Last Train Home - Diario di un Pendolare | 05 giugno 2020, 17:00

Il “diversamente” virus

E’ così ricorrente nel linguaggio corrente l’espressione politically correct che adesso la possiamo tranquillamente applicare non solo ai rapporti tra le persone, ma anche nei rapporti con altre “entità naturali” quali appunto il Coronvirus

Il “diversamente” virus

Cito testualmente dal sito Treccani.it: “L’espressione angloamericana politically correct designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone. Secondo tale orientamento, le opinioni che si esprimono devono apparire esenti, nella forma linguistica e nella sostanza, da pregiudizi razziali, etnici, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale o relativi a disabilità fisiche o psichiche della persona.”

E’ così ricorrente nel linguaggio corrente l’espressione politically correct o, se preferite, politicamente corretto giusto. per non abusare di inglesismi (anche, se a dire il vero, l'uso dell'espressione nell'accezione corrente può essere ricondotta agli ambienti di intellettuali statunitensi di sinistra d'ispirazione comunista degli anni trenta), che adesso la possiamo tranquillamente applicare non solo ai rapporti tra le persone, ma anche nei rapporti con altre “entità naturali” quali appunto il Coronvirus. Eh sì, perché stando alle dichiarazioni di certi esponenti della classe medico-scientifico quello che è ancora circolante su molte aree del nostro Pianeta non è (più) un virus ma un “qualcosa” che non solo non è pregiudizievole per la salute fisica degli esseri umani ma è quasi una presenza se non proprio piacevole quantomeno discreta che, sì, può a volte provocare dei fastidi ma agendo sempre con una certa dose di “bon ton”. Ma poiché riesce veramente difficile, almeno per me, definirlo con un termine che ne rappresenti efficacemente l’identità, utilizziamo più semplicemente ed in maniera politicamente corretta l’espressione “diversamente virus”.

Qualcuno, leggendo queste frasi un po’ surreali ed ironiche, potrà forse indispettirsi: “Ma come, con la situazione ancora critica che molti Paesi (e tra questi l’Italia sicuramente) stanno vivendo sia dal punto di vista medico-sanitario che economico-sociale, tu stai qui a fare dell’umorismo su questioni così delicate?”. Rispondo che io accetterei e, anzi, farei del tutto mia questa critica. Non è un caso che nei post delle settimane scorse ho più volte rimarcato come certe espressioni utilizzate – soprattutto sui social e sui media - in modo quasi martellante ancora nei primissimi giorni della pandemia quando si contavano i morti a decine (una fra tutte: “andrà tutto bene”), improntate ad un ottimismo “aprioristico” risultava, almeno secondo la mia personalissima valutazione, veramente fastidioso se relazionato al fatto che questo comportamento quasi scanzonato non teneva conto del dramma che decine di migliaia di persone stavano vivendo sia dal punto di vista della salute che da quello economico. E ribadisco che un conto era avere un atteggiamento improntato alla positività nell’auspicio che si potesse uscire quanto prima da questa situazione così impattante per la società moderna e un conto era comportarsi come se la pandemia fosse quasi un piacevole diversivo rispetto alla routine della nostra vita quotidiana.

A mio avviso, se è vero che in non poche occasioni sono risultati “latitanti” tra noi cittadini comuni il buon senso e il rispetto delle regole basilari di convivenza sociale – e ciò ha indubbiamente contribuito ad elevare il numero delle vittime e dei contagiati – è altresì vero che non sempre la comunicazione da parte degli esponenti del mondo medico-scientifico ha contribuito a dare alle persone “non addette ai lavori” non dico certezze – in questo momento credo che nessun medico o scienziato possa averne – ma almeno strumenti informativi e conoscitivi ragionevolmente omogenei ed utili per affrontare questa drammatica vicenda. Non voglio generalizzare, come d’altronde credo sia sempre opportuno soprattutto quando si trattano tematiche così di così ampio impatto sociale e mediatico, anche perché è indiscutibile che la stragrande maggioranza dei virologi, degli epidemiologi e in generale dei medici e degli scienziati sul tema Covid19 ha formulato valutazioni e considerazioni tutto sommato uniformi (massima attenzione alla pulizia delle mani, distanziamento di sicurezza, uso di sistemi protettivi, etc), ma non posso neppure fare a meno di evidenziare che anche in questi ultimi giorni, come già accaduto negli scorsi mesi, le affermazioni di alcuni medici peraltro impegnati in prima linea nelle strutture ospedaliere più coinvolte (Lombardia) hanno ingenerato una ridda di discussioni e dibattiti all’interno della stessa classe medica scientifica.

