Prosegue oggi, e continuerà per tutti i venerdì successivi, ‘Alla scoperta dei Forti’, un servizio seriale de ‘La Voce di Genova’ dedicato a una delle ricchezze più straordinarie del nostro territorio: il sistema fortificato che abbraccia la città dalle alture. Un patrimonio unico, che racconta secoli di storia militare, politica e sociale. Un viaggio tra Medioevo e Ottocento, tra leggenda e realtà, sempre con lo stesso filo conduttore: l’amore per Genova e per le sue eccellenze. Buon viaggio insieme a noi, alla scoperta dei Forti!
A 314 metri di quota sopra la Val Bisagno, si incontra Torre Quezzi. Non soltanto un rudere panoramico ma un concentrato di storia militare e ingegneria difensiva che attraversa tre secoli. Un esempio perfetto delle capacità liguri che, grazie anche alle più recenti scoperte che lo hanno itneressato, ha mostrato come Genova abbia adattato le proprie difese terrestri in risposta ai grandi conflitti europei.
L’origine del complesso risale alla fase più turbolenta della Guerra di Successione Austriaca. Dopo l’insurrezione popolare del 1746, le truppe austro-piemontesi avanzarono sulle alture che dominano Genova da nord-est. Il contrafforte di Quezzi, strategico per il controllo della Val Bisagno e delle Mura Nuove, venne occupato, costringendo i genovesi a reagire rapidamente. Nacque così, nel giugno 1747, una ridotta provvisoria: trincee, palizzate e un impianto stellare pensato per ospitare un presidio di circa 300 granatieri. I documenti del Genio genovese la descrivono come opera essenziale per contenere l’assedio e impedire lo sfondamento verso la città.
Era una struttura di crisi, costruita in fretta ma in posizione cruciale. All’inizio dell’Ottocento, con Genova coinvolta nelle guerre napoleoniche, il sito tornò centrale. Quella che era diventata in parte una struttura degradata venne recuperata e riorganizzata. Tra il 1800 e il 1814 l’area fu oggetto di interventi del Genio militare francese, che la trasformò in una posizione più stabile e strutturata. Le planimetrie dell’epoca mostrano un recinto bastionato in muratura, una caserma a due piani con terrazza armata, cisterne per la raccolta dell’acqua e magazzini per garantire autonomia logistica. L’impianto rispondeva ai criteri dell’ingegneria militare moderna: geometrie regolari, spazi interni funzionali e adattamento all’artiglieria leggera. Dopo il 1815, con l’annessione al Regno di Sardegna, il sistema difensivo genovese venne ripensato su scala più ampia.
Tra il 1818 e il 1825 il Genio Sardo costruì una linea di torri avanzate tra Val Polcevera e Val Bisagno. Quezzi fu tra le prime a essere realizzate nella nuova forma. La torre attuale, in laterizio, ha pianta circolare di circa 10 metri di diametro e raggiunge i 17 metri di altezza. La piattaforma superiore, destinata ai pezzi d’artiglieria, si trova a 318 metri sul livello del mare. La posizione consentiva di proteggere il fianco nord del Forte Quezzi e di controllare eventuali movimenti lungo le valli circostanti. Progetti successivi ipotizzarono ampliamenti più ambiziosi, con bastioni e strutture simili a quelle del Forte Begato, ma non furono realizzati, soprattutto per ragioni economiche. La torre rimase comunque coerente con le altre coeve, come Monteratti e Granarolo, segno di una progettazione unitaria. Il sito continua a offrire spunti di studio. Indagini del Centro Studi Sotterranei di Genova hanno esplorato la cisterna ipogea, evidenziando soluzioni idrauliche attribuibili alla fase napoleonica.
Le analisi geomorfologiche indicano che la torre poggia su calcari miocenici stabili, condizione ideale per strutture fortificate e utile anche in chiave antisismica. Durante la Seconda guerra mondiale l’area subì modifiche legate alla difesa contraerea del vicino forte, ma la torre sopravvisse sostanzialmente integra. Oggi Torre Quezzi rientra nel sistema dei Forti di Genova ed è raggiungibile tramite sentieri escursionistici che partono dai quartieri di Quezzi e Rivarolo. Oltre al valore paesaggistico, il sito rappresenta un vero laboratorio storico: qui si leggono, stratificate nello spazio, le soluzioni difensive settecentesche, la razionalità poligonale napoleonica e l’organizzazione militare sabauda.
Vincolata come bene culturale, la struttura attende interventi di valorizzazione che possano renderla più fruibile. Nel frattempo resta una tappa fondamentale per capire come la città abbia costruito nel tempo la propria difesa terrestre, integrando tecnica, topografia e strategia militare.