Vuxe de Zena di Zenet | 31 maggio 2020, 14:00

Genova: una smart city?

Piste ciclabili, lavoro da remoto, energia green, recupero del territorio. L'emergenza sanitaria sembra spingerci verso un nuovo modello di sviluppo. Abbiamo chiesto un parere a Paola Garetti, geografa e storica

Genova: una smart city?

Piste ciclabili, lavoro da remoto, energia green, recupero del territorio. L'emergenza sanitaria sembra spingerci verso un nuovo modello di sviluppo. Abbiamo chiesto un parere a Paola Garetti, geografa e storica.

 

In un momento in cui la società sta ripensando sé stessa, la storia e la geografia che insegnamenti possono darci? 

Per rispondere mi devo associare alle parole di un grande storico, Marc Bloch, che definiva la storia, per eccellenza, la scienza del cambiamento. Storia che sa, storia che insegna che due eventi non si riproducono mai del tutto simili perché le condizioni non coincidono mai esattamente. Riconosce poi nell’evoluzione umana alcuni eventi se non permanenti, quanto meno duraturi. Ammette anche alcune ripetizioni da una civiltà all’altra, se non nel particolare, ma senz’altro nelle grandi linee di sviluppo.

La storia può quindi indagare nel futuro, ma la lezione che si trae, non è affatto che il passato ricominci, che quel che è stato ieri sarà domani.

Ma la storia con la geografia e la politica delle nazioni, tutto strettamente collegato, serve a comprendere a fondo le vicende dei popoli, è di aiuto a rilevare i cambiamenti del mondo. Un esempio è la “geografia immaginaria”, che è proprio uno di questi modi, una visione utopica della realtà, un “immaginario”, un traguardo da raggiungere, una realtà di un mondo che può mutare, evolversi e migliorare, non solo una fotografia di un panorama, ma una spinta al cambiamento.

Non una geografia nozionistica, statica, quella che è stata propinata per anni ai nostri studenti, fino a diventare materia ostica e noiosa, tanto da venire eliminata o comunque ridotta nei nostri attuali programmi scolastici, ma una geografia intesa come percezione del mondo, ed è importante solo se presentata nella sua dimensione reale. È comunque una scienza e può essere di aiuto dando elementi per la comprensione dei cambiamenti del mondo.

 

Genova si è trasformata varie volte nei secoli, secondo te riuscirà a ritrovare la dimensione internazionale a cui aspira? 

Genova la Grande, la Superba, sappiamo che i primi insediamenti risalgono all’epoca pre-romana, da lì in poi i Liguri genuates intrattennero rapporti con popolazioni greche, etrusche e puniche, dalla metà dell’anno mille Genova conquistò l’autonomia e la città si affermò come potenza mercantile, Podestà, Dogi, Ammiragli, è antica di secoli la tradizione come città di mercanti, banchieri e naviganti. Dal ‘600 poi dovette affrontare l’espansione dei Savoia e Napoleone più tardi. Dal 1861 con la nascita dello Stato Italiano, riacquistò nuovamente la sua forza commerciale entrando a far parte del triangolo industriale con Milano e Torino.

Poche righe non bastano a delineare la grandezza storica di Genova e della Liguria, quella città che più volte è caduta e rinata sulle sue stesse ceneri come la celebre fenice, che dal boom economico degli anni ’60, è ricaduta nel buio delle turbolente lotte operaie, per poi nuovamente valorizzarsi diventando Capitale Europea della Cultura nel 2004. Genova non è solo porto, ha un tessuto imprenditoriale fatto di medie, piccole e piccolissime imprese, che denotano una struttura del territorio ricco e vitale.

Una storia che ha lasciato segni nella città, con meraviglie visitate da turisti di tutto il mondo. E poi, il 14 agosto 2018, il crollo del ponte Morandi, una ferita insanabile e indelebile per tutti noi, che però a neanche due anni dal disastro, ha di nuovo mostrato ciò che Genova e i genovesi sanno fare: un nuovo ponte, una rinascita, ma non un “miracolo” come molti asseriscono, di miracolo non si tratta, ma di duro lavoro, passione, voglia di ricominciare con una organizzazione eccellente. Il “modello Genova” è ora un esempio per l’Italia, l’Europa, il mondo.

