La domanda che Moni Ovadia vuole lasciare al pubblico del Teatro dell'Ortica sabato è una soltanto: “Il sionismo e l'ebraismo sono la stessa cosa?”. La risposta che lui offre, costruita in decenni di studio, letture, confronti con maestri e rabbini, militanza intellettuale pagata a caro prezzo, è no. Non solo no: sono, a suo giudizio, “due cose opposte”.
L'appuntamento, intitolato "C'era una volta la questione ebraica", fa parte della stagione DeclinAzioni e nelle celebrazioni per i trent'anni del Teatro dell'Ortica di Via Allende, fondato nel 1996 nella Val Bisagno per tessere comunità e declinare le urgenze del presente attraverso il linguaggio scenico. Non sarà uno spettacolo nel senso tradizionale, ma un dialogo con Chiara Capini, studiosa del suo percorso nella tesi Il teatro di Moni Ovadia. La poetica dell'altrove, e Mirco Bonomi, fondatore e presidente del teatro. Il titolo riprende il celebre pamphlet in cui un giovane Karl Marx affrontava il tema dell'emancipazione ebraica, spostando il discorso verso un'emancipazione autenticamente umana.
Il punto di partenza è una distinzione che Ovadia considera preliminare a qualsiasi ragionamento onesto su ciò che sta accadendo in Medio Oriente. Il sionismo politico non è un fenomeno ebraico: è un fenomeno europeo, germogliato dal clima risorgimentale e dai nazionalismi della seconda metà dell'Ottocento. “Una parte degli ebrei ha pensato che anche loro dovessero avere uno Stato, dove convergere come risposta alle ininterrotte persecuzioni della diaspora. Ma questa è una risposta che usa gli strumenti del nemico”.
Bisogna distinguere, spiega, tra sionismo spirituale, l'antico desiderio di abitare la terra santa e costruirvi un'identità etica, e sionismo politico, che di quella tensione ha preso solo la scorza, trasformandola in ideologia nazionalista. “Una cosa è abitare nella terra. Altra cosa è fare uno Stato”. Il sionismo ha seguito una logica sempre più nazionalista nel senso europeo del termine, si è dotato di una concezione militare, ha adottato tutta la retorica del patriottismo e della storiografia essenzialista, l'idea di un legame di sangue antico e mai spento. “Per cui il sionismo è diventato un fenomeno politico, colonialista, inevitabilmente razzista, per diventare poi segregazionista e da ultimo genocidario. L'ebraismo è un'altra cosa”.
La critica di Ovadia parte da una categoria teologica, prima ancora che politica: l'idolatria. Il terzo comandamento proibisce ogni forma di idolo, non solo le statue di pietra delle civiltà antiche, ma qualunque forma di sottomissione dell'uomo a ciò che non è il pensiero libero e la sua ricerca. “Anche l'ideologia è una forma di idolatria. E il sionismo è una forma di idolatria: idolatra la terra”. A sostegno di questa lettura cita un passo del Levitico sul Giubileo, quell'istituzione rivoluzionaria che ogni cinquant'anni liberava gli schiavi, rimetteva i debiti e ridistribuiva la terra secondo equità, in cui Dio dice agli ebrei: “La terra non verrà venduta in perpetuità, perché la terra è mia. Voi abiterete quella terra come stranieri soggiornanti, insieme allo straniero che godrà dei vostri stessi statuti. Ricordatevi che foste stranieri in terra d'Egitto. Davanti a me voi tutti siete solo stranieri soggiornanti”.
Di fronte a chi invoca la promessa divina per giustificare le politiche israeliane, Ovadia non risparmia l'ironia: “Dici: Dio ce l’ha promessa. Chiamate Dio in tribunale, sentiamo Lui direttamente. Perché sennò chiunque può dire: Dio mi ha detto che sono il Messia, da domani dovete fare tutto quello che dico io”.
La storiografia essenzialista, quella che cerca una ragione originaria e sacrale per fondare un'identità nazionale, è un altro bersaglio del suo ragionamento, che la paragona senza esitazioni al manifest destiny americano, l'ideologia con cui gli Stati Uniti giustificarono lo sterminio dei nativi. “Gli stessi archeologi israeliani hanno fatto ricerche intorno a Gerusalemme e alla fine non hanno trovato, nel tempo di Davide, nessuna città. Solo tracce di nomadi che andavano e venivano”.
