Last Train Home - Diario di un Pendolare | 29 maggio 2020, 17:00

E mo’? Movida! Sì, ma alla moviola

Forse sarebbe auspicabile che la movida riprendesse con ritmi più slow

Milano, Cattelan "L.O.V.E."

Milano, Cattelan "L.O.V.E."

Era il 28 febbraio quando intitolavo il mio post “Il Coronavirus… sta diventando “virale”?” e, pur essendo solo agli inizi di quella che avremmo poi visto essere un’autentica pandemia con effetti devastanti soprattutto sul nostro territorio e sulla nostra popolazione, già erano evidenti i segnali di ciò che ha caratterizzato nei mesi a seguire fino ad oggi tale vicenda sui media e negli ambienti politico-istituzionali oltre che, ovviamente, sui social. Ossia un profluvio quotidiano di opinioni, commenti, pareri, polemiche, pseudo-notizie (alias: fake news) che ci ha letteralmente sommerso. Per carità, chi è senza peccato scagli la prima pietra: io, tanto per fare un esempio, di cosa mi sono occupato in questi mesi sul mio blog? Lo so bene, e non mi chiamo certo fuori da questo sorta di pandemia dialettica anche perché, detto con altrettanta franchezza, sarebbe stato ben difficile non occuparsi del virus e di tutto ciò che ha determinato a vari livelli (sanitario in primis e poi economico, sociale, culturale, etc).

Che lo si voglia o no, il COVID19 ha letteralmente scombussolato, per non dire travolto, la nostra quotidianità, almeno di quei milioni di persone abituate a condurre un’esistenza tutto sommata ordinaria, fatta di piccole ma spesso gratificanti abitudini quotidiane. Si sottolinea spesso, da parte di sociologi o comunque di opinionisti molto autorevoli, il fatto che la vicenda del Coronavirus lascerà dei segni molto profondi nella nostra società, non solo dal punto di vista medico-sanitario ed economico-sociale, ma anche per quello che attiene il nostro modo di vivere e di concepire il rapporto col prossimo. Su questo in linea di massima concordo anche se poi spesso vediamo come molte persone, magari perché -fortunatamente per loro - non impattate né dal punto di vista della salute fisica né da quello delle loro condizioni economiche, manifestano particolare attenzione agli aspetti della comunicazione via social (apprezzabile in astratto ma troppo spesso esasperata), continuando imperterriti a vivere la loro vita in modo giocoso e spensierato non considerando affatto l’autentico dramma che stanno vivendo, in Italia ma anche in altri Paesi del Mondo, milioni di persone. Va bene cercare di essere positivi in un momento così pesante ma forse a volte non sarebbe male avere un po’ più di pudore nell’ostentarsi in tutti i modi con frasi e comportamenti alquanto irritanti per il loro pressapochismo e per la quasi totale assenza di autentica e sincera sensibilità nei confronti dei tanti esseri umani che soffrono. E collegato a questo aspetto socio-mediatico-culturale troviamo uno de temi più dibattuti in questo avvio di Fase 2 ossia quella del ritorno alla vita sociale ed in particolare, considerata la bella stagione, al rimpopolamento dei locali e degli spazi pubblici: sì, insomma, la c.d. “movida”. E su questo fenomeno, che da anni è oramai caratterizzante il modo di vivere il proprio tempo libero di moltissimi giovani (ma non solo: certi “reperti archeologici” che ostentano look e modi di fare giovanilistici troverebbero adeguato commento da parte del grande Totò in una delle sue famose espressioni: “Ma mi faccia il piacere!”), in queste settimane si è scatenato l’ennesimo dibattito in era “Coronavirus”. Non entro nel merito dei numerosi casi, ampiamente riportati dai media, nei quali abbiamo visto sovraffollamenti soprattutto dei numerosi centri storici che caratterizzato molte realtà urbane d’Italia o dei parchi pubblici: giovani accalcati, non pochi senza alcuna mascherina e nessun distanziamento di sicurezza (non lo definirei sociale perché il distanziamento è a mio avviso per definizione a-sociale), con il loro drink in mano e intenti a riannodare i fili dei rapporti umani che, pur essendo continuati in questi mesi sulla rete (app, social, etc), erano stati tuttavia privati della componente più gratificante ossia la fisicità.

