Meraviglie e leggende di Genova - 31 maggio 2026, 08:00

Meraviglie e leggende di Genova - Il sepolcro sospeso che racconta la sfida alla morte

All’ombra del campanile romanico più antico della città, quello della Basilica di Santa Maria delle Vigne, si trova la tomba di Anselmo d’Incisa, il medico genovese di papi e re. Ma sulla sua tomba qualche dubbio resta ancora da sciogliere

Vagando per i carruggi attorno alla Basilica di Santa Maria delle Vigne non si può non rimanere ‘stregati’ dal passaggio laterale, stretto tra il chiostro e la basilica stessa.

Su questo arco a sesto leggermente acuto che sembra proteggere il passaggio da e per il chiostro si imposta il campanile romanico, il più antico conservato a Genova, risalente al 1147.

Ma non è questo l’oggetto del racconto di oggi, è solo un escamotage per arrivare al vero protagonista: Anselmo d’Incisa, o meglio, il suo sepolcro.

Sotto l’archivolto su cui si imposta il campanile, infatti, si trova sopraelevato un sarcofago romano del II secolo d.C., in marmo, su cui è scolpito uno dei miti più commoventi dell’antichità: la storia di Algesti di Euripide.

Quello che si osserva ancora oggi mostra Eracle che scende nell’Ade e dopo aver lottato con Thanatos, ossia la morte, riesce a riportare sulla terra Alcesti. La donna aveva chiesto agli dei di potersi sacrificare al posto del marito, Admeto, a cui era stato concesso il privilegio di non morire se qualcuno si fosse offerto al suo posto.

È qui che le spoglie mortali di Anselmo riposano da secoli anche se sulla tomba non tutti i dubbi sono stati sciolti.

Anselmo d'Incisa nacque nel XIII secolo a Boasi, un villaggio dell'Appennino ligure in provincia di Genova, proprio alle pendici della Val Fontanabuona. Il suo cognome deriva proprio dai toponimi "Lencisa" o "l'Incisa" che indicano la parte alta del borgo. Molto giovane, si trasferì in Francia dove frequentò la facoltà di medicina di Montpellier, fondata nel 1220 e trasformata poi in università.

Un prestigio non da ridere tanto che Anselmo fu l’unico medico genovese iscritto alla scuola e fu anche membro del prestigioso ‘Collegio dei Dodici Medici’.

Medico studioso, Anselmo viene ancora oggi ricordato per un unguento ‘miracoloso’ capace di favorire la coagulazione del sangue ed evitare il surriscaldamento della pelle. Questa scoperta medicamentosa ebbe un successo straordinario tanto da essere acquistata sia da Filippo il Bello, re di Francia, che dal papa Bonifacio VIII. Il pontefice ne trasse così grande beneficio che nominò Anselmo suo archiatra personale, cioè medico di corte.

L'erudito Angelo Maria Bandini, esaminando un manoscritto della Biblioteca Medicea Laurenziana, annotò che nell'antidotario di Nicolò da Reggio è citato proprio questo unguento che il "conte Guglielmo" ricevette da papa Bonifacio VIII, a cui era stato donato dal maestro Anselmo da Genova.

Secondo alcune fonti, l'unguento conteneva ingredienti naturali come melanzana, aloe, verbena e pimpinella.

Dopo aver curato papi e re, Anselmo d'Incisa morì a Genova, da iscrizione probabilmente tra il 1303 e il 1304. Fu sepolto in un arcosolio sotto il campanile della basilica di Santa Maria delle Vigne, con una epigrafe sepolcrale in latino che fu riscoperta da un gruppo di archeologi genovesi nel 1890:

"MCCCIIII DIE IIII DECEMBRIS. ISTA DUO MONUMENTA SCILICIT CASSIA QUE EST SUPRA ET MONUMENTUM QUOD EST INFRA SUNT MAGISTRI ANSELMI DE INCISA MEDICI CIRURGIE ET HEREDUM SUORUM”

[1304, 4 dicembre. Questi due monumenti, cioè la cassa che è sopra e il monumento che è sotto, sono del maestro Anselmo d'Incisa, medico chirurgo, e dei suoi eredi].

Tuttavia, un atto notarile del 1308 mostra Anselmo e sua moglie acquistare un’abitazione nella zona dell’attuale Piano di Sant’Andrea, suggerendo dunque di posticipare di qualche anno la data della morte del medico.

Ma è proprio attorno al sarcofago che si ‘infittisce il mistero’.

Nel 1932, quando l'intera area fu sottoposta a restauro, furono fatti scoperte straordinarie all'interno della sepoltura: scheletri inumati prima del 1314.

L’allora soprintendente alle Belle Arti Orlando Grosso, stilò questo referto dettagliato: "Tolte le tre pietre tombali apparvero quattro scheletri, coricati nella normale posizione, senza segno alcuno di manomissione: soltanto il teschio di una donna, che conservava una folta chioma di capelli neri con ciocca bianchiccia sulla fronte, era rotolata sui due teschi sottostanti. Un teschio a pezzi è stato trovato presso il bacino degli altri scheletri, due dei quali, quello della donna e quello dell'uomo, poggiavano sugli altri due affondati in un terroso letto di calce indurita da sostanze organiche".

L'ipotesi più probabile è che la tomba appartenesse alla famiglia Incisa, ma che, per motivi a noi ignoti, vi furono sepolti anche due membri della famiglia Vivaldi. Questa teoria è supportata dal fatto che la tomba è talvolta chiamata "tomba Incisa-Vivaldi".

Un fatto curioso: fino al 1932 il bassorilievo era posizionato con le figure rivolte verso l'interno del sepolcro, nascoste alla vista dei passanti. Solo dopo il restauro furono girate verso l'esterno, rendendo visibile il mito di Alcesti a tutti.

Per conservarlo nel migliore dei modi, il sarcofago venne portato al Museo Diocesano e sostituito con un calco fedele all’originale che, ancora oggi, ci racconta dell’archiatra del Papa che curò tutti col suo unguento miracoloso.