linguaggio e ritmo, cali il lettore nell’atmosfera del racconto in maniera totale. Ci ho provato. Non so se ci sono riuscito. Si passa dal primo racconto, che inizia come una favola dal sapore dickensiano e poi diventa qualcosa di più complesso, ad un secondo racconto ispirato ad alcuni dodicenni che ho incrociato negli anni, di poche parole, diretti mentre la parte dei loro pensieri è molto più complessa. Passo poi ad un linguaggio e un ritmo più complicati per i sedicenni, simbolicamente riprendendo gli alambiccamenti che ci si fa a quell’età. Molto spesso sembrano monologhi. L’ultimo racconto è un misto degli ultimi due. Si trova una sorta di equilibrio interiore. Una specie di simbolica consapevolezza su chi si è”.
Spesso il rapporto genitori/figli è sempre più delegato alla scuola o comunque extrafamiglia. Per voi educatori è una grossa responsabilità, ma la famiglia non può sostituirsi del tutto. Che cosa ne pensa?
“I genitori fanno più fatica oggi. Anche qui rischio di dire delle banalità. Ma una cosa la voglio sottolineare. Ciascuno dovrebbe fare il suo. La scuola forma ed educa attraverso la dimensione di gruppo. Ma l’educazione viene prima di tutto dai genitori e dalle spinte ideali che si danno in famiglia. La dimensione da educatore, come spesso si dice tra scout, è quella di un fratello maggiore che non ti giudica, ti accompagna, gioca ma ti fa il cazziatone se è necessario. Il genitore è spesso una specie di antagonista per i ragazzi ma è proprio un nemico che vogliono. Vogliono il confronto e lo cercano a modo loro, non solo con i genitori ma con gli adulti in genere. E’ come se urlassero per dirci: ‘Faccio finta che non me ne freghi ma tu dimmelo lo stesso’. Ripeto, a modo loro”.
Come comportarsi rispetto alle nuove "dipendenze" (quella da schermo, in particolare). Cosa dice ai suoi ragazzi?
“Prima di tutto non sono un esperto e non voglio passare come tale. Osservo e traggo conclusioni, ovviamente opinabili. La dipendenza da schermo esiste, ovviamente. Ma quello che bisogna capire quanto sia dipendenza e quanto sia semplice voglia di svagarsi e basta. Non necessariamente le passioni diventano dipendenza. E quando lo diventano, lo si nota. Sta agli adulti rendersene conto. Sulle altre dipendenze evito scientemente di parlare. Rischierei di dire banalità. La società si porta dietro i suoi spettri. Se, per divertirsi, i ragazzi cercano lo sballo è perché spesso li circonda il vuoto. Ne accenno nel libro. Molti dei ragazzi mi hanno detto più o meno la stessa cosa: se hai un gruppo di amici vero su cui contare, lo sballo cade in secondo piano e scivola via da sé. Riflessione tutta loro”.