Last Train Home - Diario di un Pendolare | 03 maggio 2020, 12:00

Primo Maggio: niente festa, ma molte riflessioni

Non è stato un 1° maggio da celebrare con la solennità e con l’enfasi consuete, ma l’occasione per rendere omaggio a tutti coloro che stanno lavorando in condizioni proibitive e per valutare come intervenire, concretamente ed efficacemente, a sostegno di coloro che il lavoro già l’hanno perso o che a breve non l’avranno più

Primo Maggio: niente festa, ma molte riflessioni

Mai come quest’anno una ricorrenza come quella del 1° Maggio ha avuto un risvolto oserei definire beffardo nei confronti di quei milioni di persone che vedono fortemente compromesse dall’emergenza COVID19 le aspettative legate alla loro attività lavorativa.

Infatti il tema centrale che si sta affrontando in queste settimane a tutti i livelli, non solo in Italia ma in molte altre Nazioni, è fino a che punto l’emergenza sanitaria e la fondamentale necessità di assicurare la salute di tutti debbano essere ostative a che il mondo del lavoro possa riprendere a funzionare appieno. D’altronde la stessa contrapposizione tra salvaguardia della salute fisica e tutela del lavoro è di per sé fuorviante e priva di logica. L’intreccio tra queste due componenti essenziali della vita di ogni essere umano fa sì che non sia, a mio avviso, così semplice definire una scala di valori o, comunque, di priorità, soprattutto se concepiamo il termine “salute” non solo con riferimento alla nostra sfera biologico-fisica ma anche, e soprattutto, a quella psicologica e mentale. Io non ho convincimenti netti su questo dualismo anche perché, non lo nascondo, il mio tipo di lavoro è assolutamente gestibile con lo strumento dello smartworking e quindi non mi trovo nella difficilissima di situazione di chi deve, soprattutto in un momento così incerto come quello dell’avvio della Fase 2, contemperare l’esigenza di preservare la salute (fisica) propria e dei propri cari (e qui mi astengo dal pronunciarmi sulla opportunità e/o congruità di utilizzare, in un provvedimento normativo quale il D.P.C.M. per la Fase 2 dell'emergenza COVID19, il termine “congiunti” che ha dato vita al solito vortice di polemiche e di battute ironiche) con quella di salvaguardare il proprio lavoro ed il proprio benessere economico e, conseguentemente, anche il proprio benessere mentale.

La gravità della situazione sociale ed economica che si sta delineando a seguito dell’esplosione della pandemia è già sotto gli occhi di tutti e quindi, lo dico a me stesso in primis, non ha forse molto senso in questo porsi un interrogativo che è sempre molto di attualità nella società contemporanea ossia: “Ma si vive per lavorare o si lavora per vivere?”. Qui infatti non stiamo disquisendo sulla validità e sostenibilità di certi stili di vita della società moderna dei quali ho trattato anche nel mio post del 10 febbraio scorso (“Il lavoro nobilita l'uomo. O lo debilita?”) ma del fatto che tantissime persone, volenti o nolenti, vivono in un mondo nel quale tutto ruota intorno al lavoro. Ora, se è vero che ci sono persone che, pur di non sottostare a certi schemi e modelli di vita imposti dalla società contemporanea, hanno la forza mentale di fare delle scelte di vita alternative arrivando a prendere delle decisioni anche molto drastiche (vedasi il caso, sempre citato nel suddetto post, del bocconiano Marco che scelse di fare l’eremita o il caso analogo di Christopher McCandless che, dopo aver conseguito la laurea nel 1992, decise di abbandonare ogni cosa per andare a vivere tra i ghiacci dell'Alaska e alla cui storia Sean Penn si è ispirò per scrivere e dirigere nel  2007 il film “Into the Wild - Nelle terre selvagge”), è però altresì vero che la vicenda Coronavirus potrebbe fornire utili spunti di riflessione in merito al peso eccessivo che diamo al lavoro nella nostra vita e sul fatto che esso condiziona spesso pesantemente il nostro modo di essere. Vedremo.

