Last Train Home - Diario di un Pendolare | 27 marzo 2020, 18:00

Coronavirus: 'The day after tomorrow'

Gli scenari sono estremamente negativi e c’è veramente il rischio che la vita di moltissime persone, anche una volta che sarà stato debellato il virus, sia irrimediabilmente compromessa in termini di benessere materiale e morale

Coronavirus: 'The day after tomorrow'

E’ passato poco più di un mese da quando è esploso in Italia il focolaio del COVID-19 e giusto all’inizio di questa settimana è stato dimesso il c.d. “paziente 1” ossia il 38enne al quale, grazie all’intuizione di una dottoressa dell’Ospedale di Codogno, fu diagnosticato la positività al virus. Eppure, in questo relativamente breve periodo di tempo, è letteralmente cambiato il mondo: la pandemia in corso sta mettendo a serio repentaglio non solo la salute di moltissimi abitanti di questo Pianeta ma altresì quella delle economie di molti paesi, sia europei che degli altri continenti (in primi gli U.S.A.).

Sicuramente ad oggi (27 marzo 2020) l’obiettivo prioritario è quello di uscire quanto prima dall’emergenza – anche se realisticamente ci vorranno ancora alcuni mesi - sperando di superare completamente questa fase drammatica e cercando di limitare i danni, sia per quanto riguarda la salute delle persone sia per quelle che saranno le pesanti ricadute dal punto di vista economico e sociale. Gli scenari in quest’ultimo caso sono estremamente negativi e c’è veramente il rischio che la vita di moltissime persone, anche una volta che sarà stato debellato il virus, sia irrimediabilmente compromessa in termini di benessere materiale e morale.

"Sarà poi importantissimo, per non dire fondamentale, che le istituzioni dei singoli Stati mondiali e gli Organismi internazionali, a crisi pandemica superata, facciano chiarezza assoluta sulle cause di quanto accaduto e garantiscano la popolazione mondiale che ci si doterà degli strumenti di prevenzione e di intervento più adeguati a far fronte a situazioni così impattanti. Le ragioni di perché sia accaduto un fatto così devastante su scala mondiale sono tutt’ora oggetto di analisi e discussioni a vari livelli: istituzionale, scientifico, mediatico, sociale".

Ci sono anche quelli che ritengono che il virus non è una creatura esclusiva della natura ma che esso sia stato “creato” in qualche laboratorio chimico governativo (cinese? statunitense?) e che magari qualche potere occulto se ne sia servito subdolamente per un proprio tornaconto politico-finanziario. Le possiamo rubricare come “fake-news”? Probabilmente sì ma ciò non toglie il fatto che, al di là di quelle che possono essere le tesi sostenute dai c.d. “complottisti”, agli interrogativi che la popolazione mondiale si pone dovranno essere date dai governanti risposte chiare ed inequivocabili. Ciò avverrà? Lo auspico vivamente ma ho i miei dubbi e in tal senso condivido alcune delle considerazioni che ha fatto il giornalista Federico Rampini. In particolare: “Sotto la pressione emotiva dello shock si tende a esagerare l’impatto rivoluzionario di una crisi, si afferma che nulla sarà più come prima, si sottovalutano le resilienze nascoste nelle pieghe della società, dell’economia.” e ancora “Le crisi, anche le più spaventose, raramente ci insegnano una lezione. Perché la stragrande maggioranza di noi reagisce a una crisi rifugiandosi nei propri pregiudizi e stereotipi, nelle proprie certezze ideologiche. Si arrocca, cerca consolazione nella conferma di ciò che già pensava prima dello shock. Sta accadendo anche con il coronavirus.”

E se le perplessità che ci possa essere un domani un concreto cambio di rotta sono parecchie sul versante politico-istituzionale e socio-economico, non sono meno consistenti sul versante della sfera privata di tutti, e di noi italiani in particolare. Non sono così convinto, come scrissi nel post del 6 marzo scorso ("A Map of the World": la globalizzazione ai tempi del Coronavirus”), che ciò che sta accadendo possa realmente cambiare il modo di concepire la propria esistenza da parte di molti esseri umani, gli italiani in particolare, e il loro modo di relazionarsi col prossimo nonché, più in generale, col mondo che li circonda: anche in situazioni drammatiche come quelle che stiamo vivendo non vengono meno, purtroppo, certe cattive abitudini di molti italiani, improntate al “furbismo” (gli esempi in tal senso sono numerosi). Però è anche vero che vi sono numerosissime testimonianze di nostri concittadini che stanno dando una dimostrazione di grandissimo altruismo e abnegazione e ciò fa sperare che, una volta superata lo stato di emergenza, il rientro alla “normalità” sia altresì contrassegnato dalla crescita del comune senso civico e dell’importanza del benessere comune.

