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Politica | 01 maggio 2020, 08:30

Mes, Corona Bond e Recovery Fund. Cosa sta facendo l'Europa per l'Italia ferita dal Covid-19?

Abbiamo deciso di chiedere a Massimo Gaudina, capo della Rappresentanza della Commissione europea a Milano, quali siano le politiche che l'Ue ha deciso di mettere in campo a favore dei paesi più colpiti dal coronavirus

Mes, Corona Bond e Recovery Fund. Cosa sta facendo l'Europa per l'Italia ferita dal Covid-19?

L’Unione Europea sta davvero lasciando l’Italia da sola di fronte all’emergenza coronavirus? Quali sono le azioni messe in campo e in che misura possono aiutare l’Italia a risollevarsi dal disastro economico in atto? Cosa sono e quali differenze esistono tra Mes, Corona Bond e Recovery Fund? Queste le domande di fondo a cui abbiamo cercato di dare risposta intervistando Massimo Gaudina, capo della Rappresentanza della Commissione europea a Milano, il cui cursus honorum all’interno delle istituzioni dell’Unione è iniziato nel lontano 1994. 

In cosa consiste la carica che lei ricopre per la Commissione europea? 

Io sono portavoce e rappresentante della Commissione nel nord Italia. La Rappresentanza della Commissione a Milano ha soprattutto il compito di comunicare l’Europa sul territorio: per fare questo lavoriamo con i media, con le università, con le scuole, con gli enti locali, con la rete Europe Direct, compreso l'ufficio di Genova. 

Cosa sono il Mes e i Corona Bond? 

I Corona Bond dovrebbero essere titoli emessi da istituzioni comunitarie, o da Paesi UE con garanzia comune, per finanziare degli investimenti di tipo europeo sui territori. Il Mes invece è un meccanismo gestito dai paesi, e non da Bruxelles, che è stato utilizzato in passato in Grecia o altri paesi come l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna. Va sottolineato però come il Mes che sarà disponibile per la questione coronavirus funzionerà in maniera completamente diversa dal passato, perché si parla di un prestito per affrontare l’emergenza sanitaria e tutti i costi legati direttamente e indirettamente all’epidemia. Il prestito sarà concesso senza condizioni, per cui non ci sarà una “troika” che dirà all’Italia cosa deve fare, ma durata e interessi sono ancora da stabilire  L'Italia potrà decidere se utilizzare o meno questo strumento, per cui sono previsti in totale 240 miliardi di euro.  

Il dibattito europeo sui Corona Bond si è incagliato a causa della frattura fra paesi del nord, contrari alla creazione di questo strumento finanziario, e paesi del sud Europa. Uno spiraglio, nella trattativa sulle strategie comunitarie per aiutare i paesi maggiormente afflitti dall’epidemia, sembra però essersi aperto con la comparsa nella discussione del cosiddetto Recovery Fund. Di cosa si tratta e cosa c’è di diverso rispetto ai Corona Bond? 

Tutti i 27 paesi si sono messi d’accordo sul principio che deve sottostare a questo Recovery Fund, ovvero titoli emessi dalle istituzioni europee. Capire precisamente le differenze non è ancora possibile, visto che i dettagli della misura devono ancora essere negoziati. Tra qualche giorno, intorno a metà maggio,  la Commissione pubblicherà la sua proposta ufficiale. Si vedrà allora quanti fondi sono previsti e a quali tassi di interesse, e come saranno attribuite queste risorse. La cabina di regia resta in entrambi i casi la Commissione, ma restano da capire le modalità di gestione delle risorse. Possiamo dire che oggi abbiamo l’accordo sul senso del Recovery Fund, anche se non sappiamo ancora come verrà impiegata la cifra che si intende mobilitare. 

L’impressione è che sullo strumento comunitario per garantire investimenti si sia assistito allo stesso avanti e indietro che aveva caratterizzato le posizioni della Commissione europea all’alba della pandemia, quando la stessa presidente Von der Leyen si era espressa contro i Corona Bond, salvo poi tornare sui suoi passi e ammettere un certo ritardo dell’Europa nel capire la reale portata della crisi. E’ così?

