Si discuterà dopo l’estate il processo in rito abbreviato per il cosiddetto “delitto del trapano”, uno dei cold case più noti della cronaca genovese. Al centro dell’inchiesta l’omicidio di Luigia Borrelli, infermiera e prostituta, uccisa nel 1995 in un basso di vico Indoratori, nel centro storico.
Questa mattina, durante l’udienza preliminare davanti alla giudice Martina Tosetti, l’imputato Fortunato Verduci, carrozziere di 66 anni, non si è presentato in aula. Presente invece la figlia della vittima, assistita dall’avvocata Rachele De Stefanis, che si è costituita parte civile.
I difensori di Verduci, gli avvocati Emanuele Canepa e Andrea Volpe, hanno chiesto l’ammissione al rito abbreviato, che in caso di condanna prevede uno sconto di pena fino a un terzo. La giudice ha fissato due udienze a settembre per la discussione, mentre l’8 ottobre è prevista la giornata per eventuali repliche e la sentenza.
Verduci è accusato di omicidio aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi. Nonostante il quadro indiziario definito “granitico”, l’uomo resta a piede libero: il gip, il Tribunale del Riesame e anche la Cassazione hanno infatti respinto la richiesta di custodia cautelare avanzata dalla procura, anche in considerazione del lungo tempo trascorso dai fatti, oltre trent’anni.
L’indagine aveva avuto una svolta grazie al Dna estratto da una macchia di sangue sulla scena del delitto, risultato compatibile con quello di un lontano parente dell’imputato, attualmente detenuto nel carcere di Brescia. Tuttavia, il Dna di Verduci non è stato isolato sull’arma del delitto, il trapano con cui l’assassino avrebbe inferto quindici fori al collo della vittima.
Secondo la ricostruzione della pm Patrizia Petruzziello, che ha coordinato le indagini della squadra mobile e della guardia di finanza, il carrozziere – all’epoca dei fatti – era afflitto da ludopatia e da gravi debiti e avrebbe ucciso Luigia Borrelli a scopo di rapina, dopo averla brutalmente picchiata e infine finita con il trapano.