Ogni martedì uno spazio per raccontare l’impegno, le storie e i volti di chi, ogni giorno, si mette al servizio degli altri: con la nuova rubrica 'Buone Azioni', vogliamo dare voce alle associazioni, alle cooperative sociali, ai gruppi di volontari e a tutti coloro che costruiscono solidarietà sul territorio, spesso lontano dai riflettori ma con un impatto concreto nella vita delle persone. La rubrica sarà un viaggio settimanale nel cuore del Terzo Settore, per conoscere chi fa la differenza e capire come ciascuno può contribuire, anche con un piccolo gesto.
Aprire la porta di casa propria per accogliere bambini e bambine provenienti dalle zone contaminate dopo il disastro di Chernobyl del 1986: un gesto semplice, in grado di cambiare vite, che viene portato avanti da più di vent’anni dai volontari dell’associazione 'Genova per Chernobyl'. Da allora, sono centinaia i minori che sono stati ospitati in Italia, molti dei quali hanno costruito rapporti duraturi con le persone che di loro si sono presi cura.
“Siamo nati da una costola di un’associazione italiana più grande e seguivamo i bambini provenienti soprattutto dalle regioni a sud della Bielorussia, a circa sessanta chilometri dalla centrale - racconta Maria Grazia Vitali Forconesi, volontaria storica dell’associazione -. Molti bambini dell’Ucraina del nord erano stati evacuati proprio in Bielorussia, quindi da lì arrivavano molti dei minori che ospitavamo”.
Il programma di accoglienza temporanea, coordinato dal Ministero delle Politiche Sociali, ha portato in Italia negli anni circa trentamila minori.“I ragazzi venivano per periodi di circa 120 giorni all’anno, divisi tra Natale, estate e una decina di giorni a Pasqua. Era un modo per permettere loro di respirare aria più pulita e mangiare cibo non contaminato, con benefici importanti soprattutto per la tiroide”. Oltre all’accoglienza, i volontari seguivano i ragazzi anche nei loro paesi d’origine: “Io personalmente andavo due volte all’anno in Bielorussia, visitavo gli istituti, le case famiglia, le scuole. Cercavamo di seguire i bambini anche lì, mantenendo rapporti con direttori e istituzioni. Era sempre un lavoro di collaborazione” racconta ancora la volontaria.
Con il tempo l’associazione ha ampliato il proprio impegno, coinvolgendo anche bambini con disabilità o malattie oncologiche, problemi che negli anni sono stati spesso collegati alle conseguenze dell’incidente nucleare: “Ormai parliamo della terza generazione dopo Chernobyl, ma alcuni problemi purtroppo continuano a esserci”. Oltre all'aspetto sanitario, ciò di cui i volontari si prendono cura è soprattutto l'essere umano: “Il legame che si crea è decisamente duraturo. Il ragazzo che la mia famiglia ha ospitato è arrivato quando aveva sette anni. “Io e mio marito eravamo impegnati negli scout e volevamo fare qualcosa come famiglia. Avevamo figli piccoli e ci siamo chiesti: perché non provare?” Da allora sono passati decenni, viaggi, incontri, storie felici e altre più difficili. “A giugno tornerà qui con sua moglie e i suoi due bambini. È diventato parte della famiglia, mio figlio sarà il testimone di suo matrimonio. È cittadino bielorusso, ha studiato, si è laureato. Lui stesso dice sempre: devo dire grazie all’Italia, perché ho imparato una lingua e ho imparato cosa significa vivere in una famiglia”.
È proprio questo, spiega Vitali Forconesi, uno degli obiettivi più importanti dell’accoglienza: “Noi non siamo famiglie affidatarie o adottive. Siamo famiglie dell’accoglienza. Apriamo la porta di casa nostra e condividiamo la quotidianità”, una quotidianità fatta anche di piccole cose: scuola, compiti, regole domestiche, amicizie. “Spieghiamo sempre alle famiglie che non si tratta solo di vacanza. Condividere la vita di famiglia significa anche partecipare alle responsabilità, non solo ai momenti belli”.
Il progetto di accoglienza si è però fermato nel 2021. “A gennaio ho riportato a casa i ragazzi - ricorda - e poco dopo si è bloccato tutto. Prima la pandemia, poi il conflitto. Non ci sono più voli diretti e gli accordi tra i Paesi sono diventati molto complicati”. La Bielorussia non è entrata direttamente nel conflitto, ma la situazione internazionale ha comunque avuto effetti pesanti. “Molti ragazzi mi chiedono ancora: quando torniamo? È difficile spiegare che non dipende da noi”.
A quasi quarant’anni dall’incidente, le conseguenze non sono completamente scomparse. “La radiazione non si vede, e quindi molti pensano che sia tutto risolto. In realtà la dieta quotidiana, fatta di patate, funghi, latte e prodotti locali, continua a essere un problema nelle zone contaminate”. Restano diffusi anche i problemi alla tiroide e diverse patologie congenite: “Apparentemente la vita sembra normale, ma alcune difficoltà continuano”.
Oggi, nonostante le difficoltà, l'associazione conta quasi cento volontari: “Siamo novantasei soci e nove persone nel direttivo. Molte famiglie sono quelle storiche che continuano ad accogliere i ragazzi ormai adulti”. Negli ultimi anni sono ripartiti alcuni progetti di accoglienza, anche se con numeri più piccoli. Quest’anno arriveranno alcune bambine dalla Moldova e un gruppo di giovani pazienti oncologici in fase di remissione. “Quando torno in Bielorussia e i ragazzi ti saltano al collo- conclude Vitali Forconesi - capisci che tutto questo ha avuto un senso. Anche se la cultura dell’Est non è particolarmente espansiva, quando trovano un po’ di calore lo restituiscono con una forza incredibile”.
L’incontro per i quarant’anni di Chernobyl
Il 19 aprile l’associazione organizzerà a Genova un evento dedicato ai quarant’anni dal disastro, un pomeriggio di memoria e testimonianze in cui verrà proiettato il documentario Le cicogne di Chernobyl e verranno presentati libri e racconti delle famiglie che hanno partecipato ai progetti di accoglienza. “Il titolo dell’incontro è Memoria, volontariato e solidarietà. Parleranno i testimoni, i ragazzi che sono cresciuti con queste esperienze e anche chi lavora nel campo scientifico”.
Un modo per ricordare che da una tragedia può nascere qualcosa di buono.