C'è un autoritratto al centro di tutto. Lo dipinse a quindici anni, con una sicurezza di tocco che non lasciava spazio al dubbio: quel ragazzo di Anversa sarebbe diventato uno dei più grandi pittori della storia europea. Antoon van Dyck (Anversa, 1599 – Londra, 1641) apre idealmente la mostra con il proprio volto adolescente, e da lì il visitatore è accompagnato attraverso tre decenni di carriera fulminante, tre paesi, tre stagioni artistiche diverse e irripetibili.
Dal 20 marzo, con l’inaugurazione nella serata del 19, al 19 luglio 2026, Palazzo Ducale ospita Van Dyck l'Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra: la più grande mostra dedicata a Van Dyck degli ultimi venticinque anni, con sessanta opere provenienti dai più importanti musei europei. La curatela è firmata da Anna Orlando, esperta di pittura fiamminga, e dalla storica dell'arte belga Katlijne Van der Stighelen.
“Questa mostra è effettivamente diversa da tutte quelle che sono state fatte, non solo a Genova”, ha spiegato Anna Orlando durante l’anteprima riservata alla stampa. “Innanzitutto non ci concentriamo solo su Genova: il titolo lo enuncia in maniera molto chiara, è Van Dyck l’europeo". Il percorso espositivo segue i viaggi incessanti di un artista “tirato per la giacchetta” dalle corti di tutto il continente, come lo descrive la curatrice, partendo dall'autoritratto giovanile: “Diciamo subito al visitatore: guardate che siete di fronte a un genio".
La mostra articola la carriera di Van Dyck in quattro grandi stagioni: il periodo formativo ad Anversa (1609–1620), la definizione del suo stile in Italia e a Genova (1621–1627), il ritorno ad Anversa con una committenza rinnovata (1627–1632), e infine la vera metamorfosi alla corte di Londra (1632–1641). Una carriera di incredibile successo, che lo portò a essere il ritrattista più rinomato d'Europa, stroncata dalla morte prematura a soli 42 anni.
Uno degli aspetti meno noti al grande pubblico, e che la mostra intende svelare con forza, è il rapporto di Van Dyck con la pittura italiana. Orlando ne ha tracciato le coordinate con precisione: “Sappiamo chi guarda: guarda innanzitutto Tiziano, il suo grande faro, da cui prende la pastosità e l'effervescenza del colore; guarda i maestri veneti come Giorgione, ma anche Raffaello e Leonardo”. Van Dyck non si limita però a imitare: coglie la capacità di Leonardo di sfumare e rendere delicate le superfici, mantenendo una distanza dalla perfezione più fredda di Raffaello. Il risultato è una sintesi personalissima, documentata dal celebre taccuino italiano dell'artista, in cui annotava schizzi e riflessioni sui capolavori che incontrava nel corso dei suoi viaggi.
A Genova, dove arrivò appena ventiduenne, Van Dyck poté raggiungere la piena maturità espressiva. In quegli anni la città viveva il momento del suo massimo prestigio, testimoniato da una straordinaria vitalità culturale: commissioni artistiche di altissimo livello e collezioni private di rango europeo fiorivano nelle sontuose dimore della nuova nobiltà genovese.
La mostra porta con sé una novità di peso sul piano storiografico. Le ricerche condotte in occasione dell'esposizione hanno portato a una revisione completa delle tappe del viaggio italiano di Van Dyck, città per città, quasi mese per mese. Genova, che si riteneva la città dove l'artista aveva soggiornato quasi in esclusiva, si rivela in realtà solo una delle sue mete: l'artista vi arriva nel 1623, un anno e mezzo dopo rispetto a quanto si credeva, ed è assente continuativamente dalla metà del 1624 all'inizio del 1626. Una scoperta che impone una revisione del catalogo delle sue opere italiane.
Amato in Italia per la sua capacità ritrattistica,Van Dyck ha dedicato un capitolo importante della sua produzione alla pittura sacra e mitologica. Orlando lo descrive con entusiasmo: “I visitatori scopriranno che era bravissimo anche nel raccontare storie mitologiche e bibliche con una grande teatralità, con scene affollate e compulse che impara a orchestrare grazie alla frequentazione con Rubens". L'obiettivo dichiarato è il coinvolgimento emotivo diretto: “Davanti a un suo Cristo sofferente, anche se il visitatore non è cattolico, capirà che quello è un uomo e potrà entrare in contatto con un pathos, un sentimento molto forte”.
Tra le opere in mostra spiccano il Matrimonio mistico di Santa Caterina dal Prado, la Cattura di Cristo in una delle versioni note mai esposta in Italia, e il San Sebastiano delle National Galleries di Edimburgo, che torna nella città dove si trovava nei secoli passati in una delle più importanti collezioni antiche. Compare anche la tela con Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery, di grande teatralità narrativa.
Di particolare intensità è la Crocifissione proveniente dalla chiesa di San Michele di Pagana, esposta eccezionalmente per l'occasione: è l'unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck eseguì per la Liguria esposta come ultima opera del percorso, sotto la straordinaria volta della Cappella del Doge.
La co-curatrice Katlijne Van der Stighelen, prendendo come esempio l’opera ‘Ritratto di Famiglia’, ha offerto una chiave di lettura complementare, concentrandosi sulla straordinaria capacità di adattamento dell'artista. Analizzando un ritratto di famiglia borghese del periodo fiammingo, ha osservato: “In un certo senso è un dipinto molto fiammingo perché ha molto in comune con ciò che vediamo ad Anversa. Quando lo guardi, vedi che i soggetti non sono aristocratici; è il ritratto di una famiglia borghese”. Il punto, secondo la studiosa, è che il successo di Van Dyck non dipendeva da uno stile fisso, ma da un'eccezionale “flessibilità sociale": “Quando dipingi ogni tipo di quadro, che siano principi o dipinti mitologici, devi adattarti al gusto locale. È il gusto dei committenti e degli altri osservatori che determina il modo in cui egli si esprime come artista”.