Mohammad Hannoun, accusato dagli inquirenti di essere al vertice della presunta cellula italiana di Hamas e di averne finanziato le attività per anni attraverso alcune associazioni di beneficenza, resterà in carcere. Lo ha deciso per la seconda volta il Tribunale del Riesame di Genova, che ha rigettato la richiesta di scarcerazione dopo che la Corte di Cassazione aveva annullato con rinvio il precedente provvedimento.
Nell'ordinanza firmata dalla presidente del Tribunale del Riesame, Marina Orsini, i giudici respingono la tesi difensiva secondo cui la raccolta di fondi sarebbe stata motivata esclusivamente da finalità umanitarie legate al conflitto in corso.
"La raccolta sistematica di denaro non è fatta da soggetti estranei all'associazione terroristica, spinti dalla situazione emergenziale della guerra come vorrebbe sostenere la difesa nelle sue memorie agli atti, ma da parte di soggetti che partecipano all'associazione stessa, ne condividono le finalità anche terroristiche e si attivano dunque per finanziarla, tanto da riuscire a farlo costantemente per molti anni", scrive la presidente Orsini nel provvedimento.
Secondo il Riesame, permangono inoltre tutte le esigenze cautelari che giustificano la detenzione dell'indagato. I giudici evidenziano innanzitutto il pericolo di fuga, ricordando che il giorno dell'arresto Hannoun era in possesso di un biglietto aereo per la Turchia e stava pianificando di essere raggiunto successivamente dai propri familiari.
A ciò si aggiunge il rischio di inquinamento probatorio. Nell'ordinanza viene infatti sottolineato che Hannoun avrebbe fatto "ripulire il computer" dell'associazione da uno degli altri arrestati nell'ambito dell'inchiesta.
Particolarmente rilevante, secondo il Tribunale, è anche il pericolo di reiterazione del reato. Per i giudici genovesi, Hannoun negli anni ha "perseguito con determinazione e costanza i suoi obiettivi, raggirando controlli e divieti, riuscendo, così a poter continuare ad operare e a garantire il flusso costante di soldi e risorse ad Hamas".
Il Riesame evidenzia inoltre come nemmeno la diffusione di informazioni sull'indagine abbia modificato il comportamento dell'indagato. Al contrario, secondo quanto riportato nell'ordinanza, "la fuga di notizie circa l'indagine in corso non ha avuto alcun effetto deterrente e anzi lo ha portato solo a progettare il trasferimento all'estero proprio e della sua attività per continuare ad operare come sempre".