Una singolare coincidenza teatrale, che mette al centro il nucleo profondo del confronto tra uomo e natura.
Questo sabato, 7 marzo, sui palchi di Genova si racconterà il gelo dello Yukon in Fare un fuoco, e l’abisso delle Ande in Toccando il vuoto. Due linguaggi teatrali differenti che interrogano lo spettatore su limiti, coscienza e istinto di sopravvivenza.
Al Teatro del Ponente, alle 18,30, va in scena Fare un fuoco, monologo interpretato da Luigi D’Elia, tratto liberamente dai Racconti dello Yukon di Jack London e scritto con Francesco Niccolini, che firma anche la regia insieme all’attore. Lo spettacolo chiude la trilogia dedicata al lupo iniziata con La Grande Foresta e proseguita con Zanna Bianca.
D’Elia affronta la scrittura di London partendo da un’idea precisa: il rapporto inscindibile tra uomo e ambiente. “Per me Jack London è lo scrittore che ha incarnato in maniera più viscerale una scrittura legata alla natura, come se fosse la natura stessa a scrivere. È l’autore della ‘scrittura selvaggia’”, racconta.
Il monologo narra il viaggio di un uomo che attraversa lo Yukon a sessanta gradi sotto zero per raggiungere una miniera d’oro. Con lui c’è solo un husky, simbolo di fedeltà e istinto. In scena, però, il viaggio prende forma in modo particolare: “Abbiamo scelto di fare uno spettacolo in cui resto sempre fermo nello stesso punto. È come se la geografia del viaggio coincidesse con la geografia del mio corpo. Il racconto parla di quaranta chilometri, ma tutto accade dentro il corpo dell’attore”.
Per il regista e interprete non esiste una separazione tra uomo e natura: “La natura per me siamo noi. Anche il teatro è natura, perché i corpi che portiamo in scena sono natura. Non siamo fuori dall’ecosistema a osservarlo: ci stiamo dentro". Da questa riflessione nasce anche il messaggio ecologico ed esistenziale dello spettacolo: “Abbiamo un solo corpo, abbiamo un solo pianeta. Spesso diciamo che non esiste un pianeta B, ma non abbiamo neanche un corpo B”.
Lo spettacolo è prodotto da Teatri di Bari | Fondazione Sipario Toscana - La Città del Teatro in collaborazione con INTI.
Poche ore dopo, alle 20,30, ai Teatri di Sant’Agostino - Sala Trionfo, il pubblico troverà un’altra storia di natura estrema con Toccando il vuoto, tratto dal romanzo autobiografico dell’alpinista Joe Simpson e adattato per il teatro dal drammaturgo scozzese David Greig, nella traduzione italiana di Monica Capuani.
La regia è di Silvio Peroni e sul palco ci sono Lodo Guenzi, Eleonora Giovanardi, Giovanni Anzaldo e Matteo Gatta. Lo spettacolo è prodotto da Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito e Argot Produzioni, in co-produzione con Accademia Perduta/Romagna Teatri e con il contributo della Regione Toscana.
La storia è reale: nel 1985 gli alpinisti Joe Simpson e Simon Yates tentarono di scalare la Siula Grande, nelle Ande peruviane. Durante la discesa Simpson cadde fratturandosi una gamba e rimase sospeso nel vuoto. Per salvarsi, Yates fu costretto a prendere una decisione estrema: tagliare la corda che li univa.
Peroni sottolinea come la montagna non sia solo un luogo fisico ma anche un simbolo. “Il vuoto è polisemico: è il vuoto dell’altezza, ma anche il vuoto interiore. Toccare quel vuoto significa quasi toccare la morte”. Secondo il regista, l’alpinismo racconta qualcosa di profondamente umano: "Se dovessimo giudicare dall’esterno potremmo parlare di dipendenza dall’adrenalina. In realtà è un bisogno primordiale di confrontarsi con il limite”.
Lo spettacolo mette in scena due livelli narrativi: il racconto degli eventi e la rappresentazione fisica della scalata. “Vediamo i personaggi raccontare la vicenda mentre dietro gli attori scalano la montagna”, spiega Peroni. Al centro c’è la domanda morale che attraversa tutta la storia: "Sacrificare la vita di un amico per salvare la propria è una delle scelte più dolorose che esistano. Lo spettatore non può fare a meno di chiedersi: io cosa avrei fatto al posto di Simon?”.
Anche qui il rapporto con la natura assume una dimensione originaria. “C’è un ritorno alle radici: prima ancora di camminare, un bambino si arrampica. In qualche modo ci arrampicavamo ancora prima di essere umani”. Toccare la roccia diventa così un contatto con qualcosa di millenario: “Per la prima volta una mano umana tocca una roccia che esiste da milioni di anni”.
Due spettacoli diversi, dunque, ma uniti dallo stesso interrogativo: cosa accade quando l’essere umano si trova davanti alla forza primordiale della natura? Nel gelo dello Yukon o nel vuoto delle Ande, il teatro restituisce lo stesso scenario: un uomo costretto a confrontarsi con se stesso, con i propri limiti e con la propria coscienza.