Cultura e spettacoli - 15 aprile 2026, 11:02

“Questo non è uno spettacolo”, il Gruppo Stranità torna in scena per ritrovare l’autenticità di cui tutti abbiamo bisogno

Dal 16 al 18 aprile, la Sala Aldo Trionfo ospita l'ultima sfida del Teatro dell’Ortica. Il regista Giancarlo Mariottini ci guida dentro un’opera metateatrale che scardina i pregiudizi sulla salute mentale: “In un mondo di individualismo, abbiamo bisogno di azioni concrete, non solo di performance”

Talvolta il teatro, per ritrovare se stesso, smette di essere "finzione" e torna a essere "rito”. È il caso della nuova produzione del Gruppo Stranità del Teatro dell’Ortica, che dal 16 al 18 aprile porta in scena alla Sala Aldo Trionfo ‘Questo non è uno spettacolo’. Un titolo che suona come una provocazione magrittiana, ma che in realtà nasconde un’urgenza profonda: quella di raccontare un’identità, una storia e un metodo che da quasi trent'anni trasforma il disagio in risorsa creativa.

Il progetto nasce dall'esperienza del Gruppo Stranità, fiore all'occhiello del teatro sociale genovese fondato nel 1997 da Anna Solaro e Mirco Bonomi. Sul palco non ci sono solo attori, ma un collettivo misto di pazienti seguiti dalla Salute Mentale della ASL3, operatori socio-sanitari e volontari.

Il nostro lavoro nasce sempre da suggestioni e necessità che emergono nel "qui e ora" del laboratorio del mercoledì mattina” - spiega il regista Giancarlo Mariottini -. Quest’anno veniamo da un percorso intenso, segnato dal Festival Teatro dell’Esistenza e da collaborazioni con i musei civici. È venuto naturale interrogarci sul senso profondo del nostro fare teatro. Ne è uscito un lavoro sospeso, quasi una mongolfiera da cui guardare il mondo da una prospettiva diversa. In scena il gruppo inizialmente non sa bene cosa fare, se c’è qualcosa di preparato o meno. È un gioco metateatrale che serve a chiederci: di cosa abbiamo davvero bisogno? La risposta è l'autenticità”.

La conversazione si allarga presto oltre i confini del singolo spettacolo, e tocca un nervo scoperto del presente: la percezione condivisa è quella di una regressione culturale rispetto alla capacità di stare insieme, di aprirsi all'altro. “Mi trovo d'accordo con chi vede una regressione nel dibattito pubblico. Viviamo un momento storico in cui mancano certezze e l'apertura all'altro è merce rara. Il volontariato e l'associazionismo languono. Stare in gruppo è un'operazione complessa: richiede mediazione, negoziazione, pazienza. Ma è proprio lì che risiede la guarigione. Più che di "spettacoli" intesi come prodotti di consumo, oggi c’è bisogno di azioni concrete tra le persone. Noi cerchiamo un modo sano di stare insieme; questo è il vero obiettivo, prima ancora della performance”.

La forza di ‘Questo non è uno spettacolo’ risiede anche nei piccoli gesti invisibili al grande pubblico, ma vitali per chi abita il palcoscenico. Mariottini racconta la quotidianità del gruppo, fatta di rassicurazioni e messaggi che si scambiano per far sentire tutti parte del progetto: “Poco fa un attore mi ha mandato la foto di una scatolina di scena che si è costruito da solo a casa, con un disegno sopra. Sono piccoli movimenti che per chi vive situazioni di fragilità assumono un valore immenso. C'è un senso di responsabilità e di appartenenza che è la nostra vera forza”.

Il gruppo oggi conta più di quaranta partecipanti: “Tempo fa erano decisamente meno, è sempre stato un gruppo numeroso - spiega Mariottini - "e questo mi fa spesso pensare che ce ne vorrebbero due, anche se non ci sono abbastanza fondi per farlo”. Il gruppo cambia fisiologicamente nel tempo: ci sono persone che arrivano quando ne hanno bisogno, e altre che se ne vanno quando hanno raggiunto i propri obiettivi, magari aperto una borsa lavoro, trovato nuove esperienze. “Ci si saluta sapendo che questo luogo rimane sempre. A volte poi ci sono persone che tornano a trovarci, che ci vengono a salutare, che ritornano per periodi”. E c'è chi partecipa “dalla notte dei tempi” e trasmette ai nuovi arrivati il modo di accogliere, di far sentire a proprio agio.

Oltre alle tre serate, lo spettacolo prevede una replica mattutina dedicata alle scuole, un passaggio cruciale per Mariottini. “Il tabù sulla salute mentale persiste, nonostante il grande lavoro fatto dalle associazioni. Oggi siamo di fronte a una vera emergenza che colpisce gli adolescenti. Portare i ragazzi a teatro significa dotarli di strategie comuni per affrontare ciò che è, purtroppo, molto più diffuso di quanto si creda”.

Mentre la prevendita dei biglietti lascia presagire un successo di pubblico, il Gruppo Stranità si prepara a salire sul palco con il ricordo sempre vivo di Anna Solaro, guida storica del progetto. “Il fatto di aver avuto questa guida per tanti anni e poi che sia mancata è stato molto importante. Il suo ricordo lo visitiamo spesso, con dolcezza. Lo spettacolo è un modo per ribadire i nostri valori fondanti e per invitare la cittadinanza a un incontro reale, senza filtri, dove il teatro ‘chiude’ le sue porte alle convenzioni per aprirsi finalmente alla vita”.