C'è una firma, tra le cinquantasei che compongono la Costituzione della Repubblica Italiana, che appartiene a una ragazza di Genova.
Più precisamente, a una ragazza di Quarto.
Si chiamava Teresa Sofia Ida Mattei, era nata il 1° febbraio 1921 nel quartiere che, 86 anni prima, aveva visto partire Garibaldi e i suoi Mille.
Teresa era figlia di Gustavo Mattei, giornalista e critico musicale, e di Ottavia Coen, in una famiglia che il fascismo non l'aveva mai digerito. Quando firmò la Costituzione aveva ventisette anni. Quando votò, il 2 giugno 1946, ne aveva venticinque, e il referendum che avrebbe trasformato l'Italia in Repubblica era ancora incerto nell’esito.
In quel 2 giugno di 80 anni fa, quando alle donne fu concesso di votare per la prima volta, Teresa non poteva sapere che di li a poche settimane sarebbe stata eletta all’Assemblea Costituente: sarebbe stata la più giovane dei 556 membri e una delle 21 donne.
Nella scelta espressa su quella scheda, tra Monarchia e Repubblica, Teresa non aveva avuto nessun dubbio. Aveva passato la guerra, era stata partigiana, aveva perso il fratello, morto in un carcere nazista, si era salvata da una notte di violenze a Perugia.
Teresa Mattei crebbe tra Genova, Varese e Milano ma era fiorentina d'adozione quando nel 1938, in seconda liceo al Michelangiolo, fece la cosa che avrebbe cambiato il corso della sua vita: si alzò e abbandonò l'aula mentre il professor Santarelli spiegava le leggi razziali.
L’espulsione fu immediata e fu Piero Calamandrei, il grande giusta e amico del padre, a consigliarle di sostenere la maturità da privatista: la passò e nello stesso anno si iscrisse a Lettere e Filosofia all'Università di Firenze, dove si laureò nel 1944, mentre i tedeschi occupavano la città.
Il 10 giugno 1940, giorno in cui Mussolini dichiarò guerra dal balcone di Palazzo Venezia, Teresa Mattei organizzò in piazza San Marco, a Firenze, la prima manifestazione pubblica contro il conflitto documentata in Italia. Aveva diciannove anni.
Nel 1942, insieme al fratello Gianfranco, docente di chimica al Politecnico di Milano, si iscrisse al Partito Comunista. Quando l'8 settembre 1943 l'Italia firmò l'armistizio e le truppe tedesche occuparono il nord del paese, Teresa era già pronta: entrò nei GAP, i Gruppi di Azione Patriottica, le unità partigiane comuniste operative nelle città occupate. Il suo nome di battaglia era "Chicchi". Agiva prevalentemente a Firenze, come staffetta e poi come organizzatrice dei Gruppi di Difesa della Donna, una delle strutture fondamentali della Resistenza femminile, finendo la guerra con il grado di Comandante di Compagnia del Fronte della Gioventù.
Il febbraio del 1944 fu il mese più duro. Gianfranco, tradito da una delazione, era stato arrestato dalle SS e rinchiuso nel carcere di Via Tasso a Roma, lo stesso carcere di tortura che oggi è Museo della Liberazione. Nella notte tra il 6 e il 7 febbraio 1944, dopo giorni di sevizie, Gianfranco Mattei si impiccò con la cintura dei pantaloni nella sua cella. Si uccise per non rischiare, cedendo, di rivelare i nomi dei compagni.
Teresa stava cercando di raggiungere i genitori a Roma. Durante il viaggio fu intercettata da una pattuglia tedesca a Perugia, arrestata, seviziata e violentata per tutta una notte. Si salvò dalla fucilazione perché un gerarca fascista sostenne che "una così brava ragazza non può essere una partigiana." Anni dopo, Roberto Rossellini avrebbe detto di essersi ispirato a lei e al suo gruppo per l'episodio fiorentino di Paisà.