 

Genova è una città multicentrica, un progetto di smart city per essere efficace come lo immagini? Come può influenzare in positivo la rinascita delle delegazioni? 

È vero, Genova, da sempre multicentrica, multiculturale, multietnica, la potremmo definire multicolore proprio per la varietà dei suoi stili, colori, profumi, ambienti, personaggi. Da sempre, dicevamo, ma ancor più da quel lontano 1926, quando venne approvato l’ampliamento di Genova, con l’annessione degli ultimi 19 comuni limitrofi e la popolazione aumentò di oltre due terzi. La città si trasformò nella “Grande Genova”.

Una città in evoluzione continua, ma anche una città che tenta di stare al passo con le nuove tendenze, ed è in questa prospettiva che si è mossa e si sta muovendo. È stata una delle prime città italiane, infatti, ad abbracciare i progetti Smart. Per chi ancora non li conoscesse, si tratta di progetti che tendono a rendere le città “intelligenti”, una città Smart è una città per l’uomo, l’intelligenza sta nel riuscire a promuovere modelli di vita nei quali le esigenze del singolo possano coincidere con le esigenze della collettività. Il cittadino deve essere protagonista della programmazione, della gestione e del cambiamento.

Per poter definire una città Smart, è necessario che si effettuino investimenti in infrastrutture di comunicazione, moderne (ICT) ma anche tradizionali (ad es. i trasporti pubblici, piste ciclabili), assicurando uno sviluppo economico sostenibile e un’alta qualità della vita, con una saggia gestione delle risorse naturali e attraverso un metodo di governo partecipativo. Ci sarà quindi, grande attenzione al capitale umano, relazionale e sociale (cultura, turismo, istruzione ecc.) con partecipazione dei residenti in ambito urbanistico e territoriale. In questo senso le delegazioni, che sono, qui, ancora ben distinguibili nel tessuto della moderna conurbazione amministrativa, vengono chiamate in causa per portare nuove idee e proposte in linea con il loro territorio, le loro esigenze e le loro realtà sociali, con progetti di sinergia e collaborazione, mantenendo sempre aperto un rapporto inclusivo con la popolazione.

 

Andiamo oltre i confini genovesi. La Liguria ha un entroterra di tradizioni, di valori. Quali progetti ti senti di suggerire per la valorizzazione del nostro entroterra ligure. 

La costa ligure misura circa 350 km, subito dietro si estende l’entroterra, dalle Alpi Marittime a ponente agli Appennini a levante. Nell’entroterra ligure si trovano luoghi di incomparabile bellezza, con boschi, prati, ruscelli, laghi, sentieri e borghi incantevoli con tradizioni anche gastronomiche che si perdono nel tempo. Ma storicamente ogni epoca ha imposto all’uomo delle scelte, quale l’abbandono delle coste per l’interno, o al giorno d’oggi, viceversa.

Numerose migrazioni hanno infatti interessato queste zone, con il conseguente spopolamento di interi paesi Quello delle migrazioni, però, è un tema più che attuale, gli studiosi hanno identificato i due meccanismi che spingono a partire dai propri territori. Il primo è l’espulsione, che nasce dalle condizioni difficili di vita in cui ci si trova (es. disagio economico, ideologie, guerre ecc..) e il secondo è l’attrazione, che in alcuni casi può anche essere costruita ed indotta (ciò che succede ai nostri giovani, che vedono delle opportunità all’estero, o al contrario non ricevono nessuna attrattiva dal nostro territorio). Il fattore che li attiva è sempre lo stesso: il desiderio di un mondo migliore. Quindi per attinenza, per ridare vita a queste zone, bisogna renderle attraenti, non basta un bel panorama, servono incentivi, finanziamenti, (in Emilia Romagna per esempio, notizia di pochi giorni fa, sono stati stanziati 10 milioni di euro per contributi a fondo perduto, destinati al ripopolamento delle aree montane, rivolto ai più giovani), servono servizi e infrastrutture per rendere gli spostamenti più agevoli e per dare un supporto alle telecomunicazioni e alle tecnologie con copertura di rete adeguati, rendendo possibili anche in queste zone lo Smart Working, oltre che un programma di aiuto e riqualificazione agricola, non solo per salvaguardare antiche tradizioni e colture, ma per la salvaguardia del territorio che se abbandonato, il suo equilibrio fragile, va in disfacimento velocemente.