Se il sionismo ha torto, qual è allora l'identità autentica dell'ebraismo? Ovadia la rintraccia proprio là dove il sionismo vede una ferita da sanare: nell'esilio. “Io sono dell'opinione che la vera nazione degli ebrei è l'esilio”. E lo dimostra, a suo dire, la storia stessa: gli ebrei hanno vissuto duemila anni lontano dalla terra e hanno continuato a fare gli ebrei con fervore straordinario, producendo altissime forme di cultura spirituale e laica. “L’esilio è una dimensione istitutiva dell'ebraismo”. Cita il maestro chassidico Maggid di Mezerič, secondo cui nell'esilio la luce divina scende più facilmente sulla terra che non nel tempo in cui era in piedi il grande santuario di Gerusalemme. “Cioè Dio è a casa sua in esilio. Qualcuno dice anche che nella terra il Padre Eterno abita nelle periferie, non certo nel centro”. La grande sfida ebraica era, ed è, “imparare a vivere da stranieri fra gli stranieri anche nella propria terra. Perché solo quando tutti vivremo da stranieri fra gli stranieri ci sarà pace”.
A dare sostanza filosofica a questo ragionamento è Emmanuel Lévinas: “La filosofia parla greco, l'etica parla ebraico”. L'ebraismo, in questa prospettiva, è prima di tutto un sistema di regole etiche che definiscono un modo di vivere e restituiscono all'essere umano un profilo morale. “L’universalismo è un punto irrinunciabile del pensiero biblico”. Lo illustra con la benedizione che Dio rivolge ad Abramo: “In te si benediranno tutte le famiglie della terra”. Non tutti gli ebrei: tutte le famiglie. “Ogni cultura interpreterà la benedizione a modo suo. Questo è l'universalismo ebraico. Il sionismo non parla questo linguaggio: parla un linguaggio di forza, di violenza, di odio, di sopraffazione, di diritto del più forte. Si attacca a miti tratti dalla Bibbia, che è un libro di spiritualità, non un manuale di tecnica militare né un registro del catasto che assegna terre”.
Per capire perché il sionismo sia nato, Ovadia fa un passo indietro di secoli. La persecuzione degli ebrei in Europa ha radici profonde nel modo in cui il cristianesimo, a partire dalla svolta costantiniana, ha elaborato la propria identità in contrapposizione all'ebraismo, bollando gli ebrei come Deicidi. Eppure, ricorda, i primi cristiani erano ebrei. “Cristo stesso, come dichiara il Concilio Vaticano II, è ebreo e lo è per sempre”. Il grande artefice del cristianesimo nel senso più universale fu Paolo di Tarso, “un ebreo fortemente ellenizzato”, che elaborò l'idea che il cristianesimo non fosse ex circoncisione ma ex gentibus, aperto a tutte le genti. Fu questa scelta a fare di Roma il centro del mondo cristiano. Gli ebrei, nel frattempo, rimasero legati alla loro terra, il che costò loro la distruzione della propria entità statuale per mano romana. Sulla deportazione successiva alla distruzione del Tempio, Ovadia smonta anche qui il mito: “Non credo affatto che tutti gli ebrei della Giudea siano stati deportati. I romani non avevano tutte quelle navi. Già a Roma c'era un nucleo ebraico consistente, pare che il 10% della popolazione romana nel tempo imperiale fosse composto da ebrei, ben accolti perché i romani erano aperti ai culti diversi”.
Ovadia non è solo. Lo scorso giugno si è tenuto il primo Congresso mondiale degli ebrei antisionisti, con partecipanti da ogni parte del mondo, Israele inclusa. Il prossimo si svolgerà a Dublino. “Si sta creando un vastissimo movimento di ebrei convinti che il sionismo sia un grave danno per l'etica ebraica, per la spiritualità ebraica e per i grandi valori con cui l'ebraismo ha impollinato il mondo”. Chi prende questa posizione paga però un prezzo. “Il mainstream europeo e americano ti costruisce contro. Ti denunciano come terrorista o antisemita. Io me ne fotto, perché uso semplicemente la mia onestà intellettuale e il pensiero critico”. La sua identità ebraica, del resto, non è in discussione: nato da madre ebrea, criterio tradizionale dell'appartenenza, si sente pienamente radicato in quella tradizione. Una tradizione che ricorda essere aperta anche ai convertiti: “Abramo stesso non è nato ebreo. Si è convertito al monoteismo e ha intrapreso il cammino ebraico. Molti convertiti prendono il suo nome, perché Abramo non è nato ebreo”.
Sul piano politico, non crede nella formula dei due popoli e due Stati: “È una truffa, non farebbe altro che perpetuare la guerra”. La sua proposta è uno Stato democratico e laico per tutti coloro che abitano quella terra, ebrei, musulmani, cristiani, drusi, beduini, con una Corte Suprema rappresentativa di tutte le sue anime, capace di garantire a ciascuno la libertà di pregare nei propri luoghi di culto in sicurezza. Una visione che, nelle sue parole, non è utopia ma fedeltà al messaggio più antico e più autentico dell'ebraismo: la sacralità di ogni essere umano, al di là di ogni terra, di ogni confine, di ogni idolo.
Moni Ovadia sarà all'Auditorium Municipale di Molassana (via Molassana 74), sabato 11 aprile 2026, alle ore 18:30. Info e prenotazioni: 010.8380120 — www.teatrortica.it