La guerra finì nell'aprile del 1945. Nell'autunno dello stesso anno, all'Assemblea Nazionale dell’UDI, l'Unione Donne Italiane, fondata al Teatro della Pergola di Firenze nell'ottobre 1945, si discusse di come simboleggiare l'8 marzo, la Giornata Internazionale della Donna, nella prima ricorrenza postbellica. Luigi Longo, esponente del PCI, aveva proposto la violetta, già simbolo della sinistra europea.
Fu Teresa Mattei a proporre la mimosa. Le sue parole, riportate anni dopo in varie interviste, sono diventate parte della storia collettiva: "La mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta sulle montagne e poteva essere raccolto a mazzi e gratuitamente". E ancora: "un fiore povero, facile da trovare in questa stagione e nelle campagne". L'idea convinse Longo e divenne realtà l'8 marzo 1946, pochi mesi prima del referendum.
Poi arrivò il 2 giugno.
Gli italiani e le italiane furono chiamate a due consultazioni simultanee: il referendum istituzionale tra monarchia e repubblica, e le elezioni per l'Assemblea Costituente, l'organo a cui sarebbe spettato scrivere la nuova carta fondamentale del Paese. Era la prima volta in assoluto che le donne italiane votavano a livello nazionale, il decreto legislativo luogotenenziale del 1° febbraio 1945 aveva finalmente riconosciuto loro il diritto di voto attivo e passivo, e le elezioni amministrative del 10 marzo 1946 erano state il primo banco di prova.
Teresa Mattei si presentò come candidata del PCI nel XV collegio, quello di Firenze e Pistoia, e vinse.
Il risultato del referendum fu proclamato il 10 giugno 1946: la Repubblica aveva vinto con il 54,3% dei voti contro il 45,7% della monarchia. L'Italia era diventata ufficialmente una Repubblica il 18 giugno 1946. Dall'insediamento della Costituente il 25 giugno 1946 fino al 31 gennaio 1948, Teresa Mattei fu segretaria dell'Ufficio di Presidenza. Partecipò ai lavori delle commissioni con una tenacia che le fonti dell'epoca descrivono come irriducibile. Il suo contributo più duraturo è nascosto in due parole dell'articolo 3 della Costituzione, il principio di uguaglianza.
L'articolo nella sua prima formulazione recitava: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”. L’8 marzo 1947 Teresa Mattei prese la parola in Aula e chiese di inserire nel secondo comma le parole "di fatto": "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Una differenza non solo lessicale. Utilizzare questa formula voleva dire ribadire il principio di uguaglianza facendo sì che non rimanesse solo un’idea: lo Stato ha il dovere attivo di rimuovere gli ostacoli concreti che impediscono quella uguaglianza.
La storia parlamentare di Teresa Mattei si chiuse in modo brusco. Nel 1955 rifiutò la candidatura alla Camera dei Deputati e si dichiarò apertamente in dissenso con la linea di Palmiro Togliatti e con il modello sovietico di Stalin. Il PCI la espulse. Aveva trentaquattro anni.
Da quel momento si dedicò all'infanzia e ai diritti dei bambini, collaborò con l'UDI, testimoniò al processo Priebke, partecipò al G8 di Genova del 2001, si batté nel 2006 contro la riforma costituzionale che a suo avviso tradiva la Carta che aveva contribuito a scrivere. Morì il 12 marzo 2013 a Usigliano di Lari, in provincia di Pisa, a 92 anni. Era l'ultima sopravvissuta tra le madri costituenti.
Ogni 8 marzo, qualcuno le regala ancora una mimosa. Lei aveva detto: "Ancora oggi, a tanti anni di distanza, mi commuovo quando vedo nel giorno della festa della donna tutte le ragazze con un mazzolino di mimosa. Penso che tutto il nostro impegno non è stato vano”.
Genova, che l'aveva vista nascere e salutata ancora bambina, le ha dedicato una piazza.
Il 2 giugno, ogni anno, è anche il giorno di Chicchi e mai come oggi, a 80 anni da quella scelta e 80 anni dal primo voto alle donne, ricordarla è ricordare ogni persona che per far nascere la Repubblica Italiana si è battuta anche a costo della vita.