Per il momento non posso che limitarmi ad osservare il travaglio profondo, che spesso si tramuta in depressione, di quelle centinaia di migliaia di persone che vedono la loro esistenza stravolta dalla pandemia. Faccio riferimento innanzitutto ai piccoli commercianti ed imprenditori nonché ai lavoratori che operano in settori letteralmente devastati da questa vicenda (tra gli altri il turismo, la ristorazione, i servizi per la cura del corpo, etc). Ma parlo altresì di tutti quei medici ed infermieri che da mesi stanno vivendo in condizioni al limite della sostenibilità fisica e psicologica e il cui operato, spesso in condizioni di rischio elevatissimo per la propria salute (purtroppo tanti, troppi, gli appartenenti al personale sanitario deceduti a causa del virus), ha consentito di far fronte ad una situazione drammatica e tuttora molto delicata. Il pensiero va poi a tutti coloro che hanno ininterrottamente svolto la propria attività lavorativa perché operanti in settori che non potevano certo bloccarsi, quali gli esponenti delle forze dell’ordine, i lavoratori del settore igienico-sanitario ed alimentare, gli operai e gli addetti alle grandi infrastrutture e ai trasporti, i quali, per garantire l’erogazione di beni e servizi essenziali, hanno comunque messo a rischio la propria salute e quella delle loro famiglie.

Per questo, quindi, non è stato un 1° maggio da celebrare con la solennità e con l’enfasi consuete, ma l’occasione, da un lato, per rendere omaggio a tutti coloro che stanno lavorando in condizioni proibitive facendo per la collettività un servizio essenziale in un momento critico come questo, e dall’altro, per valutare come intervenire, concretamente ed efficacemente, a sostegno di coloro che il lavoro già l’hanno perso o che a breve non l’avranno più.

In uno scenario globale – e certamente per quello che riguarda l’Italia - ancora molto poco rassicurante dal punto di vista sanitario e decisamente inquietante dal punto di vista sociale ed economico, ci sono situazioni che possono fornire spunti se non di ottimismo quanto meno di positività. Faccio in particolare riferimento a quanto avvenuto il 28 aprile scorso a Genova ossia il montaggio dell’ultima campata del Viadotto sul Polcevera a meno di due anni dal crollo del 14 agosto 2018. Giustamente non c’era nulla da celebrare e la cerimonia a mio avviso ha prima di tutto reso doverosamente omaggio alle 43 vittime e alle loro famiglie, facendo riflettere sul fatto che in Italia non si dovrebbe aspettare che accadano delle tragedie come quelle del Ponte Morandi per dimostrare di avere grandi capacità professionali in settori nevralgici per l’economia come quello delle infrastrutture. In ogni caso tale evento, in un momento così pesante sia per la salute dei cittadini italiani che per il loro futuro lavorativo, ha forse dato una piccola iniezione di fiducia all’Italia intera e alla mia Genova, dimostrando che siamo in grado di far fronte con estrema efficacia anche alle situazioni più difficili e problematiche.

 

Egomet

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Mi chiamo Andrea Di Cesare, sono nato a Genova, dove vivo, anche se dal 2002 lavoro a Milano e dal 2011 ho iniziato la mia esperienza di pendolare tra Genova e Milano viaggiando tutti i giorni lavorativi in treno sul quale trascorro mediamente tra le 3 e le 4 ore circa.

La vita del pendolare in Italia non è affatto semplice: viaggiare quotidianamente in treno per raggiungere il tuo posto di lavoro, peraltro con frequenti ritardi e disagi di varia natura, sottrae molto tempo alla giornata e spesso ti ritrovi a pensare a come potresti impiegare in modo più gratificante tutte quelle ore trascorse sul treno. E proprio le problematicità che caratterizzano il trasporto su rotaia dei pendolari in generale, e in particolare sulla tratta Genova-Milano, mi hanno portato ad accogliere, circa due anni fa, l’invito di un caro amico ad entrare, con il ruolo di portavoce, nel Comitato Pendolari “GenovaMilano-Newsletter”, convinto del fatto che difendere e tutelare i propri diritti di cittadino e di utente implica, nei limiti delle proprie possibilità, un impegno concreto.

 “Il Diario di un Pendolare” vuole essere un modo per raccontare, anche con un briciolo di piacevolezza, le esperienze di chi utilizza tutti i giorni il treno per recarsi al lavoro, offrendo al contempo spunti di riflessione su un fenomeno importante quale è quello del pendolarismo ferroviario.

Per qualunque domanda e segnalazione relative alle tematiche del pendolarismo sulla tratta Genova-Milano potete scrivere al seguente indirizzo mail: newsletter@genovamilano.it

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