Il Tribunale di Milano ha condannato il Ministero della Difesa a risarcire con oltre 400mila euro la figlia di M.R., ex lagunare dell’Esercito Italiano originario di Genova, morto il 31 luglio 2017 dopo essersi ammalato di mesotelioma pleurico, tumore aggressivo e strettamente collegato all’esposizione all’amianto.
La sentenza riconosce il nesso causale tra l’esposizione alle fibre durante il servizio militare, l’insorgenza della malattia e il successivo decesso dell’uomo. Secondo quanto ricostruito nel procedimento, l’ex militare aveva prestato servizio negli anni Sessanta in ambienti dove la presenza di amianto era diffusa, tra strutture, caserme, mezzi, dotazioni e materiali utilizzati quotidianamente.
Durante quegli anni, secondo la ricostruzione accolta dai giudici, avrebbe partecipato anche ad attività di manutenzione e movimentazione di materiali contaminati, senza adeguate protezioni e senza una piena informazione sui rischi per la salute. Dopo decenni di latenza, l’uomo aveva iniziato ad accusare gravi problemi respiratori e un rapido peggioramento delle condizioni cliniche, fino alla diagnosi di mesotelioma pleurico.
La malattia lo ha portato alla morte dopo un periodo di pesanti sofferenze fisiche e psicologiche, vissute accanto alla figlia L.R., nata a Genova e oggi residente a Milano, che ha poi intrapreso una lunga battaglia giudiziaria per ottenere verità e giustizia sulla morte del padre.
Nella sentenza il Tribunale ha riconosciuto la responsabilità del Ministero, rilevando la mancata adozione di adeguate misure di prevenzione e protezione, nonostante la pericolosità dell’amianto fosse già conoscibile all’epoca dei fatti.
Il risarcimento riconosciuto riguarda non solo il danno subito direttamente dall’ex militare durante la malattia, compresa la sofferenza del periodo terminale, ma anche il danno umano e psicologico patito dalla figlia per la perdita del padre e per la lesione del rapporto parentale.
Nelle motivazioni, i giudici hanno ricostruito il legame tra padre e figlia attraverso testimonianze, fotografie e messaggi quotidiani, evidenziando una presenza costante nella vita reciproca, fatta di contatti continui, vicinanza affettiva e sostegno. La morte del padre, si legge nella sentenza, ha provocato nella donna “uno sconvolgimento radicale della sua vita”.
“Dietro questa sentenza non ci sono numeri o semplici risarcimenti, ma la storia di una famiglia distrutta da una morte che poteva e doveva essere evitata”, dichiara Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale della donna.
“Per anni questa figlia ha combattuto perché fosse riconosciuta la verità sulla morte del padre, un uomo che aveva servito lo Stato in divisa senza sapere di essere stato esposto a un killer invisibile come l’amianto. Questa decisione restituisce dignità non solo alla memoria del militare, ma anche al dolore di una figlia che ha vissuto accanto al padre tutta la devastazione della malattia fino agli ultimi giorni di vita”, prosegue Bonanni.
“È una sentenza importante perché conferma ancora una volta che anche nelle Forze Armate ci sono state esposizioni gravissime e che lo Stato ha il dovere di tutelare chi lo serve. Troppi uomini in divisa si sono ammalati dopo anni di silenzio e omissioni. E troppe famiglie continuano ancora oggi a chiedere giustizia”, conclude il legale.