Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.
Negli ultimi mesi è diventato sempre più evidente come il modo di studiare degli studenti stia cambiando, e al centro di questo cambiamento c’è l’uso dell’intelligenza artificiale. All’inizio era uno strumento quasi innocuo, usato per farsi riassumere capitoli troppo lunghi, per chiedere una spiegazione più semplice di un concetto poco chiaro o per avere un aiuto quando il libro sembrava scritto in un’altra lingua. Un supporto, insomma. Col tempo però questo atteggiamento si è trasformato, e per molti studenti l’AI non è più un aiuto occasionale ma una presenza costante, quasi indispensabile. Oggi c’è chi fatica a studiare senza il suo appoggio, come se leggere, riassumere e comprendere autonomamente fosse diventato improvvisamente troppo complicato.
Il problema non è tanto l’uso in sé, quanto il modo in cui viene utilizzata. È innegabile che questi strumenti permettano di risparmiare tempo, di velocizzare ore di studio e di rendere più accessibili testi complessi. Possono essere utili, soprattutto quando si ha poco tempo o quando un argomento risulta davvero ostico. Ma il rischio è che, invece di affiancare la mente, finiscano per sostituirla. Riassumere un testo non è solo un esercizio meccanico: significa selezionare, capire, collegare. Quando tutto questo viene delegato a un algoritmo, ciò che si perde non è solo il tempo “risparmiato”, ma una parte fondamentale del processo di apprendimento.
In questo scenario si inserisce anche un’altra riflessione, sempre più diffusa tra gli studenti: l’uso massiccio dell’intelligenza artificiale sembra andare, in parte, a togliere importanza al ruolo del professore. Non tanto perché la figura dell’insegnante non sia più necessaria, ma perché molti studenti lamentano una difficoltà crescente nel sentirsi compresi e seguiti. Spesso l’AI viene percepita come più chiara, più paziente, più capace di adattarsi alle esigenze individuali rispetto a chi sta in cattedra.
Questo apre una questione più profonda: forse non è solo l’AI a “rubare spazio”, ma anche una scuola che fatica a rinnovare i propri metodi, a trovare linguaggi diversi, più innovativi, più vicini a chi apprende. Quando uno studente sente di capire meglio parlando con un algoritmo che ascoltando una spiegazione in aula, il problema non è solo tecnologico, ma anche educativo. Negli ultimi tempi, poi, l’uso dell’intelligenza artificiale ha fatto un ulteriore passo avanti: molti studenti la utilizzano per ripetere le lezioni, per farsi interrogare, per “parlare” degli argomenti come se fosse una persona reale. In questo modo l’AI finisce per prendere il posto di un compagno di classe, di un amico, a volte persino di una figura familiare come un genitore o un nonno. È sempre disponibile, non giudica, non si stanca, non ha orari. Non serve mettersi d’accordo, uscire di casa o incastrare impegni: basta aprire un’app e iniziare a parlare.
Ma questa comodità solleva una domanda importante: aiuta davvero a studiare meglio? Il confronto umano è fatto di domande spontanee, di silenzi, di errori, di spiegazioni che cambiano a seconda di chi hai davanti. Ripetere con qualcuno significa anche mettersi in gioco, esporsi, accettare di non sapere. Con l’intelligenza artificiale, invece, il rischio è quello di restare in una zona di comfort, dove tutto è sempre chiaro, ordinato e adattato alle nostre richieste. Non c’è un vero scambio, non c’è imprevedibilità, non c’è quel piccolo disagio che spesso è proprio ciò che ci fa crescere e imparare davvero.
C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare: l’abitudine. Più ci si affida a questi strumenti, più diventa difficile farne a meno. La mente si disabitua allo sforzo, alla concentrazione prolungata, alla frustrazione che fa parte dello studio. Non è un caso se molti studenti raccontano di sentirsi persi davanti a un libro, incapaci di iniziare senza “chiedere prima all’AI”. Non perché non siano capaci, ma perché hanno smesso di allenarsi.
Questo non significa demonizzare la tecnologia o negare il valore dell’innovazione. L’intelligenza artificiale può essere una grande alleata se usata con consapevolezza: per chiarire un dubbio, per verificare un concetto, per avere un punto di vista diverso. Il problema nasce quando diventa una scorciatoia costante, quando sostituisce il pensiero critico, la relazione, il confronto. Studiare non è solo acquisire informazioni, ma costruire un metodo, una capacità di ragionare e di affrontare la complessità.
Forse la vera sfida non è decidere se usare o meno l’intelligenza artificiale, ma imparare a darle il giusto spazio. Usarla come supporto, non come stampella. Perché la conoscenza non passa solo da ciò chesappiamo, ma da come impariamo a pensarci dentro. E questo, almeno per ora, resta qualcosa che nessun algoritmo può fare al posto nostro.