Ma soprattutto mi riesce alquanto difficile prendere una posizione netta su questo argomento. Le istituzioni pubbliche, statali e locali, fanno certamente il loro compito se monitorano i luoghi pubblici e sanzionano, se del caso, gli atteggiamenti più irresponsabili. D’altro canto le persone, soprattutto se appartenenti alla fascia più giovane, come puoi pensare che possano apprezzare l’uscita dal lockdown se però poi devono comportarsi come dei soldatini o, peggio ancora, come dei carcerati durante l’ora d’aria? Anche io, non lo nascondo affatto, trovo veramente irritanti certi comportamenti di molti giovani nella “movida” (e non parliamo solo di adolescenti) per via della loro superficialità, quasi che vogliano rimuovere dalla propria testa il fatto che, come dicono praticamente tutti i virologi e gli epidemiologi, il virus è ancora ben presente tra di noi. Magari meno “arzillo”, forse (e su questo il confronto tra gli stessi medici e scienziati è abbastanza acceso a proposito della presunta parziale perdita di forza del COVID19 in queste ultime settimane), ma tuttavia in assenza di cure scientificamente certificate per quanto promettenti (es: plasmaterapia) e non essendo stato elaborato ancora un vaccino (realisticamente ciò potrebbe accadere non prima di 12/18 mesi), far finta di niente e pensare che “Tutto andrà bene” non rende immune nessuno, nemmeno i più giovani. Per non considerare poi che essi hanno a che fare con persone (genitori, parenti o altri) che sono appartenenti a fasce d’età decisamente più a rischio e quindi è ragionevole chiedere che essi tengano comportamenti caratterizzati da maggiore attenzione e senso di responsabilità. E qui trovo urticante certe frasi di (pseudo) opinionisti e/o intellettuali che appaiono spesso nei programmi televisivi ridimensionando i rischi derivanti dall’abbassamento del livello di attenzione e riempiendosi la bocca di slogan pro-movida: vorrei proprio vederli questi “sapientoni giovanilisti” se mai un giorno risultassero positivi al tampone e, peggio, se venissero colpiti pesantemente dal virus perché contagiati dai loro figli o nipoti: in quel caso auspicherei veramente da parte loro un dignitoso silenzio, meglio se chiusi in casa, senza andare ad intasare i pronti soccorsi degli ospedali.

Forse sarebbe auspicabile – e di qui il titolo un po’ provocatorio del post odierno - che la movida riprendesse con ritmi più slow, non dico proprio da moviola, anche perché sarebbe un ossimoro chiedere alle persone di trascorrere serate con amici nei locali con lentezza e pacatezza ma, insomma, citando un latinismo che apprezzo molto per il suo significato esistenziale più profondo, in medio sta virtus. E questo modo ragionevolmente cauto di “riprendersi la propria vita” potrebbe forse consentire a noi tutti di “salutare” come si deve il Coronavirus: in questo caso medio sarebbe il dito, ben rappresentato dalla scultura di Maurizio Cattelan che troneggia davanti al Palazzo della Borsa a Milano e che fotografai durante una bella serata con amici di qualche anno fa, in giro nella “Milano da bere”… a proposito di movida.

 

Egomet

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Last Train Home - Diario di un Pendolare

Mi chiamo Andrea Di Cesare, sono nato a Genova, dove vivo, anche se dal 2002 lavoro a Milano e dal 2011 ho iniziato la mia esperienza di pendolare tra Genova e Milano viaggiando tutti i giorni lavorativi in treno sul quale trascorro mediamente tra le 3 e le 4 ore circa.

La vita del pendolare in Italia non è affatto semplice: viaggiare quotidianamente in treno per raggiungere il tuo posto di lavoro, peraltro con frequenti ritardi e disagi di varia natura, sottrae molto tempo alla giornata e spesso ti ritrovi a pensare a come potresti impiegare in modo più gratificante tutte quelle ore trascorse sul treno. E proprio le problematicità che caratterizzano il trasporto su rotaia dei pendolari in generale, e in particolare sulla tratta Genova-Milano, mi hanno portato ad accogliere, circa due anni fa, l’invito di un caro amico ad entrare, con il ruolo di portavoce, nel Comitato Pendolari “GenovaMilano-Newsletter”, convinto del fatto che difendere e tutelare i propri diritti di cittadino e di utente implica, nei limiti delle proprie possibilità, un impegno concreto.

 “Il Diario di un Pendolare” vuole essere un modo per raccontare, anche con un briciolo di piacevolezza, le esperienze di chi utilizza tutti i giorni il treno per recarsi al lavoro, offrendo al contempo spunti di riflessione su un fenomeno importante quale è quello del pendolarismo ferroviario.

Per qualunque domanda e segnalazione relative alle tematiche del pendolarismo sulla tratta Genova-Milano potete scrivere al seguente indirizzo mail: newsletter@genovamilano.it

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