Era la primavera del 1823.
Lord George Gordon Byron, celebre poeta inglese arrivato a Genova nell’ottobre dell’anno prima, stava vivendo l’arrivo della bella stagione.
Ad animare le sue giornate ci pensava il ‘circo Blessington’ formato dal Lord inglese John Gardiner Montjoy Blessington, dalla moglie Margherite Power, e dal cavalier servente, il francese Alfred Guillaume d’Orsay. Era stato proprio Byron a suggerire al gruppo di soggiornare nel ‘Paradiso’ di Albaro, la villa proprio di fronte a casa sua.
In quei mesi il poeta inglese, soprannominato dai genovesi ‘o Diao’ (il Diavolo) per via della sua andatura claudicante dalla nascita, era solito far visita a Lady Blessington, sua grande ammiratrice.
Una presenza costante all’interno del ‘Paradiso’ che non era certo sfuggita alla popolazione di Albaro tanto che si diffuse la voce che “il Diavolo era di nuovo rientrato in Paradiso”. Persino lo stesso Byron scrisse su questo tema dei versi.
La storia del ‘Paradiso’, ossia villa Saluzzo Bombrini, inizia alla fine del Cinquecento quando i marchesi Saluzzo, una delle famiglie più importanti della città, commissionò la costruzione della nuova dimora ad Andrea Ceresola, detto il Vannone.
Quello che ne nacque fu un capolavoro tardo manierista. Vannone scelse di staccarsi dallo stile alessiano scegliendo un corpo architettonico di impianto rettangolare.
Al piano terra, nell’atrio, affreschi di Giovanni Andrea Ansaldo, nel salone centrale del piano nobile una tela di Lazzaro Tavarone con ‘I genovesi alla presa d’Anversa’; ancora ampie logge che lasciavano vedere tutta la città, decorate da Tavarone e da Bernardo Castello con quest’ultima, caso unico nelle ville genovesi, che si estende per l’intera profondità del corpo di fabbrica.
A rendere tutto incantevole, anzi ‘paradisiaco’ era il grande giardino all’italiana, più alto delle ville circostanti, che guardava il mare da una parte e la piana del Bisagno dall’altra.
Al centro, perno di tutto questo movimento verde, era la grande fontana con rane di bronzo, che il Magnasco avrebbe ritratto un secolo e mezzo dopo consegnandoci una testimonianza preziosissima di un luogo unico. Quando impresse il ‘Paradiso sulla tela’, nel 1735, Magnasco raccontò quanto si vedeva da quel giardino. Il risultato fu Trattenimento in un giardino d'Albaro, oggi conservato a Palazzo Bianco nei Musei di Strada Nuova: cavalieri e dame, prelati e cicisbei, conversazioni e danze e giochi di carte, tutto immerso in una luce da tardo pomeriggio estivo, con sullo sfondo la piana del Bisagno ancora coltivata a orti.
Fu proprio questo monumentale giardino a denominare la villa: rigoglioso, terrazzato, in una posizione privilegiata, con un parco e un bosco di pini marittimi, il paradeios greco.
Nel 1837 la villa venne acquistata dal machete Henri de Podenas, che vinse la concorrenza Nicolò Paganini. Il violinista (nemmeno a farlo apposta soprannominato il violinista del Diavolo) era in cerca di una dimora stabile a Genova e la sua attenzione era rivolta a Villa Saluzzo. Quell’interesse non si concluse mai e Paganini morì a Nizza nel 1840.
Quarantasei anni più tardi, nel 1886 la proprietà passò alla famiglia Bombrini che la mantenne per oltre un secolo e da qui ne deriva il doppio cognome con cui noi oggi la identifichiamo.
Ma per un musicista sfiorato, un altro qui ci ha vissuto e per diversi decenni.
Si tratta di Fabrizio De Andrè.
Nel 1960 Giuseppe, il padre, affitta un appartamento e il seminterrato della villa per tutta la famiglia. Era un professore e sarebbe poi diventato vicesindaco di Genova. Faber aveva appena diciannove anni e qui visse per trentacinque anni, fino al 1995.
De André non è stato l’unico cantautore a vivere qui: nel Paradisetto, il piccolo edificio sul retro della villa, abitò anche Gino Paoli.
Nel 2005 la villa fu acquisita da una società immobiliare che aveva in mente un albergo di lusso, progetto bloccato dalla Soprintendenza. Dal 2007 è proprietà di privati che qui hanno realizzato residenze e uffici.
Per i genovesi il ‘Paradiso’ è in un luogo preciso: alla confluenza tra via Albaro e via Francesco Pozzo.