Cronaca - 15 gennaio 2026, 16:46

Omicidio Nada Cella, trent’anni dopo c’è la sentenza: Anna Lucia Cecere condannata a ventiquattro anni

La corte d’assise di Genova emette il verdetto di primo grado sul caso della giovane uccisa a chiavari nel 1996. La cugina: “Giustizia è fatta”. Due anni a Soracco: “Ci opporremo”

Dopo oltre trent’anni, arriva la sentenza di primo grado sul delitto di Nada Cella, la segretaria di 25 anni uccisa il 6 maggio 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco a Chiavari. La Corte d’Assise di Genova ha condannato Anna Lucia Cecere a 24 anni di carcere, riconoscendola responsabile dell’omicidio. Per il commercialista, datore di lavoro della vittima, è arrivata una condanna a due anni di carcere.

Il presidente della Corte, Massimo Cusatti, ha letto il verdetto dopo una camera di consiglio durata sei ore, escludendo le aggravanti. La pm Gabriella Dotto aveva chiesto l’ergastolo per Cecere e quattro anni per Soracco. La Corte ha inoltre stabilito 90 giorni di tempo per la redazione delle motivazioni della sentenza.

Il delitto, rimasto irrisolto per decenni, era stato riaperto nel 2021 grazie alla revisione degli atti condotta dalla criminologa Antonella Delfino Pesce e dall’avvocata della famiglia Cella Sabrina Franzone. Secondo l’accusa, Cecere avrebbe ucciso la giovane per prendere il suo posto nello studio e per motivi sentimentali legati a Soracco, mentre la difesa, rappresentata dagli avvocati Giovanni Roffo e Gabriella Martini, aveva contestato qualsiasi legame tra i due e negato motivazioni per eliminare la vittima.

All’uscita dall’aula, Silvia Cella, cugina della vittima, ha commentato: “Giustizia è fatta”, mentre Marco Soracco ha definito la sentenza “inaccettabile”, annunciando l’intenzione di presentare ricorso.

"Siamo qui perché è morta Nada, non è una questione di felicità, ma qualcuno crede ancora che esista la giustizia, io non mi aspettavo la sentenza di condanna, neanche Silvana". Così la criminologa Antonella Delfino Pesce in lacrime intervistata dall'emittente tv ligure Primocanale a Chiavari sull'uscio della casa della madre di Nada Cella, Silvana Smaniotto, commenta la sentenza di condanna. "La lettura della sentenza è stata una deflagrazione per tutte e due - testimonia Delfino Pesce -. Se lo è stato per me, non posso nemmeno immaginare per Silvana quanto lo sia stato, mi ha detto 'non ci credo', 'non è vero', neppure io all'inizio pensavo di aver capito bene, non riuscivo a crederci, per Silvana è stata un'emozione grandissima, mi ha detto che sta meglio. Menomale che c'era lei, perché è sempre la persona più utile di tutti. Oggi non dobbiamo festeggiare, perché è morta una ragazza giovanissima di 25 anni, è morto suo padre di dolore, la mamma Silvana è stata condannata a un ergastolo per trent'anni. Non c'è niente di cui gioire. C'è da dire: la giustizia ce l'ha fatta con trent'anni di ritardo, con tante difficoltà. È stato faticosissimo, ma ce l'abbiamo fatta, ce l'ha fatta una Procura eccezionale". 

"Ce l'abbiamo fatta". Le parole di Silvana Smaniotto, mamma di Nada Cella, arrivano al telefono dell'avvocato Sabrina Franzone, e poi si interrompono per dare spazio alle lacrime mentre sussurra "bastardi". "Speravo in questo risultato, per Nada e la sua famiglia abbiamo lottato fine alla fine, abbiamo avuto paura ma la verità è nota a tutti - ha detto Franzone -. La verità ci voleva per lei e per la sua famiglia che non si può dire cosa ha passato". "Daniela (la sorella di Nada, ndr) ha pianto - sottolinea l'avvocata Laura Razzeto - era commossa e anche incredula e aveva tanta paura per quanto successo in precedenza". "Questa sentenza - conclude Franzone - restituisce a tutti fiducia. Nada non tornerà ma era giusto che venisse fatta chiarezza".

Soracco: "Inaccettabile condanna" 

"Non me l’aspettavo, pensavo che venisse riconosciuta la mia estraneità. Prendiamo atto di quello che ha deciso la Corte. Ci opporremo nel prossimo grado. È inaccettabile. La condanna alla Cecere? Penso alla mia posizione. Come ho sempre detto fin dall’inizio la conoscevo solo superficialmente. Se il giudizio è fondato è stata fatta giustizia, se non è fondato invece no". Così il commercialista Marco Soracco. 

Redazione