Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.
Negli ultimi anni la nostalgia degli anni ’90 è diventata quasi un sentimento condiviso, anche tra chi quegli anni non li ha mai vissuti davvero. È una malinconia strana, costruita attraverso immagini sgranate, serie tv, musica e racconti, che fa sentire la mancanza di un tempo che non è mai stato nostro. Gli anni ’90 vengono spesso immaginati come un’epoca in cui la tecnologia esisteva, ma non occupava tutto lo spazio e tutto il tempo: c’era, ma non dettava il ritmo delle giornate. La vita sembrava stare più fuori che dentro uno schermo.
Le serie televisive contribuiscono molto a questa sensazione. Friends, Beverly Hills 90210, The O.C., X-Files, E.R. - Medici in prima linea, Il Principe di Bel-Air raccontano un modo di vivere in cui le relazioni avevano un peso diverso. Ci si incontrava davvero, si passava tempo insieme senza documentarlo, senza doverlo rendere visibile. Guardarle oggi provoca spesso una lieve tristezza: non tanto per le storie in sé, ma per quello che rappresentano. Un tempo in cui l’amicizia, l’attesa, la noia avevano ancora spazio.
La musica degli anni ’90 porta con sé la stessa malinconia. I Backstreet Boys, i Blink-182, le Spice Girls non erano solo gruppi o band, ma colonne sonore di un’epoca. Le Spice Girls, in particolare, restano icone di stile e di libertà, simboli di un’energia che oggi sembra più difficile ritrovare. Quelle canzoni continuano a essere ascoltate anche da chi è nato dopo, forse proprio perché evocano un mondo meno accelerato, meno saturo di stimoli.
Anche il cinema e la televisione di quegli anni vengono ricordati per la loro semplicità. Immagini meno definite, niente alta risoluzione, niente perfezione. Eppure proprio quella “non definizione” rendeva tutto più reale. C’era più spazio per immaginare, per riempire i vuoti. Oggi, in un mondo iper-definito e costantemente connesso, quella mancanza diventa quasi affascinante.
La moda completa questo immaginario malinconico. Le supermodelle degli anni ’90, Naomi Campbell, Cindy Crawford, Christy Turlington, Linda Evangelista, Tatjana Patitz, e poi Claudia Schiffer e Kate Moss, incarnavano un’eleganza potente e naturale. Erano icone riconoscibili, non cloni. Anche oggi vengono ammirate perché rappresentano un’epoca in cui l’estetica non era ancora completamente standardizzata.
Forse la nostalgia degli anni ’90 non parla davvero del passato, ma del presente. Del bisogno di rallentare, di tornare a una vita meno filtrata, meno digitale. Di ricordarci che, per quanto la tecnologia sia parte delle nostre vite, la vita vera succede altrove: fuori dallo schermo, negli incontri, nei silenzi, nei momenti che non hanno bisogno di essere condivisi.