Attualità - 16 ottobre 2018, 16:33

Berardi: “Vent’anni del mio fumetto Julia”

A ottobre la criminologa ideata dall’autore genovese ha tagliato l’importante traguardo. “E’ come una figlia vera. L’avrei vista con Webb, ma ha scelto Ettore”. Una vignetta dedicata al Ponte Morandi: “Una ferita enorme, ma anche uno specchio di questi tempi di lacerazione”

Era l’ottobre del 1998 quando un nuovo personaggio si affacciava nel mondo dei fumetti. Sugli scaffali delle edicole trovammo una giovane ragazza, stretta in un abitino scuro, con una torcia in mano. Il viso, tanto simile a quello della famosa Audrey Hepburn.

Era la criminologa Julia. Titolo dell’albo, ‘Gli occhi dell’abisso’. Da quel momento, sono passati vent’anni. Le edizioni mensili sono arrivate a 241 con ‘Super Hero’, uscito lo scorso primo ottobre.

E il papà di Julia è sempre lì. Alla sua scrivania, nel bellissimo (e ordinatissimo) studio di Nervi affacciato sul porticciolo e sul mare della Liguria.

Giancarlo Berardi, uno degli autori più longevi, proficui e ispirati di tutto il panorama italiano (oggi ha quasi 69 anni, anche se ne dimostra molti di meno), porta occhiali rotondi, baffi ben curati, un maglioncino a righe orizzontali bianche e blu, jeans e sandali. E’ una mattinata di allerta arancione, fuori piove a dirotto. Dalla finestra si vede il mare che va a infrangersi contro la diga del porto.

“Anni fa - racconta Berardi - mi è capitata l’occasione di questo piccolo appartamento. E non me la sono lasciata scappare. E’ il luogo dove nasce tutto. Ogni singola storia di Julia, ogni sceneggiatura. Dove vengono scritti i dialoghi, dove vengono rilette le bozze, dove, alla fine, viene dato il via libera per la pubblicazione”.

Con una serialità che non conosce sosta, da vent’anni. Dodici numeri più uno speciale. Un lavoro duro. “Bisogna sempre essere preparati. Perché il tempo corre veloce e si rischia spesso di non arrivare all’appuntamento con le edicole”. Chi fa un lavoro creativo non timbra il cartellino, ma a volte è operativo ancor di più rispetto agli altri. “Sto in studio dieci ore al giorno - afferma il papà di Julia - ma poi le idee mi seguono sempre, anche quando vado a casa. Questo dialogo non funziona, questo potrei rifarlo… Meno male che ho una compagna che sa comprendermi. Una grande fortuna. Ho deciso di separare studio e abitazione perché altrimenti non avrei fatto più vita. Però io sono fatto così. Mi piace avere il controllo su tutto. Sulle scene, sui disegni, sul prodotto finale. Sono un perfezionista. Ogni albo deve essere al top. E, quando vedo un errore di stampa (ma succede rarissimamente, ndr), per me è una ferita al cuore. Julia è una piccola ‘azienda’ che dà lavoro a una quindicina di disegnatori ed è la terza pubblicazione più venduta da Bonelli, dopo calibri da novanta come Tex e Dylan Dog”.

Berardi, che è nato a Genova nella zona di San Martino, ha vissuto a Sampierdarena e da diversi anni è ‘nerviese’ d’azione, si definisce scherzando “un dittatore”. Chissà cosa ne pensano Maurizio Mantero e Lorenzo Calza, che da moltissimo tempo lavorano con lui su soggetti e sceneggiature.

Se c’è una caratteristica, negli albi di Julia, è che tutti, ma proprio tutti, portano la firma del suo creatore. E tutti hanno un inizio e una fine. Non ci sono cross-over da un mese all’altro. “Non mi piace l’idea di assentarmi. Lo hanno fatto alcuni colleghi con altri personaggi e il livello è palesemente sceso. Senza fare nomi. Per me è una forma di rispetto verso il lettore”.

Persone che, ogni mese, scrivono a Berardi centinaia di lettere. Lui cerca di rispondere a tutte, almeno in privato. Alcune invece diventano ‘pubbliche’, nel senso che vengono pubblicate su ‘La posta di Julia’, all’inizio di ogni numero mensile.

