Innovazione - 12 marzo 2019, 14:00

La ricercatrice di IIT Maddalena Marini a Genova: "Possiamo eliminare i pregiudizi con le neuroscienze"

Ha presentato a Genova, durante lo scorso TedX, un sistema potenzialmente rivoluzionario, in grado di modificare, in meglio, la nostra società, partendo dall’eliminazione dei pregiudizi con le neuroscienze. Intervista a Maddalena Marini

Ha presentato a Genova, durante lo scorso TedX, un sistema potenzialmente rivoluzionario, in grado di modificare, in meglio, la nostra società, partendo dall’eliminazione dei pregiudizi. Perché “l'idea è quella di aspirare a una società che sia indirizzata al talento dei suoi cittadini e non alle loro caratteristiche sociali”.

Si tratta di Maddalena Marini, ricercatrice del Center for Translational Neurophysiology dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Ferrara e per il Project Implicit, organizzazione internazionale no-profit che studia la cognizione sociale implicita fondata dalle Università di Harvard, di Washighton e della Virginia, con l’obiettivo di far conoscere l’esistenza degli stereotipi sociali impliciti.

Quello che sta facendo Maddalena in IIT, però, è un ulteriore passo avanti: eliminare tali pregiudizi – che spesso non ci rendiamo conto di avere, ma che hanno conseguenze sul rapporto con gli altri e sulla nostra vita – attraverso la stimolazione cerebrale non invasiva. Insomma, le neuroscienze potrebbero essere uno strumento in grado di rendere la società migliore – ma solo se usato in modo corretto e senza cadere nelle mani sbagliate. 

E per chi ritiene di non aver pregiudizi, ma volesse mettersi alla prova, il test studiato da Harvard è disponibile a questo link: https://implicit.harvard.edu/implicit/italy/


Che cosa influenza, senza che ce ne rendiamo conto, le nostre valutazioni?

Il pregiudizio sembra sia determinato dall’unione di diversi fattori e non derivante da uno solo. Infatti ci portiamo dietro un bagaglio evolutivo, quindi legato al passato, risalente a quando si viveva ancora in tribù costituite da pochi individui simili e c’era l’esigenza di poter distinguere i membri del gruppo d’appartenenza da quello degli altri, visti come potenziali nemici. Questo rispecchia quella che è la base neuronale del nostro cervello, in quanto, appunto, abbiamo delle aree del cervello associate alle emozioni, come, per esempio, la paura. Le preferenze sociali, però, variano anche in base alla cultura d’appartenenza, quindi a seconda delle nazioni. Per esempio alcuni possono avere pregiudizi più forti rispetto al peso: ci sono Paesi come Usa e Messico in cui il preconcetto rispetto ai grassi è veramente forte, mentre in quelli Orientali, come in Cina e in India, questo non esiste: magro e grasso non fanno differenza per loro. Quindi l’apporto sociale è rilevante e il pregiudizio è, appunto la comunione tra la componente evoluzionistica e quella sociale.

In che cosa consiste il test d’associazione implicita?

In realtà il tema dei pregiudizi e degli stereotipi non è nuovo, si sa dai tempi antichi che abbiamo delle preferenze, ma in psicologia sociale è risaputo che quando si toccano argomenti sensibili, chiedendo a una persona che preferenza abbia, questa nega o non ritiene di aver pregiudizi. Quindi negli ultimi vent’anni si è cercato di creare degli strumenti che in modo indiretto misurassero il pregiudizio; non si tratta dei classici questionari, perché sono scritti in un modo che non va bene, in quanto fanno entrare in gioco diverse variabili, tra cui la desiderabilità sociale, volendo riportare l’immagine di sé che sia socialmente accettata e positiva. Lo strumento più diffuso in psicologia, invece, è il test di associazione implicita, che ci fa studiare e misurare i tempi di reazione: non posso avere controllo sui tempi di risposta, quindi così posso inserire l’associazione in modo automatico. In sostanza sono più veloce quando due concetti sono più legati nella mia mente che quando non lo sono; per esempio, se devo usare lo stesso tasto per associare l’immagine di donna al concetto di famiglia o di scienza, se nella mente ho già presente l’associazione con la famiglia e il pregiudizio secondo cui la donna non è portata quanto l’uomo per le materie scientifiche, assocerò più rapidamente l’immagine di donna alla famiglia.