Ma per fare questo serve anche una comunicazione efficace, queste realtà devono essere conosciute, per poter essere pienamente apprezzate, vissute, amate e protette. Se per la città abbiamo parlato di un progetto di Smart City, per la campagna perché non parlare di una Smart Country, per far nascere il futuro dalle nostre radici.

 

I tuoi studi si sono svolti in parte a Piacenza e in parte a Genova. Due città profondamente diverse, così come Emilia-Romagna e Liguria. Quali somiglianze possiamo trovare tra due realtà così diverse?

Sì, molto diverse, abbiamo la Liguria, comunemente vista come stretta tra mari e monti, con il grande porto del suo capoluogo e l’Emilia (parliamo solo di Emilia e non di Romagna, perché sono due realtà differenti) con la sua pianura, le sue industrie e l’importante comparto agro-alimentare, in particolare della zona di Piacenza, città profondamente emiliana, separata dalla Lombardia e da quella Milano, che tanto la influenza e l’attrae, dal grande fiume Po. Sembrano due mondi separati e incomparabili.

Invece guardando attentamente, si scopre che poi così lontani non sono, Piacenza non è solo pianura, in realtà una vasta zona del suo territorio è collinare e montagnosa, proprio al confine con la Liguria. È soprannominata “la Primogenita” perché nel 1848 fu la prima città italiana a votare con un plebiscito l’annessione al Regno di Sardegna a cui faceva parte anche il Ducato di Genova.

Ma storicamente sono tanti i collegamenti tra le due città, in particolare ricordiamo che già dal 1300 i traffici commerciali tra i mercanti piacentini che offrivano principalmente cereali, e quelli genovesi che offrivano l’olio di oliva, si snodavano lungo la Val Nure. Quest’asse commerciale, detta Via dell’Olio per i liguri, e Via del Pane per i piacentini, seguiva l’andamento del fiume, toccando i vari paesi, Ponte dell’Olio, Bettola (chiamata così, per indicare un’osteria o un luogo di sosta o di tappa), Farini, risalendo fino a Centenaro e poi Ferriere. Da qui in poi, più o meno sullo stesso attuale tracciato si arrivava a Selva di Ferriere, dove iniziava l’ascesa verso il passo del Crociglia e del Bocco, fino a S. Stefano d’Aveto.

Quindi grande afflusso di viaggiatori, viandanti, mercanti, che oltre all’olio e al grano scambiavano anche lino, sapone, scorze di arancia, miele, formaggio, fagioli, zucchero e “l’olio da brusar” l’olio per le lampade.

E poi c’è la Val Trebbia, anch’essa divisa tra Liguria ed Emilia, “la più bella del mondo” così la definì Hemingway, con l’abbazia di San Colombano a Bobbio fondata nel 617, che in breve tempo divenne uno dei centri monastici più importanti, situata in una posizione strategica, a controllo dei commerci diretti a Roma attraverso la via degli Abati e gli scambi da e verso il mar ligure, particolarmente quelli riguardanti il sale trasportato lungo la via del sale.

Il dominio della famiglia Fieschi nei primi del cinquecento era molto esteso, comprendendo anche Ottone e Cerignale, ma dopo la fallita congiura passò tutto ai Doria.

Nella valle, poi, durante la seconda guerra mondiale, furono attive bande di partigiani che riuscirono a cacciare le truppe tedesche, ed infatti, come degne di pubblico onore, entrambe le città possono fregiarsi della Medaglia d’oro al Valor Militare. Una valle “secondaria” solo perché non attraversata da ferrovie e da grandi arterie di comunicazione, ma proprio questo suo isolamento l’ha preservata, conservandone tutta la sua meravigliosa antica bellezza.

 

Anche oggi c’è un forte connubio tra le due provincie, nelle valli si mescolano i dialetti, le tradizioni gastronomiche e le culture popolari, arte, storia, economia. Un intreccio millenario fa sì che due popolazioni differenti, due contesti territoriali opposti, quasi contrari, siano riusciti a legarsi tenacemente nel passato, nel presente e auspico anche nel futuro.  

 

Zenet / Leonardo Parodi

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