Last Train Home - Diario di un Pendolare | 19 giugno 2020, 17:00

“Volevi solo soldi, soldi…”. Ora basta: punt(o) e MES!

La crisi Covid19 ha amplificato nel nostro Paese tutta una serie di problematiche che lo affliggono ormai da decenni e che ne determinano la situazione di crisi che sta attraversando: il pesante deficit pubblico, una burocrazia pesante ed invasiva, un sistema di infrastrutture a dir poco critico e abbisognevole di grossi interventi, non più procrastinabili

“Volevi solo soldi, soldi…”. Ora basta: punt(o) e MES!

La crisi Covid19 ha amplificato nel nostro Paese tutta una serie di problematiche che lo affliggono ormai da decenni e che ne determinano la situazione di crisi che sta attraversando: il pesante deficit pubblico, una burocrazia pesante ed invasiva, un sistema di infrastrutture a dir poco critico e abbisognevole di grossi interventi, non più procrastinabili.

Sulla questione più squisitamente finanziaria il dibattito avviatosi in Italia da alcune settimane ha, come spesso succede, assunto connotati a volte sconcertanti. Non essendo un economista non mi cimento in considerazioni di merito sui vari strumenti finanziari (tra tutti in particolare il “Meccanismo europeo di stabilità”, appunto il MES) che il nostro Governo sta discutendo e trattando con gli altri Stati europei. Io sono sempre stato critico nei confronti del modo in cui è stata concepita ed attuata l’Unione Europea, a partire dall’introduzione della moneta unica a partire dal 2002; e ciò non tanto per il fatto in sé – che obiettivamente, come ribadito anche da illustri economisti italiani, aveva un senso e in un qualche modo ha apportato dei benefici al nostro Paese quanto alle modalità con le quali fu deciso, dai nostri governanti, il cambio Lira-Euro. Ma più in generale l’Unione Europea, incentrata sull’unione monetaria, ha nel frattempo completamente trascurato altri aspetti che avrebbero dovuto essere considerati con maggiore attenzione: la gestione dei confini territoriali in una fase in cui (appunto inizio XXI secolo) i flussi migratori soprattutto dal continente africano erano già molto consistenti così come una maggiore uniformità dei sistemi fiscali adottati dai singoli Stati componenti la cui mancanza ha infatti consentito ad alcuni di essi (Olanda, Irlanda, Lussemburgo) di diventare una sorta di “paradisi fiscali domestici” Detto ciò, per via della oramai pluridecennale politica di indebitamento del nostro Stato (a fronte di un livello di risparmio privato tra i più alti al mondo), ci ritroviamo ad oggi, in piena crisi economica (e sociale) determinata dalla pandemia, in una situazione in cui, certamente con le dovute attenzioni e con il necessario scrupolo, fruire di risorse finanziarie europee costituisce pressoché l’unica strada realisticamente percorribile per cercare di immettere liquidità nei tanti settori economico-sociali pesantemente colpiti dalla crisi. Alludendo al ritornello della canzone di Mahmood che compare nel titolo del post odierno, praticamente tutti i Governi italiani degli ultimi lustri – qualunque fosse lo schieramento politico che erano di riferimento agli stessi - hanno sempre “bussato alla porta” della Unione Europea e quindi che oggi alcuni esponenti politici (dell’opposizione in particolare) reputino che la scelta dell’attuale Governo di ricevere tali cospicui fondi europei sia una forma di passivo assoggettamento alla Troika e/o ai poteri forti di Bruxelles fa storcere il naso.

Il punto, purtroppo, è che vi un’atavica incapacità dello Stato italiano di saper gestire le cospicue entrate che negli anni ha riscosso dal contribuente italiano, ovviamente al netto della voragine determinata dall’evasione fiscale che nessun partito e nessuno schieramento politico ha mai saputo efficacemente combattere: il pesantissimo indebitamento è purtroppo un connotato caratterizzante il sistema economico-finanziario pubblico dell’Italia che negli anni l’ha resa scarsamente credibile agli occhi degli altri Stati, europei e non, nella sua dichiarata ma quasi mai messa in pratica capacità di far fronte agli impegni finanziari assunti. Se a ciò poi aggiungiamo un sistema burocratico che, alla faccia delle conclamate “semplificazioni” provenienti anche dall’attuale Governo Conte, ha sempre costituito un ulteriore fattore negativo nella crescita economico-sociale di questo Paese, il quadro complessivo che emerge è desolante.

