Last Train Home - Diario di un Pendolare | 24 gennaio 2020, 17:00

Pendolari e C.T.: una convivenza non sempre facile

Io ne ho viste cose che voi occasionali fruitori dei servizi ferroviari non potreste immaginarvi...

Pendolari e C.T.: una convivenza non sempre facile

The Voice: Buongiorno Egomet. Vedo che non perde il “vizio” di utilizzare acronimi sul suo blog. Dopo i T.T, adesso i C.T.

Egomet: Eh sì. In effetti mancano solo gli E.T. e poi siamo a posto! D’altronde, per quello che è stata la mia esperienza di pendolare fino ad oggi, se mai un giorno vedessi apparire a bordo di uno dei nostri treni un E.T. non mi stupirei più di tanto.

The Voice: Addirittura? Va bene che dai suoi blog emergono situazioni e personaggi al limite del surreale ma non le sembra di esagerare un po’? Cosa può aver visto di così extra-terrestre?

Egomet: Io ne ho viste cose che voi occasionali fruitori dei servizi ferroviari non potreste immaginarvi. Treni merci in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia

The Voice: Ecco, ci mancava solo Blade Runner!

Egomet: Guardi che noi commuter appariamo simili agli umani ma in realtà siamo dei replicanti: androidi organici che sotto quell’apparenza umanoide celano, nemmeno troppo efficacemente a dire il vero, una natura extra-terrena.

The Voice: Ok ma adesso torniamo coi piedi sulla Terra e ci spieghi a cosa fa riferimento il titolo del blog odierno. A lei la parola, prego.

Egomet: La ringrazio.

Allora sul termine commuter credo che ormai tutti sappiano che è la versione inglese del termine pendolare. In inglese “suona” in modo decisamente smart ma, considerata la qualità media della vita di chi viaggia in treno tutti i giorni feriali per raggiungere il proprio posto di lavoro (e per rientrare la sera a casa), trascorrendo non poche ore sui convogli e non sempre in condizioni ottimali, mi sembra di poter dire che il vocabolo italiano renda molto meglio l’idea di ciò che viviamo quotidianamente. Il pendolamento infatti esprime perfettamente quella sorta di ripetitività, a volte anche angosciante, di situazioni niente affatto accattivanti. E in questa quotidiana esperienza il pendolare/commuter si relaziona con i capitreno – ecco qua i C.T. del titolo – anche se, più correttamente, si dovrebbe parlare di personale di bordo. In altre occasioni, su questo blog, ho fatto cenno a come il rapporto tra noi pendolari e i capitreno in questi ultimi anni sia decisamente migliorato. Io non viaggio da moltissimi anni ma neppure pochi (parliamo oramai del 2011) e ho potuto personalmente assistere ad una significativa evoluzione del livello di preparazione e di attenzione da parte loro alle esigenze (e necessità) dei passeggeri, sia occasionali che abituali. Peraltro con alcuni di essi si è instaurato un rapporto decisamente positivo tant’è che (come ho descritto nel blog dello scorso 22 novembre: “Martini Dry? Gin Fizz? Negroni? Sbagliato! È l’Aperi-Treno!”) quando io e i miei Compari organizziamo gli Aperi-Treno lo stesso personale di bordo non frappone alcun ostacolo perché questo piacevole rituale non arreca alcun disturbo agli altri passeggeri né tanto meno intralcia in alcun modo il lavoro dei capitreno medesimi, oltretutto provvedendo noi stessi (doverosamente) a rimettere in ordine l’angolo ristoro alla fine dell’evento. E più in generale tale empatia tra noi commuter e non pochi capitreno fa sì che essi vengano messi nelle condizioni di svolgere efficacemente il loro lavoro e che noi si possa viaggiare al meglio ricevendo, laddove necessario, la dovuta assistenza.