Questo test si può usare anche in altri settori?

Ci sono diverse applicazioni, perché i test servono ad analizzare ciò che è contenuto nella tua mente. Magari perché ci sono cose che la persona non sa o che non vuol dire, per cui si può ricorrere al test in ambito giudiziario. In quello clinico, invece, può servire se il paziente è depresso e si sospetta che abbia pensieri suicidari, per cui, oltre ai questionari, che hanno sicuramente attendibilità, ma sono misure esplicite, si può usare lo strumento, che, appunto, può essere utile per capire le intenzioni della persona.

Perché hai pensato di usare la tecnica della stimolazione cerebrale?

Premessa: cosa vuol dire fare delle associazioni mentali? Che conseguenze si hanno? Sappiamo che purtroppo queste vanno a influire sul nostro comportamento e sulle decisioni che riguardano gli altri, quindi sulle interazioni con gli altri. Per esempio è scientificamente provato che il pregiudizio razziale influisce sulla decisione dei medici: quelli che hanno un forte pregiudizio su neri, tendono a raccomandare meno spesso trattamenti terapeutici per loro rispetto a quelli raccomandati per i bianchi. E sappiamo che nella selezione del personale si tende, in ambito scientifico, a preferire il candidato maschio al candidato femmina, perché la credenza è che le femmine non siano portate per l’ambito scientifico. Quindi esiste una forte relazione tra pregiudizio e comportamento. È scioccante pensare, poi, che questo vada a influire sulle mie stesse decisioni senza che io ne sia consapevole. Per esempio è stato condotto per 8 anni in 34 nazioni uno studio su donne e scienza e si è visto che in alcuni Paesi le ragazzine di 13-14 anni hanno avuto prestazioni inferiori rispetto ai maschi nei test standardizzati di matematica e nelle altre discipline scientifiche, perché, vivendo in una nazione dal forte pregiudizio, secondo cui la donna non può essere uno scienziato, la conseguenza è stata quella che ci hanno creduto e hanno dato risultati peggiori con prestazioni inferiori. Quindi le conseguenze del mio pregiudizio non ricadono solo sugli altri, ma potenzialmente sulla mia carriera e la mia vita futura. Scoperto questo, che è un problema serio, ci siamo chiesti come fare per cambiare tali pregiudizi e stereotipi. Un primo passo è la consapevolezza, cioè è far conoscere che tali pregiudizi esistono e possono influenzare il nostro comportamento e le nostre decisioni in modo inconsapevole, senza che noi ce ne possiamo rendere conto, ma non solo la ricerca in questo ambito è fondamentale . Questo non riguarda solo l’ambito scientifico: generalmente la ricerca passata si è focalizzata nel creare interventi rivolti a fornire informazioni contro lo stereotipo stesso, ad esempio presentando immagini o scenari raffiguranti le persone di colore come modelli positivi e persone bianche come modelli negativi. Questi esempi riguardano interventi mirati a creare una consapevolezza per ridurre i pregiudizi. Ho lavorato per 7 anni in Usa e ho potuto vedere che ci sono compagnie come Facebook e Google, ma anche il Dipartimento di Polizia di New York, che hanno creato dei corsi per i dipendenti, per informarli sui pregiudizi e creare consapevolezza. Però, dal momento che questi interventi producono risultati limitati, soprattutto a livello temporale, e quindi, mi sono chiesta, avendo conseguito il Dottorato in Neuroscienze, perché non adottare le tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva? Sono tecniche relativamente nuove nel campo dello studio del pregiudizio ma molto diffuse nell’ambito clinico per il trattamento di disturbi neurologici e psichiatrici. Il principio è che se sai quale area del cervello è coinvolta nella patologia, puoi interferire con l’attività corticale dell’area. Per esempio una malattia con sbilanciamento o mancata attivazione dell’area, può essere corretta. Quindi ho pensato di poterlo fare anche con i pregiudizi. C’è una base biologica forte per i pregiudizi, per cui se capiamo le aree specifiche del cervello coinvolte in queste associazioni, possiamo interferire e cambiare il pregiudizio e il tipo di associazioni.

