Vuxe de Zena di Zenet | 12 aprile 2020, 14:00

Speranza... il solo bene che è comune a tutti gli uomini

“La speranza è l’ultima a morire”, o “finché c’è vita c’è speranza”, sono solo due dei tanti proverbi che inneggiano alla speranza. Ma è poi proprio così?

Speranza... il solo bene che è comune a tutti gli uomini

“La speranza è l’ultima a morire”, o “finché c’è vita c’è speranza”, sono solo due dei tanti proverbi che inneggiano alla speranza. Ma è poi proprio così? Nel concreto, nella vita di tutti i giorni sembra un concetto astratto, distante e inarrivabile.

Molti poeti, scrittori e letterati hanno sviscerato questo tema, ognuno con il suo sguardo personale, dettato dalle proprie esperienze.

In particolare quattro autori ottocenteschi, provenienti da luoghi diversi, hanno espresso il loro pensiero, attraverso i versi delle loro poesie.

Partendo da Tagore, poeta indiano, che nella sua poesia “cogli questo piccolo fiore”, già dal titolo ammonisce il lettore affinchè non perda l’occasione di sperare.

Tagore ha chiarissima l’immagine greca, dove la fortuna, ovvero il caso, era rappresenta come un fanciullo con gli occhi coperti e un solo ciuffo di capelli, che correva all’impazzata su una ruota.

Si ha una sola occasione per acchiappare il ragazzo, prendendolo per il ciuffo, se lo manchi sei finito.

Tagore ha chiarissima questa idea e con la forza della sua poesia lancia un grido, così che tutti leggendola, si rendano conto di quanto sia fugace il tempo; e sperando, se si ha la volontà, si possono cambiare le cose, con la possibilità di vivere soddisfatti, realizzati e felici. Se invece ci si rassegna, si muore.

Una ventina d’anni dopo Tagore, ecco che un altro poeta, Fernando Pessoa, questa volta proveniente dal Portogallo, propone una visione completamente diversa.

Nella sua composizione “amo tutto ciò che è stato” Pessoa elenca ciò che ha vissuto nella sua vita, momenti tristi e felici, gioie e dolori. Il poeta sottolinea, delicatamente, l’amore per il suo passato, sia ricordi bui che ricordi allegri, indistintamente. Questo amore esce dai suoi versi, ciò che è stato è ciò che gli ha dato un’identità, la possibilità di avere un futuro.

L’ultimo verso recita infatti: “oggi è già un altro giorno”. Oggi. Non domani, oggi.

I suoi ricordi lo aiutano a risvegliarsi dal torpore e a puntare gli occhi sul presente da vivere.

Si rialza con allegria ma soprattutto con speranza.

Poi c’è Enry Wadsworth Longfellow, che non solo fu un grande attivista per l’abolizione della schiavitù americana e primo traduttore della Divina Commedia in inglese, ma fu anche poeta e come tale diede la sua opinione sul valore della speranza.

Nella sua poesia “giorno di pioggia” lui esprime innanzitutto negatività, il tono è cupo, pesante e lento. I primi dieci versi sono solo un unico lamento alla vita, poi all’undicesimo verso cambia direzione, con un imperativo: “Fermati, cuore triste!”… e tutto cambia. La poesia viene completamente rovesciata, nasce la consapevolezza che i momenti bui sono necessari per l’esistenza di quelli felici. Dietro le nuvole il sole continua a splendere.

A questo punto la visione di una donna è d’obbligo.

Chi meglio di Emily Dickinson?

Lei ha una visione completamente diversa, nella sua poesia “La speranza” paragona la speranza ad un essere piumato che canta una melodia senza parole e può essere destabilizzato solo da un dolore molto intenso.

Termina la sua poesia scrivendo che questo uccellino non le ha mai chiesto niente, ma le è stato vicino sempre, anche nelle necessità.

Tanti modi quindi di intendere la speranza, questa fiduciosa attesa per un bene futuro, che come disse Talete “… è il solo bene che è comune a tutti gli uomini, e anche a coloro che non hanno più nulla la possiedono ancora”.

 

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Zenet / Paola Garetti

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