Buone Azioni - 20 gennaio 2026, 08:00

Buone Azioni - Quarant’anni contro lo stigma: Alfapp e il lavoro quotidiano sulla salute mentale in Liguria

L’associazione costruisce luoghi sicuri per i pazienti psichiatrici e le loro famiglie: "Ascoltare qualcuno dire 'non ce la farò mai' e poi vederlo riuscirci è la soddisfazione più grande"

Ogni martedì uno spazio per raccontare l’impegno, le storie e i volti di chi, ogni giorno, si mette al servizio degli altri: con la nuova rubrica 'Buone Azioni', vogliamo dare voce alle associazioni, alle cooperative sociali, ai gruppi di volontari e a tutti coloro che costruiscono solidarietà sul territorio, spesso lontano dai riflettori ma con un impatto concreto nella vita delle persone. La rubrica sarà un viaggio settimanale nel cuore del Terzo Settore, per conoscere chi fa la differenza e capire come ciascuno può contribuire, anche con un piccolo gesto.

Quello di cui tutti abbiamo bisogno è un posto dove sentirci al sicuro. E, da quarant’anni, Alfapp (Associazione Ligure Famiglie Pazienti Psichiatrici) risponde a questa esigenza, operando sul territorio ligure per offrire supporto a chi soffre di disturbi psichici e alle loro famiglie. Lo stigma della salute mentale, nel 2026, dovrebbe essere ormai acqua passata, ma i volontari dell’associazione, attiva a Genova, nel Tigullio, a Savona, Sanremo e Imperia, sanno bene che il loro lavoro è tutt’altro che destinato a scomparire.

A raccontare la dimensione concreta dell’associazione è il presidente Paolo Curti: “Oggi l’associazione conta più di centocinquanta soci a livello regionale, con il nucleo più numeroso a Genova, dove siamo circa un centinaio. La nostra sede è il Circolo Lugli, in via Malta, un immobile di proprietà di Alfapp ricevuto grazie a una donazione, che funge da centro diurno: siamo qui ogni giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno, dalle 15 alle 19. Abbiamo deciso di coprire le fasce orarie che spesso vengono lasciate scoperte dai servizi pubblici”.

È proprio all’interno di questi spazi che prende forma il lavoro quotidiano dell’associazione. L'accesso ai locali è rivolto a persone con una certa autonomia, di età compresa fra i trenta e i settant’anni, che vengono inserite gradualmente dopo una valutazione della psicologa dell'associazione, Sabrina Sarpa. Qui vengono portate avanti attività di diverso tipo, che vanno dalla creatività alla vita quotidiana: “Organizziamo per gli utenti tante iniziative diverse, dai laboratori di scrittura creativa a piccole attività di cucina, dal trekking urbano, in collaborazione con il CAI, ai gruppi di auto-mutuo aiuto. Grazie a questi gruppi sono nate tante amicizie, e anche una bella storia d’amore” racconta la vicepresidente Paola Simeta. “Pubblicare dei volumi, organizzare convegni e concorsi per presentarli al pubblico, avvicinarsi alle problematiche della vita quotidiana, partecipare a escursioni per raggiungere piccoli traguardi inizialmente impossibili sono tutte attività dalla profonda valenza riabilitativa” spiegano.

Accanto al lavoro quotidiano, resta però un fronte sempre aperto: quello del pregiudizio. “Uno degli ostacoli principali resta il pregiudizio sociale: esiste ancora la falsa credenza che associa la malattia mentale alla pericolosità, uno stigma che cerchiamo di combattere attivamente portando testimonianze anche nelle scuole per sensibilizzare le nuove generazioni. Nessuno degli utenti che frequenta i nostri centri è una persona pericolosa: di solito gli utenti sono inviati principalmente dai Centri di Salute Mentale genovesi, da Comunità Terapeutiche, da Cliniche private, e ovviamente vengono indirizzati solo coloro che hanno necessità di supporto, insieme alle famiglie. Anche loro possono ricevere informazioni e sostegno personale”.

