Meraviglie e leggende di Genova - 15 marzo 2026, 08:00

Meraviglie e leggende di Genova - Il fiasco di Oberto e il brodo di trippa di Verdi

Una sera di dicembre, dopo la disfatta della sua rappresentazione al Carlo Felice, il compositore cercò conforto nel brodo ‘disintossicante’ della trattoria Tulidanna, oggi scomparsa. Una storia popolare che si tramanda da oltre centocinquant’anni

Genova, 8 dicembre 1841. Tra le file della platea si faceva prima a contare gli spettatori che i posti vuoti.

Eppure, appena due anni prima Milano gli aveva tributato applausi e repliche lunghissime e ancora sentiva l’eco degli scrosci alla Scala. Per Giuseppe Verdi, si stava materializzando un incubo: il fiasco della sua opera, Oberto, conte di San Bonifacio

Quella sera nella Superba la magia non si ripeté: applausi tiepidi, platee distratte, e dopo sole sei rappresentazioni il sipario calò definitivo.

In quella prima, il Maestro uscì dal teatro masticando amaro: era il sapore dell’insuccesso.

Aveva trent'anni, portava nel cuore il lutto recente della moglie e dei due figli, e alle spalle il disastro di Un giorno di regno. Milano lo aveva fischiato; ora anche Genova gli voltava le spalle.

Iniziò a vagare per le strade fino a ritrovarsi in via San Sebastiano, sotto all’insegna della Trattoria Tulidanna. 

Scelse di aprire la porta per trovarsi tra camalli del porto che cercavano conforto dopo la fatica in banchina, ma, forse senza nemmeno saperlo, si trovò dove Nino Bixio e Goffredo Mameli immaginavano un futuro diverso.

Si sedette in un angolo, come racconta la tradizione, e ordinò due tazze di brodo di trippa, quella che per i genovesi era "disintossicante". Trippa bollita a lungo, aromi semplici per scaldare e confortare spirito e corpo.

La storia del fiasco di Oberto e della trippa di Giuseppe Verdi viene raccontata dalla storia popolare, tramandata da oltre centocinquant’anni, ricordando il celebre compositore e il suo lungo soggiorno a Genova.

Ma che Verdi fosse un amante della trippa lo testimoniano anche le storie che sopravvivono nelle tripperie genovesi come quella di vico Casana, dove il compositore si rifugiava nelle sue trasferte genovesi.