Gen Z - il mondo dei giovani - 22 febbraio 2026, 09:30

Gen Z - Il mondo dei giovani: Il cibo oltre lo schermo: si può ancora mangiare senza 'filtri'?

In un mondo di ricette proteiche e piatti fotografati alla perfezione, quello che mangiamo rischia di diventare un metro di paragone anziché una cura

Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.

Il cibo, oggi, non è solo qualcosa che mangiamo. È qualcosa che guardiamo, commentiamo, condividiamo. Scorriamo immagini di piatti perfetti, di tavole curate nei minimi dettagli, di ristoranti che raccontano la propria cucina come fosse uno spettacolo. I social sono diventati una vetrina continua: pubblicità di fast food, sushi, locali innovativi, cucine etniche, chef che mostrano la preparazione dei piatti, nuove aperture raccontate attraverso reel e storie. È un flusso costante che stimola desiderio, curiosità, voglia di provare.

Poi ci sono i mukbang, video in cui creator mangiano davanti alla telecamera quantità spesso abbondanti di cibo, parlano, intrattengono, trasformano il pasto in uno show. C’è chi prova snack strani provenienti da altri Paesi, chi assaggia nuove cucine e le recensisce, chi ricrea ricette virali. In questi casi il cibo diventa intrattenimento, esperienza, scoperta. Ci spinge ad ampliare i nostri gusti, a uscire dalla routine, a essere più curiosi.

Fin qui, tutto può sembrare leggero, persino stimolante. Il problema nasce quando il cibo smette di essere solo esperienza e diventa modello da imitare. Accanto ai video spettacolari e alle recensioni, troviamo i “what I eat in a day”, le diete di tendenza, le ricette fit, low carb, detox, proteiche. Routine alimentari mostrate da modelle, influencer, persone con corpi considerati “ideali”. E lì il paragone scatta quasi automatico. Vediamo un fisico magro, tonico, conforme agli standard più ammirati, e colleghiamo quel corpo a ciò che viene mostrato nel piatto. Se mangia così ed è così, allora forse dovrei mangiare così anch’io.

Si crea un cortocircuito. Da una parte i social ci invitano a provare tutto, a lasciarci tentare, a scoprire sapori nuovi. Dall’altra ci suggeriscono, in modo più o meno esplicito, che esiste una “cucina buona” e una “cucina cattiva”. Buona perché sana, leggera, controllata. Cattiva perché calorica, indulgente, lontana dall’idea di perfezione fisica. Molti giovani finiscono per essere influenzati più dalla forma del corpo che dal contenuto del piatto. Le diete diventano una moda, quasi un trend da seguire come un capo d’abbigliamento. Si elimina il glutine anche senza necessità, si demonizzano i carboidrati, si contano le calorie con rigidità, non sempre per salute, ma per somigliare a qualcuno visto su uno schermo.

Eppure quello che vediamo è solo una porzione di realtà. Non conosciamo la storia personale, il metabolismo, le eventuali restrizioni, il percorso di ciascuno. Non sappiamo cosa c’è dietro quell’immagine ordinata. Ma il confronto è immediato, e spesso silenzioso.

Il cibo dovrebbe essere equilibrio, cultura, piacere, condivisione. Non un metro di paragone costante con il corpo degli altri. Possiamo lasciarci ispirare da nuove ricette, scoprire cucine diverse, incuriosirci davanti a un mukbang o a una recensione. Ma forse dovremmo fermarci un attimo prima di trasformare tutto ciò in un modello rigido da seguire.

Perché mangiare non dovrebbe essere un modo per rincorrere un ideale estetico, ma un modo per prenderci cura di noi stessi, ascoltando il nostro corpo e non solo quello che i social ci mostrano.

Martina Colladon