Duro affondo di Pietro Piciocchi nei confronti della sindaca di Genova Silvia Salis. Il consigliere comunale ed ex sindaco facente funzioni definisce infatti il rapporto tra la prima cittadina e la coalizione che la sostiene come “un matrimonio di convenienza”.
“Che quello tra Silvia Salis e la cosiddetta coalizione progressista nella nostra città fosse un matrimonio di convenienza l’ho sempre pensato”, afferma Piciocchi, sostenendo che da un lato la sindaca “aveva bisogno di un mondo sul quale appoggiarsi per emergere e fondare le proprie ambizioni di carriera”, mentre dall’altro la coalizione avrebbe cercato “una faccia nuova, con un passato spendibile sul piano della comunicazione” per nascondere divisioni interne e difficoltà politiche.
Il riferimento è all'articolo pubblicato sul quotidiano statunitense Bloomberg.
Il consigliere riconosce comunque la legittimità del risultato elettorale: “Sia chiaro: vittoria senza dubbio meritata alle elezioni!”. Ma, secondo Piciocchi, la situazione attuale segnerebbe un cambio di passo: “Oggi però cade la maschera”.
Nel mirino, in particolare, le dichiarazioni rilasciate dalla sindaca al media internazionale Bloomberg, in cui avrebbe aperto alla possibilità di una candidatura contro Giorgia Meloni. “Ha dichiarato che prenderebbe in considerazione di candidarsi il prossimo anno contro Giorgia Meloni, se le venisse richiesto in modo unitario”, sottolinea Piciocchi, aggiungendo una nota ironica: “Spezzo una lancia a suo favore: almeno questa volta è stata sincera”.
Da qui, però, la critica più ampia alla gestione della città: “Mi dispiace che tutte queste manovre avvengano sulla pelle di una città che è sempre più isolata, avvelenata da tensioni alimentate ad arte, con opere al palo, senza una chiara visione di sviluppo”.
Secondo Piciocchi, Genova sarebbe oggi “ostaggio di una maggioranza politica più impegnata a screditare la passata amministrazione che a governare”, fino a una conclusione netta: “Diciamolo francamente: non è al primo posto nei pensieri della nostra sindaca”.
La chiusura è affidata a un monito politico: “Genova deve essere una missione e non un curriculum da esibire”.