Last Train Home - Diario di un Pendolare | 24 aprile 2020, 17:00

Coronavirus: "The NeverEnding Story"?

Seppure concentrata in poche settimane, la discussione in corso su quando e come poter uscire dalla situazione di emergenza e di lockdown sta diventando veramente una “storia senza fine”, a volte snervante

Coronavirus: "The NeverEnding Story"?

Prosegue in questi giorni, anzi, si è ulteriormente intensificato dibattito pubblico sulla possibile chiusura della Fase 1 e sull’avvio della Fase 2. Ed è arrivato ad un livello tale che mi pare che siamo tutti un po’ “sfasati”.  Sì, seppure concentrata in poche settimane, la discussione in corso su quando e come poter uscire dalla situazione di emergenza e di lockdown sta diventando veramente una “storia senza fine”, a volte snervante. Sì, perché se è vero che non si possono non affrontare a vari livelli – politico-istituzionale, economico-sociale, culturale e mediatico – questi argomenti così complessi e problematici, ci mancherebbe, è altresì vero che troppo spesso, almeno per quanto riguarda il panorama italico, si accavallano discorsi, analisi, dibattiti, polemiche, etc che creano un vortice mentale quasi frastornante.

Ad oggi mi pare di poter dire che in tutta questa vicenda vi sono pochissime certezze e questo non fa che aumentare quello stato spesso confusionale che coinvolge praticamente tutti, e non solo in Italia.

Tra queste poche certezze la prima è che tale virus sta impattando pesantemente - e continuerà ad incidere ancora a lungo – su molti aspetti della nostra vita, quelli della salute e dell’economia in particolare. Metto insieme i due profili anche se potrebbe apparire incongruo per non dire irriguardoso nei confronti delle migliaia di vittime (e dei loro cari) nonché di tutti coloro che si stanno letteralmente sacrificando per salvaguardare la salute fisica del prossimo (il personale sanitario in primis ma anche le forze dell’ordine così come quei lavoratori che, operando in settori fondamentali della produzione e dei servizi, non possono stare fermi a casa e affrontano loro malgrado situazioni molto rischiose). Ma è indiscutibile il fatto che il COVID19 sta letteralmente falcidiando tutta una serie di attività lavorative sulle quali si fonda, volenti o nolenti, la ragione stessa di poter vivere da parte di tantissime persone. Questo virus è così perfido, oltre che devastante, che può portare non poche persone invischiate nella attuale crisi economica a pensare: “Ok, magari ne esco sano e salvo ma domani, io, di che cosa camperò? Dovrò rimpiangere di non essere morto di Coronavirus invece di continuare a vivere elemosinando?”

Un’altra certezza è che il virus ha colto alla sprovvista gran parte degli abitanti del pianeta Terra ma non parliamo solo della gente comune ma anche di molti esponenti di quelle istituzioni ed organizzazioni che, in considerazione delle responsabilità delle quali sono investiti e degli strumenti conoscitivi di cui sono dotati, non possono ora affermare che un fenomeno del genere era del tutto imprevedibile. Non stiamo parlando di un meteorite proveniente dallo spazio che improvvisamente si è abbattuto sul nostro Pianeta ma di uno di quei microrganismi piccolissimi che per vivere e riprodursi hanno bisogno di una cellula, detta anche ospite, che può essere di origine batterica, vegetale o animale: ebbene, tutto ciò è o non è parte integrante del mondo naturale di cui noi stessi esseri umani facciamo parte? Il fatto è che troppo spesso si sottovalutano fenomeni del genere supponendo che nella società contemporanea, iper-tecnologica, tutto sia monitorabile e gestibile. Trarre qualche insegnamento da questa vicenda per rivedere le nostre inossidabili “certezze” esistenziali potrebbe essere sicuramente uno dei risvolti positivi del “Coronavirus”.

Se parliamo, invece, di ciò che è stato poco chiaro in questa vicenda – e che probabilmente continuerà ad esserlo per molto tempo – gli spunti non mancano, a partire da ciò che effettivamente ha fatto sì che questo virus esplodesse in maniera così dirompente in tutto il mondo dando vita ad una pandemia devastante. Qui ribadisco quanto da me sostenuto nei precedenti post relativi al “Coronavirus” ossia il fatto che la Cina avrebbe dovuto essere - e comunque dovrà esserlo assolutamente nel prossimo futuro - molto più trasparente spiegando alla collettività mondiale le cause effettive di questa pandemia dando conto altresì dell’oggettivo ritardo nel divulgare ciò che stava accadendo sul loro territorio nonché dei dati relativi alle effettive conseguenze del virus sulla popolazione, cinese e non. Faccio solo presente che al 23 aprile gli ultimi dati ufficiali comunicati all’OMS dalle Autorità cinesi attesterebbero che in Cina vi sono 84.288 casi confermati clinicamente e in laboratorio e 4.642 morti (quest’ultimo dato è aggiornato al 22 aprile): questi numeri vi sembrano mai credibili in uno Stato che ha 1miliardo e 319 milioni di abitanti e che per settimane, dopo l’esplosione del virus a Whuan e dintorni, ha comunque consentito la libera movimentazione delle persone fin dal mese di dicembre??