Ovviamente ci sono, come in tutte le categorie lavorative, delle eccezioni: in alcune circostanze, ancora oggi, ci confrontiamo con esponenti dell’azienda ferroviaria che, a seconda dei casi, tengono dei comportamenti caratterizzati o da imbarazzante sprovvedutezza oppure da irritante inadeguatezza: ciò può legittimamente provocare in chi viaggia un sentimento a volte anche di profonda irritazione nei confronti di persone peraltro decisamente ben retribuite e da parte delle quali ci si aspetta ragionevolmente un elevato standing di servizio. Non dimenticando, inoltre, che l’azienda Trenitalia S.p.A., essendo  partecipata al 100% da Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. che a sua volta è una società di proprietà del Ministero dell'Economia e delle Finanze, è di fatto totalmente a carico di tutti i contribuenti/cittadini italiani.

Ciò puntualizzato, occorre dire che il personale di bordo si trova non infrequentemente a dover gestire alcune situazioni critiche che accadono sui treni: malfunzionamento del materiale rotabile, problemi di linea, eventi di carattere non ordinario anche se non del tutto eccezionali (es: investimenti di persone sui binari o eventi atmosferici molto impattanti). In queste circostanze il passeggero dotato di buon senso non si aspetta che il C.T abbia la bacchetta magica per far funzionare tutto presto e bene, anche se va detto che non pochi viaggiatori, anche tra noi pendolari, pensano che il personale di bordo abbia tutti gli strumenti (e le competenze) per risolvere d’incanto i problemi. E qui si innesta, a mio avviso, un altro aspetto critico che è ascrivibile alle policy e alle procedure aziendali di Trenitalia che non contemplano, a fronte di criticità come quelle citate sopra, un sistema di informazione e di reale efficace assistenza all’utente. 

Tra i casi più emblematici faccio riferimento a quanto accadde lo scorso 21 ottobre allorquando, a causa dell’allagamento della sede ferroviaria tra Cassano Spinola ed Arquata Scrivia a seguito delle piogge torrenziali, si bloccò completamente la linea che collega il capoluogo lombardo con la Liguria. Infatti, una volta appurata la pressoché assoluta non percorribilità di quella tratta ferroviaria, per alcune ore ci fu una imbarazzante assenza di tempestive ed adeguate informative da parte di Trenitalia – sia dagli altoparlanti che da parte del personale presente - ai viaggiatori a bordo dei treni già partiti in direzione Genova e bloccati tra Voghera e Tortona nonché a quelli che raggiungevano le stazioni milanesi per salire sui convogli successivi.

Detto ciò, ribadisco che la vita del capotreno non è affatto semplice, in quanto deve far fronte a tutta una serie di incombenze obiettivamente non facilmente gestibili. Faccio riferimento in particolare al personale di bordo in servizio sui “treni di gran classe” (sì, insomma, gli InterCity) in quanto essi – parliamo di due persone che operano su otto carrozze – non devono solo controllare il regolare possesso dei documenti di viaggio da parte dei passeggeri ma devono altresì verificare il buon funzionamento del sistema centralizzato di chiusura delle porte – ebbene sì, sugli attuali convogli non bisogna dare per scontato che le porte si chiudano senza problemi – nonché quello del sistema di aerazione delle carrozze che non conosce praticamente mezze misure: o si schiatta dal freddo o si soffoca nel caldo torbido. Senza considerare che devono necessariamente monitorare, in costante contatto la sala operativa centrale, l’andamento della circolazione sulla tratta che il treno sta percorrendo in considerazione dei purtroppo sistematici e ricorrenti problemi dovuti al sovraffollamento di tracce che affliggono soprattutto la tratta Milano-Pavia-Voghera (a tale ultimo proposito rimando a quanto illustrato nel blog del 6 dicembre “Lascia o raddoppia? Quadruplica!”).