A rendere ancora più chiaro questo aspetto è un ricordo personale di Paola Simeta: “Mi viene in mente un episodio dei primi anni in cui facevo la volontaria. In quel periodo partecipavamo alle messe: prima contattavamo il parroco per verificare la disponibilità e, se c’era l’ok, andavamo portando i fiori di carta realizzati dagli utenti. Venivano distribuiti all’ingresso della chiesa e, al termine della messa, ci veniva concesso qualche minuto per parlare; poi, all’uscita, regalavamo queste rose. È un’attività che oggi non svolgiamo più, ma mi colpì molto il riscontro che aveva: dovevamo fermarci fuori dalla chiesa dopo l’intervento, perché tantissime persone, uscendo dalla messa, si fermavano a parlare con noi per avere informazioni. Fino a quel momento erano sole, non sapevano che potevano avere supporto”.

Da qui nasce una riflessione più ampia sul ruolo della sensibilizzazione. Per avere una visione più chiara “è fondamentale partire dalla scuola, dove già si può intervenire per cambiare la mentalità dei giovani, affinché questo cambiamento si rifletta gradualmente sull’intera società. In fondo tutto nasce dalle famiglie, dalle percezioni, da ciò che le persone pensano o sentono dire, anche attraverso i giornali e i numerosi mezzi di comunicazione di oggi”.

A sostenere questo impegno c’è anche un delicato equilibrio economico. “Il bilancio si regge su un piccolo contributo del Comune di Genova, progetti di rete e donazioni, e per questo manteniamo un dialogo costante con le istituzioni”. Tra i successi più significativi figurano l'inserimento di un utente nel consiglio direttivo e la partecipazione al convegno annuale "La città che cura" a Palazzo Ducale, realizzato in collaborazione con l'ASL.

Parallelamente, l'associazione sta investendo molte energie su un altro tema centrale: quello dell’abitare. Grazie a una donazione a Pino Soprano, sulle alture di Molassana, Alfapp dispone di immobili che sono stati ristrutturati e sono pronti per ospitare tra gli 11 e i 15 posti letto (strutture CAUP) per la vita indipendente. Attualmente la struttura viene utilizzata per attività diurne, come la cucina e l'agricoltura sociale, ma l'obiettivo è trasformarla in una residenza permanente. Per fare questo, l'associazione è in attesa di definire con Regione, Comune e ASL le modalità di finanziamento necessarie per rendere sostenibile l'accoglienza residenziale.

Alla base di tutto, resta il ruolo insostituibile dei volontari e delle volontarie. “Per poter essere un valido supporto è necessario seguire dei corsi di formazione specifici e un percorso di inserimento graduale come ‘spalla’ di un facilitatore esperto”. E, anche se sembra un percorso impegnativo, quello che si porta a casa non ha prezzo: “Essere circondati di affetto è sicuramente una grande soddisfazione” spiegano Curti e Simeta. “Ascoltare qualcuno dire ‘non ce la farò mai a fare questa cosa’ e poi vederlo riuscirci, e farlo anche molto bene, è una scoperta meravigliosa per lui, per la sua famiglia e anche per noi. C’è poi anche l’aspetto della valutazione: ascoltiamo spesso ciò che dice la nostra psicologa, e lei sottolinea come tante persone che, al momento dell’ingresso, avevano diversi problemi, oggi stiano decisamente meglio. Ed è questa la cosa più importante di tutte”.

Guardando avanti, infine, emerge una nuova sfida. Per il futuro, l’obiettivo è riuscire a costruire un gruppo di giovanissimi, una fascia che oggi rischia di restare ai margini delle attività. “Se arrivano e trovano solo persone più adulte, spesso perdono entusiasmo e finiscono per mollare. È quindi fondamentale proseguire sulla strada della co-progettazione con altre associazioni, perché la migliore forma di contrasto all’isolamento sociale è mettere in comune idee ed energie”.