E in quello di ottobre, a pagina 4, non poteva mancare un omaggio a Genova, alla sua ferita più grande: il crollo del Ponte Morandi. Il disegnatore Luigi Copello ha realizzato una china molto toccante: Julia, con il viso segnato da una lacrima, abbraccia il suo amato Ettore Cambiaso, commissario della polizia genovese, davanti ai monconi del viadotto.

Un’immagine bellissima, nel suo dramma.

“E’ stato il mio modo di ricordare Genova e quanto successo. Magari in futuro farò accenno al Ponte Morandi all’interno di una storia. Anche se devo dire che non mi è mai piaciuto cavalcare l’onda del sensazionalismo. Sono un riflessivo, uno al quale serve tempo per elaborare, somatizzare”.

Che effetto le fa il crollo del Ponte?

“Io da ragazzo ho vissuto in quelle zone. Ricordo ancora l’indirizzo, via Caveri 1/17. Il ponte lo vedevo tutti i giorni. Faceva parte di noi, della nostra quotidianità. Ci eravamo abituati a convivere con il cemento sopra alla testa. Cinque piani a piedi di scale ripidissime, e chi se lo scorda quel periodo. Ho fatto le scuole medie da quelle parti. Ricordo abitanti piacevoli, gente operosa, tanti negozi. Oggi le cose sono un po’ cambiate. Quando, lo scorso 14 agosto, ho avuto notizia che era crollato il Ponte Morandi, ero fuori Genova in vacanza. Sono rimasto scioccato. Ho pensato: ecco l’ennesima sfortuna che va a colpire questa città. Mi è tornata alla mente l’alluvione del Settanta, quando ero andato a spalare il fango. Genova era di nuovo di fronte al dramma. La città paga una immensa sfortuna, ma anche anni di amministrazioni che non hanno realizzato quanto dovuto. E qui mi fermo. Quanto al ponte, è un simbolo della nostra società, del modo in cui stiamo vivendo”.

Si riferisce alle lacerazioni?

“Sì. Purtroppo viviamo in una società che continua a distruggere i ponti, nel senso delle relazioni tra i paesi, tra i vari stati. Le relazioni tra le persone. Questa moda del sovranismo non mi piace per nulla. Ognuno fa per sé per recuperare la propria dignità. Ma non funziona così. Il sano concetto dell’unione che fa la forza sembra essere andato in pensione. E’ un momento triste della storia dell’umanità. Una decadenza assoluta”.

Che cosa si potrebbe fare?

“Io credo che le persone di buon senso e moderate devono iniziare a recuperare, e far recuperare, gli aspetti culturali che ci uniscono. Bisogna lottare per questo e farlo in fretta. Ci sono personaggi come Putin e Trump che sono tutti intenti a disunire l’Europa. La gente non capisce. I motivi che ci uniscono sono molti di più di quelli che ci dividono. Per questo dico che il Ponte Morandi è un simbolo sanguinolento, crudele, feroce di dove stiamo andando. Serve una grande capacità di reagire. Il viadotto va ricostruito in tempi brevi, senza assistere a questi squallidi balletti di responsabilità. Senza colori politici”.

Tornando a Julia, si sarebbe aspettato di durare vent’anni?

“Per fortuna ho seguito il consiglio del ‘vecchio’ Sergio Bonelli. Quando mi disse che le storie andavano ambientate negli Stati Uniti. Julia gli piacque fin dall’inizio. L’idea era buona. Ci avevo messo quattro anni per creare questo personaggio. Dalla fine di Ken Parker, mi ci ero dedicato anima e corpo. Sergio aveva ragione quando diceva che, nel fumetto, gli italiani erano ‘esterofili’. Abituati com’erano a tutto quel cinema, a tutte quelle immagini che arrivavano dall’altro mondo”.

Così nacque Garden City, città molto simile a New York.

“Città molto simile a tante altre dell’America. Con le zone eleganti e con i ghetti. I grattacieli, le villette, le case popolari e i palazzi diroccati. Niente di molto diverso, se andiamo a vedere, neanche da Genova. Ma bisognava restare dall’altra parte dell’oceano”.

Che cosa ha fatto, nei quattro anni di preparazione?