A fronte di tutte queste impegnative e complesse incombenze – che richiedono competenze tecniche non sempre coerenti con le attività cui il personale di bordo deve attendere  – i capitreno sono poi chiamati ad una non banale interrelazione con i passeggeri tra i quali non raramente troviamo personaggi di assai problematica gestione. E qui mi ricollego ai purtroppo numerosi fatti di cronaca che vedono i capitreno, loro malgrado, protagonisti di situazioni veramente difficili per non dire a volte drammatiche. Il più recente ha visto una capotreno di 25 anni in servizio su un convoglio che nei pressi di Seregno (in Brianza), accortasi che un uomo un italiano di mezza età indecentemente sdraiato occupava diversi posti a sedere, lo ha invitato a sedersi normalmente chiedendogli nel contempo il biglietto: il soggetto in questione, essendone sprovvisto, ha pensato “bene” di aggredire coi pugni la donna e alla fermata successiva è sceso velocemente dileguandosi poi in stazione. La cosa più avvilente, per non dire vergognosa, è stata che tutto ciò è avvenuto tra l'indifferenza dei viaggiatori presenti e che nessuno è intervenuto per difenderla.

Ora, a parte questi casi più gravi, fortunatamente sporadici ma tutt’altro che eccezionali, il personale di bordo si trova poi a dover affrontare quotidianamente passeggeri problematici, più che altro da un punto di vista psicologico (qualcuno potrebbe dire anche psichiatrico). E qui va detto che il campionario umano, che offre in particolare la categoria dei pendolari, è variegato e sempre in grado di fornire elementi molto interessanti di approfondimento antropologico e, perché no, letterario.

Ricollegandomi alla parte iniziale del blog odierno penso che se Philip K. Dick (per chi non lo sapesse, l’autore del romanzo “Il cacciatore di androididal quale il famoso regista Ridley Scott trasse liberamente ispirazione per uno dei migliori film di fantascienza di sempre ossia “Blade Runner”) avesse avuto la sventura di fare il pendolare sulla Genova-Milano, avrebbe potuto trarre degli spunti molto suggestivi per le sue visionarie narrazioni perché, oltre alle macro-categorie di pendolari già citate nella puntata “Uno, nessuno, centomila. Facciamo quattrocento, circa”, tra noi commuter ci sono degli esemplari veramente meritevoli di un’accurata analisi e descrizione in quanto essi trasmettono, analogamente ai personaggi del film (e del romanzo), una sensazione di inquietante paranoia.

Vedremo: non ho certo la capacità narrativa del grande scrittore americano ma tenterò nei prossimi blog di farvi conoscere meglio questi androidi… pardòn, soggetti.

 

Egomet

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Mi chiamo Andrea Di Cesare, sono nato a Genova, dove vivo, anche se dal 2002 lavoro a Milano e dal 2011 ho iniziato la mia esperienza di pendolare tra Genova e Milano viaggiando tutti i giorni lavorativi in treno sul quale trascorro mediamente tra le 3 e le 4 ore circa.

La vita del pendolare in Italia non è affatto semplice: viaggiare quotidianamente in treno per raggiungere il tuo posto di lavoro, peraltro con frequenti ritardi e disagi di varia natura, sottrae molto tempo alla giornata e spesso ti ritrovi a pensare a come potresti impiegare in modo più gratificante tutte quelle ore trascorse sul treno. E proprio le problematicità che caratterizzano il trasporto su rotaia dei pendolari in generale, e in particolare sulla tratta Genova-Milano, mi hanno portato ad accogliere, circa due anni fa, l’invito di un caro amico ad entrare, con il ruolo di portavoce, nel Comitato Pendolari “GenovaMilano-Newsletter”, convinto del fatto che difendere e tutelare i propri diritti di cittadino e di utente implica, nei limiti delle proprie possibilità, un impegno concreto.

 “Il Diario di un Pendolare” vuole essere un modo per raccontare, anche con un briciolo di piacevolezza, le esperienze di chi utilizza tutti i giorni il treno per recarsi al lavoro, offrendo al contempo spunti di riflessione su un fenomeno importante quale è quello del pendolarismo ferroviario.

Per qualunque domanda e segnalazione relative alle tematiche del pendolarismo sulla tratta Genova-Milano potete scrivere al seguente indirizzo mail: newsletter@genovamilano.it

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