C’è una porta, in piazza Odicini a Voltri, che da trentacinque anni è aperta per accogliere chiunque voglia varcare la soglia.
Dietro quella porta, si trovano il profumo di pizza e farinata, il vociare, le risate e quella strana liturgia di gesti sapienti che paiono una coreografia di danza.
È la porta della Pizzeria Mariuccia, un luogo che per decenni è stato più di un locale: un pezzo di vita collettiva.
Venerdì prossimo, il 31 ottobre, quella porta si chiuderà. La fine di un capitolo nella storia voltrese e nella storia di questo locale.
"Voglio che resti un bel ricordo", dice con un sorriso dolce Claudia Angioni, anima del locale, che dopo trentacinque anni di lavoro ha deciso di fermarsi. Non per stanchezza, ma per amore: per il marito Andrea, che dovrà affrontare un intervento, e per la madre novantaduenne. “Meglio smettere adesso - spiega - piuttosto che non riuscire più a dare un servizio come si deve”.
La storia di Claudia comincia nel 1991, quando entra come dipendente della signora Mariuccia, la fondatrice. "Ho lavato piatti, servito in sala, cucinato, fatto la pizzaiola… in trentacinque anni devi saper fare tutto".
Nel 2001 Mariuccia si ritira e le propone di prendere in gestione il locale. “Perché no?”, risponde Claudia. E da lì comincia un’altra storia.
Con il tempo, il ristorante è diventato la sua seconda casa, un rifugio.
Claudia impara tutto dal signor Elio, marito di Mariuccia: “un omone che faceva le pizze con una mano sola, con un cuore grande”.
Un maestro severo, un po’ burbero, che le ha insegnato il mestiere e la dignità del lavoro. “Da lui ho imparato più che da chiunque altro”, racconta.
Tra le mura della pizzeria è nata anche una storia d’amore.
Negli anni ’90, tra impasti e serate piene, Claudia conosce Andrea Avanti, un ragazzo di Milano che prestava servizio come obiettore di coscienza alla Croce Rossa.
“Ci siamo conosciuti qui, e da lì è iniziato tutto”, ricorda sorridendo.
Una storia che oggi continua, fatta di complicità, sacrificio e scelte che a volte sono necessarie.
Chi è passato dalla Mariuccia lo sa: non era solo un posto dove si mangiava bene. Era un luogo di crescita.
Claudia ha guardato crescere generazioni di ragazzi e per molti è stata una maestra e una sorella maggiore.
Come Miri, arrivato a 17 anni da una comunità, senza famiglia alle spalle: “Gli dicevo che doveva imparare a stare al mondo, non solo a lavorare. Doveva pagarsi l’affitto, mangiare, aiutare i suoi in Albania”. Miri è rimasto con lei sedici anni.
Oggi ha un’attività sua, una casa, due figli. “Quando me l’ha detto, ho pianto di gioia. Ce l’ha fatta. E ho pensato: non ho lavorato invano”.
Non è l’unico. Molti dei “ragazzi di Claudia” oggi gestiscono locali in zona: "È la mia più grande soddisfazione - dice - vederli realizzati. Perché ho seminato bene”.
Non sono mancati gli anni difficili. Il crollo del Ponte Morandi ha tagliato fuori Voltri da una parte della clientela del levante genovese. E quando tutto sembrava poter ripartire, è arrivato il Covid.
“Il demanio voleva i soldi anche se eravamo chiusi per decreto. Io ho pagato tutto. Mi dicevano: se non paghi, perdi la concessione. È stato un colpo durissimo”.
Ma Claudia non si è arresa: ha tenuto il locale aperto anche solo per chi passava, per chi aveva bisogno di parlare. “Se passavano per un saluto, la porta era sempre aperta. Questa piazza è anche casa mia”.
Il 31 ottobre sarà l’ultimo giorno della Pizzeria Mariuccia.
Nessuna festa, nessuna pubblicità. Solo ringraziamenti. “Non volevo che sembrasse una mossa per attirare clienti. È un addio sincero, non una promozione”.
E così, in silenzio, Claudia chiuderà il cancello per l’ultima volta.
“È più difficile chiudere che aprire - ammette - perché dentro ci sono ricordi, persone, storie. Quando una cliente è uscita piangendo l’altro giorno, mi si è stretto il cuore. L’ho vista crescere, poi sposarsi, poi tornare qui con i suoi figli. E ora mi abbraccia e mi dice ‘devo uscire perché sto per piangere’”.
Da novembre due ragazzi prenderanno il testimone. Faranno dei lavori, daranno la loro impronta, ma probabilmente terranno il nome “Mariuccia”, in omaggio alla storia che li precede.“Sono giovani e hanno voglia di fare. Gli auguro di spaccare, di portare avanti il nome con rispetto ma anche con la loro idea di futuro”.
E così, tra una pizza e una carezza, la storia della Mariuccia entra nella memoria collettiva di Voltri.
Non è solo un locale che chiude. È una pagina di umanità, scritta giorno dopo giorno, con l’impegno che tipico di chi ha un cuore sincero.
“Io sono una bilancia - ride Claudia - indecisa e perfezionista. Ma almeno so che ho lasciato un segno. Chi ha avuto un bel ricordo lo porterà con sé. Chi non l’ha avuto… lo ringrazio lo stesso, perché mi ha fatto crescere”.
E mentre il profumo dell’ultima sfornata si alzerà nell’aria, sarà l’immagine più semplice e più vera a imprimersi nella memoria: una donna con ‘le mani in pasta’, il sorriso orgoglioso e una storia che è destinata rimanere come faro per tutta Voltri e non solo.