Come funziona questa tecnica?

In realtà si tratta di una famiglia di tecniche, grazie a strumenti che inducono nel cervello piccole correnti elettriche e grazie ad altri che agiscono con impulsi magnetici. Nono sono tecniche invasive, non si immette niente nel cervello: è una specie di bobina o, in alcuni casi, di grandi elettrodi, che si appoggia allo scalpo e attraverso un principio elettrico o magnetico induco corrente o impulso magnetico in una particolare area del cervello che ho stabilito di interferire. Questo genera un cambiamento dell’attività corticale, cioè quella con cui il cervello controlla e regola il comportamento. Quindi puoi aumentare l’attività di un’area o diminuirla e di conseguenza produrre un cambiamento a livello comportamentale. Ad esempio se sappiamo che un’area quando ha uno stereotipo si attiva e quindi crea il pregiudizio, posso diminuire l’attività di quella parte e così diminuire anche il pregiudizio. Ci sono protocolli da seguire, e che la persona si sottoponga più volte al trattamento. Finora su chi è stato sperimentato? Stiamo facendo gli studi e sembra promettano bene. Alcuni studi già pubblicati da altri gruppi. Sono studenti volontari che di solito sono curiosi di capire come funzionano questi processi e vengono in laboratorio appositamente.

Quali tipologie di persone vorranno sottoporsi a questa tecnica per eliminare i propri pregiudizi?

Noi cerchiamo di rispondere a un’esigenza nata nella nostra società, anche se non diffusissima in Italia – al contrario, come ho detto, degli Usa, in cui tutti cercano di fare questo training anti pregiudizi. Noi cerchiamo di affiancarli, ci proponiamo come alternativa funzionante. Quindi possono volerlo usare nelle Università e nei luoghi di lavoro. Ma potrebbero volersi sottoporre anche le persone che esplicitamente dicono di aver certi principi morali, ma che possiedono, a livello inconscio, dei pregiudizi, e quindi non vogliono che il processo inconsapevole vada a influire sui loro comportamenti.

Mi sembra ci siano anche dei risvolti etici da dover considerare, se si crea uno strumento in grado di cambiare le credenze delle persone. O sbaglio?

E’ vero, si tratta di uno strumento che può cambiare le associazioni nella testa delle persone, ma noi, come scienziati, creiamo uno strumento che ha un utilizzo che conosciamo molto bene, anche se potenzialmente si può usare in altro modo. Per esempio: ho un coltello, che è utilissimo per tagliare il pane, ma anche per ammazzare. Quindi la scienza fornisce lo strumento con indicazione d’uso, sta poi alle persone usarlo in modo corretto. Lo stesso vale anche in medicina: abbiamo farmaci che influiscono su alcuni parametri del corpo, per esempio curando una malattia, ma potenzialmente col farmaco si possono creare anche i sintomi.

Non si aprono scenari un po’ inquietanti al pensiero che questo strumento possa cadere in mani sbagliate?

In stile Arancia Meccanica? Uso spesso questo esempio, perché il messaggio è in generale, in tutti gli ambiti, che la scienza ti dà un mezzo e poi ti indica come usarlo, ma poi siamo noi artifici del bene e del male della società. Lo scopo di questo approccio è quello di creare una società migliore. Una società libera da ogni potenziale pregiudizio, dove ciò che conta non siano le caratteristiche sociali dei suoi cittadini - come il genere, l’etnia, la religione - ma le loro potenzialità, capacità e talenti. Solo in questo modo potremmo aspirare al progresso.

Medea Garrone