Ma, come citato all’inizio, un ulteriore fattore di forte criticità, è quello inerente allo stato attuale delle infrastrutture italiane, viarie e ferroviarie. In quanto cittadino genovese e ligure ho in particolare sotto gli occhi ciò che sta accadendo in questi giorni sulla rete autostradale (ma anche ordinaria) della nostra Regione: i numerosi cantieri che le concessionarie (e faccio riferimento in particolare ad “Autostrade per l’Italia”) hanno ritenuto di aprire o comunque, laddove già presenti, di mantenere ancora aperti per effettuare controlli ed interventi indifferibili, ha letteralmente bloccato il traffico sia sul nodo autostradale di Genova che all’interno della città stessa. Tragitti di pochi chilometri sono stati percorsi in non meno di 2, 3, 4 ore, apportando non solo disagio (e sconforto) per chi si trovava a dover percorrere quelle tratte ma soprattutto un danno economico-sociale per le tante ditte e società di trasporti e legate alla logistica portuale che hanno subito dei danni ingentissimi (Genova è uno dei porti più importanti d’Europa ma se non hai la possibilità di trasportare le merci, in entrata e in uscita, coi tempi dettati da un sistema economico che fa della velocità uno dei fattori vincenti sul mercato, molti operatori si appoggeranno su altri porti d’Italia e d’Europa). Anche su questo tema ci sono state accese polemiche tra gli Amministratori locali (Regione e Comuni liguri) e il M.I.T. rinfacciandosi reciprocamente l’incapacità di intervenire sul concessionario principale sopra citato per esigere che il piano di interventi di manutenzione e, in alcuni casi, di riparazione a causa di possibili rischi di cedimenti di gallerie e viadotti (la Liguria, per la sua conformazione geo-fisica, è la regione italiana con il più elevato numero di tali infrastrutture viarie) fosse fatto con tempistiche e modalità tali da non congestionare in maniera praticamente soffocante la viabilità sulla nostra Regione. Per non dire poi che nei quasi tre mesi di lockdown l’apertura dei cantieri sarebbe stata quanto mai opportuna tenendo conto da un lato che il traffico viario era pressochè inesistente e dall’altro che far lavorare il personale, all’aperto e comunque con le dovute protezioni, non avrebbe certo comportato elevati rischi di contagio e di trasmissione del virus tra gli stessi operatori. Credo che sia un dato oggettivo, difficilmente contestabile, che sia lo Stato (il M.I.T. nello specifico) che le Giunte regionali che si sono succedute negli anni al governo della nostra Liguria non solo non hanno agito affinché venissero realizzate (già da anni) alcune delle infrastrutture più essenziali per rendere la viabilità viaria ligure più sostenibile (una tra tutte, ma non l’unica, la “Gronda”) ma, come emerge già dalle inchieste giudiziarie in corso, siano state a di poco lacunosi (se non addirittura omissivi) nello svolgimento della loro fondamentale attività di controllo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: da un lato la tragedia del Ponte Morandi e altri crolli e dissesti, per fortuna senza vittime, e comunque un sistema autostradale regionale che definire fragile e a rischio non è inappropriato, e dall’altro il mancato controllo da parte dello Stato che ha avuto come risultati lo scempio cui stiamo assistendo. Peraltro va segnalato che proprio il cantiere del Viadotto sulla Valpolcevera (l’ex Ponte Morandi) non si è praticamente fermato un giorno e ad oggi si sta procedendo alla sua asfaltatura e alla sua messa in sicurezza testando gli apparati di controllo per procedere al suo collaudo finale nonché alla sua riapertura. A tal proposito esprimo la mia assoluta convergenza di idee e di sentimenti con gli esponenti del “Comitato Parenti Vittime Ponte Morandi”: celebrare l’inaugurazione di un opera che è stata realizzata con tempistiche decisamente brevi, almeno secondi gli standard italici ma non certo di quelli di non pochi altri Paesi al mondo, è certamente giusto e opportuno perché poter ripercorre quel seppure breve tragitto è fondamentale sia per i traffici commerciali che per quelli turistici. Ma da qui a pensare di organizzare una sorta di spettacolo televisivo per festeggiare un evento che si ricollega ad una tragedia, peraltro assurda, mi sembrerebbe veramente di cattivo gusto. E in tal senso il Presidente Mattarella sta ancora una volta assumendo un ruolo di assoluto rilievo nel panorama politico e sociale nazionale con prese di posizione autorevoli e connotate da un notevole stile.

