C'è una borsa appoggiata in un angolo del laboratorio che vale più di mille presentazioni. L'ha fatta il padre di Roberta Malusardi nel 1976, proprio qui, in via San Siro, quando la famiglia aveva il negozio di pelletteria che la nonna avrebbe tenuto aperto per sessant'anni. Oggi Roberta è tornata, con le macchine da maglieria, i filati di cashmere e un progetto che mescola memoria artigianale e visione contemporanea. “In qualche modo, torno a casa”, dice. E il luogo, effettivamente, parla da solo.
Malusardi cashmere è una realtà nuovissima e antica allo stesso tempo. Roberta ha sempre lavorato la maglieria, ma prevalentemente fuori da Genova con un negozio in Valsusa, le fiere di Milano, i terzisti sparsi sul territorio. A un certo punto, però, la produzione affidata ad altri non bastano più. “Avevo bisogno di un mio laboratorio”, racconta. Ed è lì che entra in gioco il bando Zac, lo strumento del Comune di Genova pensato per riportare attività vitali nei vicoli del centro storico.
"Ho visto il bando e ho provato a partecipare”, racconta. La candidatura va a buon fine. Con lei, Silvia Giacco, maglierista professionista, che diventa socia e anima tecnica del progetto. Lo spazio scelto non è casuale: è vicino a dove la nonna aveva la sua attività, a pochi passi dalla Basilica di San Siro, in un loggiato che ha una storia precisa. “Questo era il loggiato condiviso dalla famiglia Pinelli e Centurione, sono rari i luoghi condivisi - dice Roberta -. Speriamo che sia un posto di unione in qualche modo. Davanti si vede il bassorilievo che ricorda il miracolo di San Siro. È un posto in qualche modo magico dove il tempo si è fermato”.
Entrare da Malusardi cashmere significa assistere all'intero ciclo di vita di un capo. La produzione avviene recuperando filati pregiati in quantità minime e si articola attraverso tre tipi di macchine artigianali con finezze diverse, dalla trama più sottile a quella più spessa. “Realizziamo soprattutto maglie a righe che ci danno modo di dare sfogo alle nostre idee, alla nostra fantasia, e poi rappresentano bene anche Genova”.
Le maglie vengono poi rimagliate a mano, scelta sempre più rara, soppiantata dalle macchine elettroniche, ma che Roberta considera un sapere prezioso da preservare. C'è poi la macchina roccatrice per suddividere le rocche di filato, la zona lavaggio, la stiratura, la confezione. "Facciamo tutto qui”, dice con la soddisfazione di chi sta portando avanti un’idea ben precisa di artigianato.
Non solo, perché Malusardi lo ribadisce: chi entra qui non deve per forza comprare: “Mi fa piacere che chi entra possa vedere descritta tutta la filiera e capire veramente il valore di quello che va a comprare”.
In un mercato dominato dal fast fashion e dai tessuti sintetici, la produzione di Roberta sceglie la direzione opposta e lo fa con argomenti solidi, non solo estetici: “Secondo me è il nuovo lusso sapere chi l'ha fatta, come l'ha fatta e cosa indossi. Avere una fibra naturale ti fa star bene”.
Sul cashmere in particolare, Roberta ha le idee molto chiare: “Il cashmere, a differenza delle altre fibre, assorbe l'umidità. Questa è una cosa che non ti sanno dire. E non tiene un caldo eccessivo: la lana a volte tiene troppo caldo, invece il cashmere è la fibra che, in qualche modo, ha preceduto queste fibre super tecnologiche”. Una fibra, in altre parole, che anticipa e supera molte delle soluzioni che il mercato presenta come conquiste recenti. Sottile, termoregolante, naturale: il cashmere è high-tech prima che il termine esistesse.
La scelta di lavorare esclusivamente fibre nobili come cashmere e cotone di qualità, ha anche una valenza ambientale diretta. Piccole quantità prodotte, filiera trasparente, nessuno spreco: un modello agli antipodi della produzione di massa, che Roberta non cita come postura ideologica ma come conseguenza naturale del modo in cui ha sempre lavorato.
Il laboratorio di via San Siro non vuole essere solo un punto vendita. Roberta ha in programma corsi di rammendo pensati per restituire alla comunità un sapere domestico che si sta perdendo. “Tutte sapevano fare questa cosa, quell'economia domestica che c'era una volta. Oggi non esiste più”. Il rammendo giapponese, il kintsugi tessile, il rammendo visibile come scelta estetica consapevole: sono pratiche che stanno vivendo una riscoperta globale, e Malusardi cashmere vuole essere uno dei luoghi genovesi in cui questo ritorno diventa concreto.
Ma gli occhi di Roberta guardano anche avanti. “Vorrei aumentare il numero di maglie prodotte, vorrei inserire qualche ragazza, qualche nuova generazione che possa imparare questo lavoro”. Portare avanti un mestiere significa anche trasmetterlo, trovare chi voglia raccoglierlo prima che si perda del tutto.
C'è infine un desiderio che Roberta esprime con semplicità ma che contiene una riflessione più ampia sulla città. “Vorrei che i genovesi ritornassero a camminare in via San Siro. In via Cairoli camminano già, invece io vorrei che proprio arrivassero fino a qua, anche solo come luogo di scambio potrebbe essere interessante”.
Via San Siro, così come via San Luca, è una di quelle strade del centro storico che il passante abituale tende a saltare, incastrata com'è tra itinerari più battuti e la infelice nomea di posto poco sicuro. Eppure qui, tra le tante meraviglie, ci sono palazzi storici di rara bellezza, un loggiato medievale, il bassorilievo del miracolo di San Siro, e adesso un laboratorio di cashmere che produce, insegna e racconta. Roberta Malusardi lo sa bene, ci è cresciuta, in qualche modo. E ci è tornata per restare.