“Ho letto molti libri sulla criminologia, visto moltissimi film. Sono tornato all’università a frequentare i corsi di criminologia, io che ho una laurea in lingue e letterature straniere. Ho buttato giù moltissime idee. Credo che uno scrittore, e un creativo in generale, non possa fare nulla senza avere una grande cultura. Senza aver prima letto, studiato, visto, sperimentato. E io sono proprio così. Ogni sera guardo un film. Leggo parecchi libri. Mi tengo informato con la lettura di almeno tre quotidiani ogni giorno”.

Internet lo usa?

“Molto per lavoro. Sia per le storie che per tenermi in contatto con disegnatori ed editore. Siamo una squadra con tredici disegnatori, più Mantero e Calza che sono con me da moltissimi anni. Alla casa editrice diamo sempre un prodotto finito, chiavi in mano. Lo devono praticamente stampare e pubblicare, e basta. E’ un impegno enorme. Ma solo così possiamo mantenere uno stile alto. Che è poi il vero ‘tocco’ di Julia. L’aspetto che tutti mi riconoscono”.

E i social network? Li usa?

“No, non sono iscritto a nessun social. La considero una perdita di tempo. Trovo che un operatore della comunicazione, o comunque un divulgatore culturale, debba stare un po’ dietro le quinte. A me piace così. La mania dell’io non mi appartiene. Faccio questo mestiere serenamente da oltre quarant’anni senza Facebook né altro. In fondo, sono un po’ come Julia, che non ha cellulare. Io ce l’ho da pochissimo tempo, solo perché me lo hanno regalato. Ma il numero l’ho dato a pochissimi. Ho bisogno di poter disporre del mio tempo libero senza scocciature. Su questo sono molto rigoroso”.

E come lo utilizza? Che cosa fa?

“Leggo, guardo film. Ascolto musica. Una grande passione giovanile che ho ritrovato negli ultimi tempi. Ho anche portato uno spettacolo in teatro, dedicato a Jimi Hendrix. S’intitola ‘Jimi Hendrix Revolution’. Ne ho curato la regia e recitato alcune parti. E’ andato in scena al Teatro della Luna di Milano ed è stato un gran successo. Mi aspettavo mezza sala, invece era completamente piena. Ora spero che gli agenti riescano a piazzarlo in qualche altra città”.

Musica, citazioni: Julia offre sempre mille spunti. Sui personaggi, invece, prevale la tradizione.

“Ormai ho un rapporto di questo tipo con i lettori. Suggerisco loro argomenti, do consigli e loro ne danno a me. Mi arrivano lettere dove dicono: ascolta questo disco, leggi questo libro. E’ un bel confronto. Quanto ai personaggi, è vero: se ci sono novità, vengono sempre introdotte in maniera lenta e graduale”.

Come Ettore Cambiaso.

“La più grossa novità degli ultimi tempi, direi. Anche se io avrei visto bene Julia con il tenente Alan Webb, lo confesso. Però poi, come tutti i figli, anche Julia ha preso la sua direzione”.

Parla dei personaggi come se fossero veri.

“Li sento veri, sono la mia famiglia di carta. Dopo tanti anni, non può che essere così. Li ho costruiti uno per uno. Ora camminano da soli. Li metto lì e le storie nascono, una dopo l’altra”.

Fa fatica a ispirarsi?

“No, ormai potrei tirar fuori una storia da qualsiasi cosa. Dalla sua penna, dal colletto della sua maglietta, da questa giornata piovosa. Ci vuole talento, ma anche saper poi scrivere”.

Le piacciono di più le storie d’azione o quelle introspettive?

“Direi le seconde. Il vero dramma è nella testa delle persone. Che cosa passa per il cervello di un assassino, quali dinamiche, quali storie si porta dietro. Sono sempre portato a capire, un po’ come Julia. Mentre il tenente Webb è per chiudere in galera e buttare la chiave, senza tanti approfondimenti. Invece è importante analizzare i fatti. Scandagliare le anime. Viviamo in un’epoca in cui la realtà supera di gran lunga la fantasia. Pensi alla giornalista bulgara, a cosa le hanno fatto. E’ una cosa agghiacciante”.

Sogna spesso? Ha incubi come Julia?

“Non ho incubi e quei sogni che faccio, non me li ricordo mai quando mi sveglio. Peccato, perché qualche cosa sarebbe anche buona. Ma niente, alla mattina non mi viene più in mente. Però sogno a occhi aperti, tutto il giorno. E’ il bello di fare un lavoro come il mio”.

 

Alberto Bruzzone