Meraviglie e leggende di Genova - 26 aprile 2026, 08:00

Meraviglie e leggende di Genova - Gilberto Govi, il genio comico che fece della morte la sua più esilarante battuta

Il 28 aprile 1966, sessant’anni fa, si spegneva il più grande attore dialettale genovese. Tra aneddoti, caparbietà e un amore lungo mezzo secolo: il ritratto di un uomo che ha fatto ridere il mondo intero in genovese

C'è una battuta che dice tutto di Gilberto Govi, e lo dice con l'ironia graffiante che lo rese celebre su ogni palcoscenico. 

Era il 28 aprile del 1966, e proprio poche ore prima di morire, con il suo tono indimenticabile, se ne uscì esclamando: "Quante ghe veu pe moî!”, quanto ci vuole per morire. 

Persino l'ultimo atto della sua vita divenne una battuta da recitare con mestiere, sbeffeggiando la morte e mettendo alla berlina la tanto chiacchierata tirchieria genovese, sempre dissacrata da Govi grazie anche alla sua grande autoironia.

Amerigo Armando Gilberto Govi nacque il 22 ottobre 1885 nel quartiere popolare di Oregina-Lagaccio, in via Sant'Ugo 13, non lontano dalla stazione di Principe. Eppure, per anni, qualcuno mise in dubbio persino questo. Una diceria che lo indignava profondamente: un giorno lesse sul giornale la notizia secondo cui non sarebbe nato a Genova e ne rimase talmente seccato che aprì la sua autobiografia con queste parole: "Sì, sono genovese, anche se vanno stampando che non lo sono. Sono nato a Genova in via S. Ugo n. 13, e se volete sincerarvene andate all’anagrafe”.

Il padre era un funzionario delle ferrovie di origini mantovane mentre la madre era bolognese, ma Gilberto, che prese la passione per il teatro dallo zio, era genovese nell’animo. Genovese al punto da incarnare perfettamente il carattere all’apparenza burbero e restio della gente della Lanterna.

Prima di diventare Gilberto Govi, attore teatrale, Amerigo Armando Gilberto era un disegnatore. Nel 1902 era tra i dipendenti delle Officine elettriche genovesi, dove rimase per alcuni anni. In quella fase iniziò la sua carriera con le prime esibizioni in dialetto genovese e un’attenzione sempre crescente. Così, accanto al tavolo da lavoro, Gilberto portava avanti la passione che lo zio materno, Torquato, gli aveva suscitato sin da bambino con le sue marionette e i suoi burattini.

Dopo i primi spettacoli, il talento di Govi non mancò di farsi trovare e fu lui stesso a scegliere di iscriversi all’Accademia filodrammatica del teatro ‘Nazionale’, dove però si doveva recitare con dizione corretta e secondo norme considerate inflessibili.

Una scelta che all’attore stava stretta. Fu in quel periodo, il 1914, che scelse di fondare la prima compagnia detta ‘Dialettale’, capace di ottenere un buon successo nelle repliche proposte in tutta la città e anche oltre. Una scelta che lo fece entrare in conflitto con l’Accademia che lo pose davanti a un ultimatum: o il dialetto o l’accademia. La scelta di Govi? Beh, fu il genovese.

Era il 1916, l’Italia era in guerra e per il teatro genovese quello era l’inizio di un qualcosa di incredibile. Ma fu l’inizio di qualcosa di incredibile anche per la vita privata di Govi.

Tra le fila della Dialettale, infatti, c’era Caterina Franchi, in arte Rina Gajoni, una giovane bellissima che fece perdere la testa a Gilberto. Nel 1917 si sposarono dando vita a un sodalizio leggendario: 49 anni insieme per un amore lungo quasi mezzo secolo, fatto di alti e bassi sul palco come nella vita privata. A raccontarne le sfumature, poco più di vent’anni fa, fu Maurizio Ternavisio, giornalista de La Stampa che nella sua biografia, descrisse il lato umano di Gilberto e la sua vita accanto a Caterina. Govi era di fatto un donnaiolo e Rina, collaudata spalla sul palco, aveva accettato di buon grado molte scappatelle del consorte. In compenso, su molti forti lo faceva rigare dritto. Un esempio su tutti fu la presunta crisi del 1934 quando Govi si fermò con il suo teatro, ma non c’era dietro nessuna perdita di vocazione artistica, bensì la storia con un’altra donna, che fece intervenire con decisione Rina.

La svolta artistica per Govi arrivò con il trionfo milanese del 1923, quando la sua compagnia portò I manezzi pe' majâ na figgia al Teatro Filodrammatici di Milano. Il successo fu strepitoso, tanto che anche il Corriere della Sera ne scrisse bene. Eppure Govi non si montò la testa: per due anni ancora mantenne il suo impiego, alternando il palcoscenico all’impegno come disegnatore. Solo alla fine del 1923, finalmente convinto, lasciò le Officine per il teatro. Per sempre.

A metà degli anni Venti, arrivò la prima tournée all’estero: nel 1926 Govi mise piede in America Latina. In Argentina trovò migliaia di genovesi emigrati che lo accolsero con lunghi applausi. Un’esperienza che lo segnò profondamente tanto che ne scrisse:"La parlata genovese più genuina l'ho trovata in America", scrisse stupito. Nel 1928 recitò a Roma, nel 1929 fu ospite a San Rossore di Vittorio Emanuele III, nel 1930 portò il suo teatro a Parigi.

Sul palcoscenico, Govi raccontava il carattere del ligure come un coesistere di opposti: contraddittorietà tra maschera e sentimento, tra immagine esterna e linee interiori, tra pubblico e privato. Era un far osservare i genovesi da un punto di vista diverso, spogliandoli del luogo comune attraverso l’ironia.

Ancora oggi si ride con le commedie e le maschere che Govi costruiva, aiutato anche dalla sua mimica, a oggi ancora insuperabile facendo ridere ma offrendo, allo stesso tempo, una riflessione ben più profonda di quanto non sembrasse.

Un’ironia che lo accompagnò fino all’ultimo, oramai consacrato da premi e riconoscimenti, come la medaglia d’oro consegnatagli dal sindaco nel 1965. Quella e la vera eredità di Govi, una risata schietta, fragorosa, che scoppia improvvisamente, appena finito di pronunciare la fatidica battuta “Quante che veu pe moî”.