Un flash mob tra gli scaffali del supermercato per denunciare la scomparsa degli spazi sportivi di quartiere.
È quanto accaduto ieri a Quarto, dove l’apertura della nuova Basko di via Carrara, nell’area del Centro Don Bosco, ha scatenato numerose proteste e acceso le preoccupazioni dei residenti della zona.
Ieri, un gruppo di ragazze e ragazzi è entrato nel supermercato con indosso le divise da basket e per alcuni minuti ha deciso di palleggiare all’interno del pinto vendita per denunciare la mancanza di spazi pubblici e privatizzazione dei pochi spazi esistenti.
All’esterno del punto vendita, sul cavalcavia, son comparsi striscioni per manifestare il malcontento della zona.
L’iniziativa è stata sostenuta dalle realtà Genovacheosa e Ricreativo TesteMobili Streetball, che parlano di azione simbolica “dal basso” per richiamare l’attenzione sulla perdita di spazi pubblici.
Al centro della contestazione c’è la trasformazione dell’area che in passato ospitava campi da calcio, basket, pallavolo e spazi informali di ritrovo. Secondo i promotori della protesta, lo spazio oggi non sarebbe più in grado di svolgere la stessa funzione sociale. In precedenza, spiegano, l’area permetteva l’utilizzo contemporaneo di un campo da calcio a sette, uno a cinque, un campo da basket con due canestri e uno da pallavolo. Con il nuovo assetto resterebbe un solo campo da calcio a sette, collocato sul tetto del supermercato, mentre altri spazi sarebbero stati eliminati o trasformati in impianti gestiti da privati.
“In qualità di rappresentante del Ricreativo TesteMobili Streetball non possiamo che schierarci a favore di azioni come queste - dichiara Gabriele Grosso -. In una città sempre più povera di spazi gratuiti di socialità, sportivi e non, questa costruzione è l’ennesimo schiaffo alla vivibilità della nostra città. Vogliamo più spazi per stare insieme, lontani dalle logiche di lucro”.
La critica non riguarda soltanto la riduzione numerica degli impianti, ma anche la loro collocazione e funzione. I campi sopra la struttura commerciale, sostengono i promotori, non sarebbero equiparabili a spazi pubblici aperti e liberamente accessibili, ma verrebbero percepiti come elementi accessori a un contesto di consumo. “Non si tratta di una semplice ricollocazione delle attività sportive, ma di una perdita qualitativa e quantitativa”, è la posizione espressa.
La vicenda si inserisce in una discussione più ampia sul modello di sviluppo urbano, soprattutto nei quartieri del Levante dove, secondo i promotori della campagna “Vogliamo spazio”, gli spazi pubblici e comunitari continuerebbero a ridursi a favore di superfici commerciali. “Qui non è in discussione lo sport in sé, ma il modello di città che si costruisce quando ciò che era bene comune diventa funzione secondaria del consumo”.