La Commissione europea ha capito la gravità della situazione italiana fin da subito, tant’è vero che due giorni dopo l’emergenza di Lodi e di Codogno sono arrivati in Italia gli esperti europei sulla gestione delle malattie, ed è arrivata anche la commissaria europea per la salute, la cipriota Kyriakides, proprio per incontrare le autorità italiane e fornire una prima assistenza. Poi sono seguite altre azioni, ma sul campo economico abbiamo scontato le limitate risorse disponibili nel bilancio UE 2020 (ultimo anno del bilancio pluriennale 2014-2020) e la necessità di mettere insieme le volontà e i punti di vista di 27 paesi. Ricordiamoci che l‘Europa, non essendo uno stato federale, non può decidere in fretta su queste materie. Bruxelles non ha gli stessi poteri di Washington. Mettere d’accordo tutti ha richiesto un po' di tempo all’inizio, ma nel giro di tre settimane è stato sospeso il patto di stabilità: si tratta di un fatto enorme, mai successo prima, che ha consentito all’Italia di spendere in deficit diversi miliardi, per elargire aiuti a famiglie e imprese; una cosa che in tempi normali non sarebbe stata possibile per le regole che i 27 si sono dati. Una seconda decisione rivoluzionaria è stata autorizzare gli aiuti di Stato, generalmente proibiti in ambito comunitario perché falsano il mercato, e i trattati prevedono che i paesi membri non debbano turbarne l'equilibrio. Infine, da una manciata di ore sono state varate nuove regole per le banche, che avranno norme meno stringenti sulla capitalizzazione in termini di garanzie e prestiti da concedere: tutta una serie di alleggerimenti che permetteranno a imprese e famiglie di avere liquidità in maniera più snella di quanto successo fino ad ora. Con queste decisioni la Commissione ha potuto già sbloccare diversi fondi nazionali, ai quali possiamo aggiungere l’operazione portata avanti contestualmente dalla Banca Centrale Europea, che ha di nuovo sfoderato il suo “bazooka”. 

Con la parola “bazooka” si indica una massiccia iniezione di liquidità sui mercati attraverso l’acquisto di titoli di stato degli stati membri, e per la prima volta è stato impiegato per indicare l’operazione che la Bce mise in campo per affrontare la crisi economica del 2008. In che cosa differisce da allora il nuovo intervento della Bce, e di quali volumi economici stiamo parlando?

La portata è enorme, visto che parliamo di circa 1000 miliardi di euro, di cui oltre 200 a beneficio dell'Italia. Si tratta di un acquisto di titoli di stato, che conferisce al nostro paese liquidità fondamentale per restare in linea con i suoi conti pubblici, un aiuto enorme. Senza questi interventi lo spread sarebbe probabilmente schizzato alle stelle, con tutti i rischi connessi che ben conosciamo. Va ribadito che la lentezza di intervento e il volume di risorse ridotto messo a disposizione dalla Ue all’inizio della crisi dipende dal fatto che il 2020 è l’ultimo anno del settennato di programmazione economica comunitaria, e quindi la quasi totalità delle risorse a bilancio erano già state allocate. Tutto quello che rimaneva dei fondi strutturali, circa una quarantina di miliardi, è stato immediatamente convertito per il suo utilizzo nella crisi coronavirus, ma il grosso arriverà con il bilancio 2020-2027, di cui si sta parlando proprio in questi giorni, che comprenderà questo Recovery Fund: si tratta di un’operazione che non era possibile mettere in piedi prima proprio perché l’Ue non aveva a disposizione i fondi adeguati.  

Uno degli aspetti maggiormente tangibili della crisi è certamente  il crollo del reddito per i lavoratori. A questo proposito L’Ue propone il varo di Sure, un nuovo strumento che dovrebbe servire a sostenere chi si trova senza fonti di sostentamento: ci spiega di cosa si tratta e a che punto è la proposta?

Sure è stato proposto dalla Commissione nel mese di aprile, e deve essere approvato dal Parlamento e dal Consiglio Ue, e dovrebbe diventare operativo il primo giugno. Si tratta di un programma che permette di creare una specie di cassa integrazione europea: attraverso l’emissione di titoli la Commissione dovrebbe reperire dal mercato somme fino a 100 miliardi di euro, grazie alla garanzia di tutti i paesi membri che contribuiranno a Sure; ma solo chi ha veramente bisogno usufruirà poi dei contributi. L’Italia sarà di sicuro uno dei primi paesi a beneficiare di questa misura, ricevendo certamente una quota di risorse maggiore di quella che dovrà fornire per il finanziamento della misura stessa. I fondi serviranno a evitare licenziamenti, a integrare il reddito di chi si trovasse disoccupato, a organizzare corsi di formazione per le imprese e aiuterà anche i lavoratori autonomi che stanno perdendo reddito. Il tutto passerà poi attraverso la cabina di regia dei singoli Stati.

Come si integrerà Sure con gli ammortizzatori sociali che i paesi già utilizzano?  

C’è un lavoro tecnico in corso su questo punto. Si tratta di rendere complementari con gli ammortizzatori classici questa nuovo strumento, in maniera tale da indirizzare queste risorse aggiuntive nei confronti di chi rimane scoperto dalle tutele nazionali. Naturalmente anche come convogliare le risorse sarà una partita in mano a singoli governi. 

