In Via Sant’Ugo 13, nel cuore del quartiere Oregina-Lagaccio a Genova, nasceva nel 1855 Amerigo Armando, destinato a diventare Gilberto Govi, figura emblematica del teatro dialettale genovese.
Fin da giovane, Govi dimostrò una spiccata inclinazione artistica, coltivando il talento per il disegno e frequentando l’Accademia di Belle Arti. Assunto come disegnatore alle Officine Elettriche Genovesi, sembrava avviato verso una carriera tecnica, ma il richiamo del palcoscenico era troppo forte.
Durante una vacanza a Bologna, l’incontro con lo zio materno, attore dilettante, accese in lui la passione per la recitazione. Entrò nell’Accademia Filodrammatica del Teatro Nazionale, dove si imponeva l’uso esclusivo dell’italiano. Govi, invece, amava il dialetto e lo considerava espressione autentica della cultura popolare. Quando gli fu chiesto di scegliere “o noi o il dialetto”, non ebbe dubbi: fondò la sua compagnia, “La Dialettale”, e trent’anni dopo fu nominato Socio Onorario dalla stessa Accademia che lo aveva respinto.
Con grande coraggio, lasciò il posto fisso per dedicarsi completamente al teatro. I primi tempi furono difficili, ma grazie alla disponibilità di molti autori e alla sua capacità di rielaborare i testi, Govi costruì un repertorio solido e originale, sempre tradotto in dialetto ligure. Il suo talento per il disegno non fu abbandonato: continuò a creare le maschere dei suoi personaggi, studiando ogni espressione e dettaglio.
Nel 1926 partì per una tournée in America Latina, dove fu accolto con entusiasmo da migliaia di immigrati italiani. Durante le due guerre mondiali organizzò spettacoli per le forze armate, soprattutto in Emilia, terra d’origine dei suoi genitori. La sua compagnia funzionava come una piccola impresa cooperativa, con i guadagni equamente distribuiti tra attori e tecnici. Govi era un leader gentile ma riservato, chiamato “Commendatore” e rispettato da tutti.
Ogni giorno si recava puntualmente a teatro, come fosse un ufficio. Dopo le prove tornava a casa con la moglie Rina e i loro amati cani randagi. Rina, nel 1969, contribuì alla fondazione dell’Associazione Amici del Cane. Govi detestava i pettegolezzi e difendeva il talento dei colleghi. Nonostante la fama di tirchieria, aiutava in segreto con donazioni a colleghi in difficoltà, ospedali e associazioni.
Accusato di ripetere sempre le stesse commedie, in realtà ne portò in scena ben 81 in cinquant’anni di carriera. Provò anche il cinema, ma non ne amava i ritmi. Nel 1957 la televisione trasmise le sue commedie in diretta: fu un successo clamoroso, con ascolti mai più eguagliati. Sei delle quattordici commedie registrate dalla RAI sono oggi conservate grazie a un collezionista.
Nel 1960, a settantacinque anni, decise di ritirarsi. Apparve ancora nel 1961 in alcuni Caroselli, tra cui quelli di Baccere Baciccia, portiere genovese amato dai bambini.
Gilberto Govi morì nel 1966, a ottantuno anni e ai suoi funerali partecipò tutta Genova. Riposa al cimitero monumentale di Staglieno, lasciando un’eredità teatrale che continua a vivere nel cuore della città e nella memoria collettiva.