Le criticità sopra citate, che oggi più che mai a causa del Covid19 affliggono maggiormente il nostro Paese ma che in effetti fanno oramai parte della nostra storia di questi ultimi decenni, certamente non saranno ragionevolmente superate in tempi brevi. Io come cittadino italiano auspico solo che, messe da parte le spesso stucchevoli diatribe politiche, si riesca veramente a lavorare se non coesi quanto meno con profondo senso di responsabilità e autentico spirito patriottico (che non ha nulla a che fare con lo sventolare bandierine o simboli o immaginette “sacre” varie, sia ben chiaro) per consentire a tutti gli italiani di risollevarsi. E soprattutto come abitante di questo bellissimo ma problematico territorio qual’è la Liguria spero che veramente si esca dallo stato di depressione, non solo economica-sociale ma spesso anche psicologica, in cui essa si ritrova e vederla finalmente rinascere, autenticamente e non solo a mo’ di spot.

Allora mi sa che con il M.E.L. (“Movimento Estremista Ligure”), del quale sono un convinto attivista, dovremo rivedere i “meccanismi sofisticati” (leggasi: Covid19 e autostrade decrepite) che avevamo messo in atto per impedire in tutti i modi ai milanesi (nonché ai lombardi e ai piemontesi) di raggiungere la Liguria. Ma sì! Facciamo una svolta epocale: “invertiamo” la nostra Regione e facciamola diventare sorridente ed accogliente.

Egomet

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Mi chiamo Andrea Di Cesare, sono nato a Genova, dove vivo, anche se dal 2002 lavoro a Milano e dal 2011 ho iniziato la mia esperienza di pendolare tra Genova e Milano viaggiando tutti i giorni lavorativi in treno sul quale trascorro mediamente tra le 3 e le 4 ore circa.

La vita del pendolare in Italia non è affatto semplice: viaggiare quotidianamente in treno per raggiungere il tuo posto di lavoro, peraltro con frequenti ritardi e disagi di varia natura, sottrae molto tempo alla giornata e spesso ti ritrovi a pensare a come potresti impiegare in modo più gratificante tutte quelle ore trascorse sul treno. E proprio le problematicità che caratterizzano il trasporto su rotaia dei pendolari in generale, e in particolare sulla tratta Genova-Milano, mi hanno portato ad accogliere, circa due anni fa, l’invito di un caro amico ad entrare, con il ruolo di portavoce, nel Comitato Pendolari “GenovaMilano-Newsletter”, convinto del fatto che difendere e tutelare i propri diritti di cittadino e di utente implica, nei limiti delle proprie possibilità, un impegno concreto.

 “Il Diario di un Pendolare” vuole essere un modo per raccontare, anche con un briciolo di piacevolezza, le esperienze di chi utilizza tutti i giorni il treno per recarsi al lavoro, offrendo al contempo spunti di riflessione su un fenomeno importante quale è quello del pendolarismo ferroviario.

Per qualunque domanda e segnalazione relative alle tematiche del pendolarismo sulla tratta Genova-Milano potete scrivere al seguente indirizzo mail: newsletter@genovamilano.it

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