In Italia è in voga, da parte di numerose forze politiche, la tendenza ad accusare l’Ue di aver lasciato sola l’Italia di fronte alla pandemia, e misure come il bazooka della Bce rischiano di avere effetti poco tangibili da parte dei cittadini europei, mentre un’operazione come quella di Sure potrebbe avere un riscontro più diretto per milioni di persone. Da parte delle istituzioni comunitarie esiste la consapevolezza che sia necessario comunicare ai cittadini l’impegno nel sostenere le economie nazionali da parte dell’Unione?  

Siamo assolutamente consapevoli che esiste un’Europa che funziona, ma va resa più visibile agli occhi dei cittadini. Molte delle misure nazionali sono finanziate o facilitate dall’Unione europea. Anche la solidarietà europea dev’essere sottolineata di più. Si è parlato molto, ad esempio, degli aiuti sanitari arrivati dalla Cina all’Italia, ma si dimentica di sottolineare come l’Ue avesse già fornito aiuti nella provincia dello Hu Bei a gennaio insieme a Italia, Germania e Francia; la Cina ha poi ricambiato questa solidarietà mandando aiuti all’Europa. La narrazione mainstream raccontava semplicemente di aiuti all’Italia da parte della Cina, trascurando un quadro di cooperazione internazionale molto più vasto e complesso, che andrebbe spiegato. Andrebbe anche raccontato che ci sono stati pazienti italiani ricoverati in Austria e Germania, infermieri rumeni e norvegesi negli ospedali lombardi, mascherine inviate in Italia da Francia, Germania, Slovacchia. All’inizio della crisi ciascun paese è rimasto un po' fermo, ma in breve la solidarietà europea c’è stata. L’Europa c’è e noi dobbiamo farlo sapere.

Come può fare l’Ue a comunicare meglio con i cittadini?  

Sicuramente esistono delle lacune a livello istituzionale da questo punto di vista, non è facile contrastare il rumore di chi vuole attribuire all’Europa le colpe di tutti i problemi. Quello che occorre è potenziare le azioni di comunicazione, essere più presenti sui social media e sui media tradizionali. Se si crea della disaffezione nei cittadini per il contesto europeo, ne pagheremo tutti il conto: spesso, quando ci sono dei successi, i governi nazionali tendono a farli propri, mentre di converso si scaricano spesso sull’Europa le responsabilità dei problemi; questo è un gioco che andrebbe disinnescato. Occorre far capire che l’Europa non è un’entità estranea ai singoli paesi, e quindi dire “andiamo in Europa a sbattere i pugni” o a “fare a voce grossa” è già un errore, perché in Europa non ci si va, non è un “moto a luogo”, visto che in Europa ci troviamo già. Così passa invece il concetto, sbagliato, di un luogo lontano e estraneo: dobbiamo partire dal linguaggio, e se i nostri politici ci aiutassero in questo senso renderebbero buon servizio a tutti.

Nessun dei principali partiti politici italiani vuole esplicitamente l’uscita dall’Euro o dall’Ue, ma diversi osservatori sostengono che l’obiettivo politico di una diffusa narrazione aprioristicamente ostile all’Unione sia la spia di una recondita volontà di far entrare in crisi l’Unione per poi costruire, legittimati dalla sua debolezza, una vera strategia di sganciamento dall’orbita Euro. Si tratta dal suo punto di vista di una lettura realistica del quadro politico?  

Posso capire che esistano potenze extra europee interessate a indebolire l’Unione o a demolirla, ma è più difficile comprendere come possano esistere spinte simili provenienti dall’interno dell’Europa e addirittura da paesi in difficoltà come l’Italia. Pensare che si possa uscire da una crisi come quella che stiamo vivendo, o affrontare i grandi problemi del nuovo millennio fuori dalla famiglia europea, mi sembra assurdo. Dovrebbe essere sufficiente guardare un mappamondo o conoscere la storia per capire che il nostro orizzonte è quello, in termini economici, di difesa, di tutela ambientale e molto altro. Nessun paese da solo può affrontare queste sfide, e invece l’Europa unita se la può giocare a livello planetario.

Sure potrebbe essere l’embrione di un salario garantito su base europea?  

L’idea di avere un salario minimo equo in tutti i paesi europei è esattamente un’idea della presidente della Commissione Ursula Von der Leyen. Questo non significa che avremo importi uguali in tutti i paesi, ma che ci dovranno essere dei criteri per identificare un salario minimo per ogni paese membro. Al momento tuttavia non esiste ancora una proposta precisa sul punto, si tratta solo di ipotesi allo studio. 

Da un punto di vista della ricerca scientifica contro il coronavirus che cosa sta facendo l’Ue?  

L‘Europa dall’inizio della crisi ha investito circa 5000 milioni di euro nella ricerca per trovare vaccini, terapie e strumenti diagnostici. Sul punto sono in corso diversi progetti, anche in Italia, che promettono bene, grazie alla cooperazione di tanti “cervelli” che lavorano insieme: anche questa se vogliamo è una forma di solidarietà e comunque una risposta forte dell’Europa. 

Carlo Ramoino

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