Passando, invece, agli aspetti che riguardano un po’ più da vicino la mia vita da pendolare – ad oggi assolutamente virtuale visto il mio status attuale di smart-worker – l’approssimarsi della c.d. “Fase 2” determina la necessità che gli Enti pubblici e le aziende di trasporto condividano e definiscano quanto prima le modalità più opportune per consentire agli utenti di viaggiare in sicurezza e con un numero ragionevolmente significativo di soluzioni di viaggio. Certamente sarà essenziale che, come da me scritto nel post del 17 aprile scorso (“Coronavirus: Emergency On Planet Earth"), vengano rivisti e rimodulati alcuni dei parametri fondamentali del mondo del lavoro odierno a partire dall’orario di apertura sia di aziende che di attività commerciali per arrivare, laddove applicabile ovviamente, ad incrementare forme alternative rispetto allo svolgimento dell’attività lavorativa solo mediante presenza fisica e quindi parliamo dello smartworking.

 

Con specifico riferimento al trasporto su rotaia il Comitato di cui faccio si sta attivando affinché vengano definiti specifici protocolli e adottate, fin dal 4 maggio – data di presumibile allentamento del lockdown – una serie di misure tali da consentire di soddisfare adeguatamente le esigenze di coloro che si debbono muovere per esigenze lavorative o comunque per necessità oggettive rispettando gli standard di sicurezza.

 

In particolare riteniamo che sia necessario prevedere queste misure:

1.      aumento delle composizioni di 1 o 2 carrozze dei treni maggiormente frequentati

2.      accesso ai convogli consentito solo previa prenotazione (obbligatoria, e gratuita per gli abbonati attraverso i carnet) del posto a sedere. Ora, se questo è facilmente gestibile fin da adesso per quello che concerne gli Intercity, certamente non lo è per i treni Regionali per i quali riteniamo fondamentale, per la salvaguardia della salute di tutti, che si adotti la numerazione dei posti a sedere (ridotti ovviamente rispetto a quelli materialmente disponibili) introducendo, con app e sistema ad hoc sul sito di Trenitalia, la prenotazione obbligatoria. Solo così si potrà viaggiare effettivamente in sicurezza.

3.      obbligo di utilizzo di mascherine e qui sarebbe auspicabile la vendita di mascherine a prezzo calmierato presso tutte le stazioni o, meglio ancora, messe gratuitamente a disposizione dei viaggiatori.

4.      sanzioni amministrative di importo equiparato alle attuali previste per uscite non autorizzate (dai 400 euro in su) per chi tenta di accedere ai treni Intercity o Regionali senza prenotazione del posto.

5.      adozione da parte della Protezione Aziendale FS - coadiuvata da Polfer, Carabinieri, Polizia Locale, Protezione Civile - di sistemi di accesso, almeno nelle stazioni più grandi, tali da consentire un check di coloro che hanno un valido titolo di viaggio e la relativa prenotazione del posto a sedere.

6.      dispenser di gel igienizzante presso tutti i vestiboli delle carrozze impiegate.

Speriamo che queste proposte vengano recepite perché riteniamo che se così accadesse il ritorno alla (semi)normalità in un settore così cruciale come quello dei trasporti potrebbe essere meno problematico. Da questa dolorosa e pesante vicenda del COVID19 non ne usciremo presto, questo è indiscutibile, ma facciamo in modo che non diventi veramente una NeverEnding Story e che riusciamo a rivivere situazioni più gratificanti, magari sulle note della bella canzone di Limahl.

Correva il 1984… Bei tempi!

 

Egomet

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Mi chiamo Andrea Di Cesare, sono nato a Genova, dove vivo, anche se dal 2002 lavoro a Milano e dal 2011 ho iniziato la mia esperienza di pendolare tra Genova e Milano viaggiando tutti i giorni lavorativi in treno sul quale trascorro mediamente tra le 3 e le 4 ore circa.

La vita del pendolare in Italia non è affatto semplice: viaggiare quotidianamente in treno per raggiungere il tuo posto di lavoro, peraltro con frequenti ritardi e disagi di varia natura, sottrae molto tempo alla giornata e spesso ti ritrovi a pensare a come potresti impiegare in modo più gratificante tutte quelle ore trascorse sul treno. E proprio le problematicità che caratterizzano il trasporto su rotaia dei pendolari in generale, e in particolare sulla tratta Genova-Milano, mi hanno portato ad accogliere, circa due anni fa, l’invito di un caro amico ad entrare, con il ruolo di portavoce, nel Comitato Pendolari “GenovaMilano-Newsletter”, convinto del fatto che difendere e tutelare i propri diritti di cittadino e di utente implica, nei limiti delle proprie possibilità, un impegno concreto.

 “Il Diario di un Pendolare” vuole essere un modo per raccontare, anche con un briciolo di piacevolezza, le esperienze di chi utilizza tutti i giorni il treno per recarsi al lavoro, offrendo al contempo spunti di riflessione su un fenomeno importante quale è quello del pendolarismo ferroviario.

Per qualunque domanda e segnalazione relative alle tematiche del pendolarismo sulla tratta Genova-Milano potete scrivere al seguente indirizzo mail: newsletter@genovamilano.it

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