Venendo alla mia sfera personale, si sta concludendo la mia terza settimana di clausura forzata, così come d’altronde sta accadendo ai miei colleghi nonché a tantissimi lavoratori italiani. Poiché la normalizzazione della situazione non sembra proprio dietro l’angolo, si può ragionevolmente prevedere che questo modo di vivere (e di lavorare) continuerà per ancora altre settimane e quindi credo proprio che questo blog dovrà essere ridenominato “The Crown’s Virus – Diario di un recluso”.

Battute a parte, stando necessariamente chiuso in casa si possono riscoprire o anche semplicemente avere più tempo da dedicare a certe piacevoli attività come la lettura di un buon libro o la visione di un film o l’ascolto rilassato della propria musica preferita. E per quanto molte persone si lamentino di questa clausura forzata, io penso che chi, come me, può lavorare in smartworking può considerarsi veramente fortunato soprattutto se raffrontiamo la nostra condizione a quella di coloro (personale sanitario, forze dell’ordine, addetti e operai di servizi e di settori produttivi che non possono essere fermati) che vivono una situazione di costante pericolo. Se vogliamo veramente individuare un aspetto secondo me non particolarmente apprezzabile di questa reclusione di massa, io lo trovo piuttosto in quella tendenza, già molto presente nei momenti “normali” della nostra vita, ossia quella di “socializzare” tutto quanto appartiene anche alla parte più interiore di ognuno di noi: così si corre spesso il rischio di banalizzare, per questa sconsiderata mania di essere smart e sintetici, pensieri e sentimenti che invece hanno una loro profondità e che meriterebbero di essere vissuti nella vita reale. Per fare un esempio il famoso slogan “andrà tutto bene”, se da un lato è assolutamente apprezzabile perché rappresenta il desiderio di ognuno di noi di non farsi deprimere da questa pesantissima vicenda ed esprime la necessità di dare conforto ai tanti bambini costretti a rimanere in casa, dall’altro a volte porta a ridimensionare la drammaticità dell’esperienza che migliaia e migliaia di nostri concittadini stanno vivendo o hanno vissuto e ad essi, malati o parenti di persone decedute, sentir dire che tutto andrà bene suona quasi come una sorta di presa in giro. Certo è fondamentale non farsi sopraffare dal pessimismo e di guardare comunque al domani con una ragionevole positività. E’ indiscutibile che quando esco per andare a fare la spesa o per compare dei farmaci, il fatto di vedere le strade praticamente deserte, a tratti mi può anche apparire piacevole a fronte delle giornate di vita “ordinaria, caratterizzate da tanto traffico e da sovraffollamenti a volte fastidiosi. Ma è una “piacevolezza” effimera, che non appartiene alla mia natura e al mio carattere e spesso provo invece sensazioni pesanti e surreali come mai mi è capitato nella mia vita e che forse ho vagamente provato guardando certi film di fantascienza: scenari da “The Day After Tomorrow” mi trasmettono addosso una profonda cupezza. E allora in questi momenti, guardando il cielo luminoso e il sole splendente che in questo inizio di primavera sembrano volerti strappare un sorriso, voglio pensare che “The Day After Tomorrow” simboleggi piuttosto la speranza che a partire da domani il futuro, il mio e quello di tantissime altre persone su questa Terra, ci offra scenari più positivi e sereni.



Egomet

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Mi chiamo Andrea Di Cesare, sono nato a Genova, dove vivo, anche se dal 2002 lavoro a Milano e dal 2011 ho iniziato la mia esperienza di pendolare tra Genova e Milano viaggiando tutti i giorni lavorativi in treno sul quale trascorro mediamente tra le 3 e le 4 ore circa.

La vita del pendolare in Italia non è affatto semplice: viaggiare quotidianamente in treno per raggiungere il tuo posto di lavoro, peraltro con frequenti ritardi e disagi di varia natura, sottrae molto tempo alla giornata e spesso ti ritrovi a pensare a come potresti impiegare in modo più gratificante tutte quelle ore trascorse sul treno. E proprio le problematicità che caratterizzano il trasporto su rotaia dei pendolari in generale, e in particolare sulla tratta Genova-Milano, mi hanno portato ad accogliere, circa due anni fa, l’invito di un caro amico ad entrare, con il ruolo di portavoce, nel Comitato Pendolari “GenovaMilano-Newsletter”, convinto del fatto che difendere e tutelare i propri diritti di cittadino e di utente implica, nei limiti delle proprie possibilità, un impegno concreto.

 “Il Diario di un Pendolare” vuole essere un modo per raccontare, anche con un briciolo di piacevolezza, le esperienze di chi utilizza tutti i giorni il treno per recarsi al lavoro, offrendo al contempo spunti di riflessione su un fenomeno importante quale è quello del pendolarismo ferroviario.

Per qualunque domanda e segnalazione relative alle tematiche del pendolarismo sulla tratta Genova-Milano potete scrivere al seguente indirizzo mail: newsletter@genovamilano.it

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