Sentire affermare con categoricità da un lato che “Clinicamente il nuovo coronavirus non esiste più, qualcuno terrorizza il Paese” e ancora “Non si può continuare a portare l’attenzione su un terreno di ridicolaggine, che è quello che abbiamo impostato a livello di Comitato scientifico nazionale e non solo, dando la parola non ai clinici e non ai virologi veri” (dr. Alberto Zangrillo del San Raffaele di Milano) e dall’altro che “Il virus circola ancora ed è sbagliato dare messaggi fuorvianti” (la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa) lascia a dir poco costernati e disorientati. E questo è solo l’ultimo caso di un confronto (e spesso scontro) tra le diverse posizioni assunti da esponenti, anche di fama, della classe medico-scientifica. Chi ha torto? Chi ha ragione? Citando ancora una volta il grande Lucio Battisti, “lo scopriremo solo vivendo”. Io ovviamente voglio sperare che abbiano ragione coloro che, come Zangrillo, affermano la perdita di aggressività del virus ma, nel dubbio, continuerò a seguire quelle basiche regole di sicurezza e di salvaguardia, mia e delle altre persone, fin tanto che non sarà definitivamente acclarato che il Covid19 è stato sconfitto e si potrà tornare alla “normalità”. Anche se non escludo che un domani, quando si sarà tornati pienamente alla vita ordinaria, potrei forse rimpiangere quelle belle camminate in pieno centro, in semi-solitudine, senza tutto quell’accalcarsi rumoroso di persone.

E qui emerge un risvolto sfumatamente misantropo della mia personalità Detto ciò, pur riconoscendo che la discussione sul (presunto) indebolimento del Covid19, comunque la si pensi, ci riguarda da vicino come cittadini italiani e di questo Pianeta, non nascondo tuttavia che sono arrivato ad un livello di saturazione mentale insostenibile a causa dell’enorme quantità di dibattiti (o pseudo tali) medico-scientifici nonché politici-economici-sociali etc. relativi al Covid19 che quotidianamente vengono diffusi dai media e dai social.

In effetti mi sono espresso in modo politicamente corretto. Forse, per essere più chiaro, dovrei dire: mi sono rotto le p _ _ _e!

Egomet

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Mi chiamo Andrea Di Cesare, sono nato a Genova, dove vivo, anche se dal 2002 lavoro a Milano e dal 2011 ho iniziato la mia esperienza di pendolare tra Genova e Milano viaggiando tutti i giorni lavorativi in treno sul quale trascorro mediamente tra le 3 e le 4 ore circa.

La vita del pendolare in Italia non è affatto semplice: viaggiare quotidianamente in treno per raggiungere il tuo posto di lavoro, peraltro con frequenti ritardi e disagi di varia natura, sottrae molto tempo alla giornata e spesso ti ritrovi a pensare a come potresti impiegare in modo più gratificante tutte quelle ore trascorse sul treno. E proprio le problematicità che caratterizzano il trasporto su rotaia dei pendolari in generale, e in particolare sulla tratta Genova-Milano, mi hanno portato ad accogliere, circa due anni fa, l’invito di un caro amico ad entrare, con il ruolo di portavoce, nel Comitato Pendolari “GenovaMilano-Newsletter”, convinto del fatto che difendere e tutelare i propri diritti di cittadino e di utente implica, nei limiti delle proprie possibilità, un impegno concreto.

 “Il Diario di un Pendolare” vuole essere un modo per raccontare, anche con un briciolo di piacevolezza, le esperienze di chi utilizza tutti i giorni il treno per recarsi al lavoro, offrendo al contempo spunti di riflessione su un fenomeno importante quale è quello del pendolarismo ferroviario.

Per qualunque domanda e segnalazione relative alle tematiche del pendolarismo sulla tratta Genova-Milano potete scrivere al seguente indirizzo mail: newsletter@genovamilano.it

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