Ogni martedì uno spazio per raccontare l’impegno, le storie e i volti di chi, ogni giorno, si mette al servizio degli altri: con la nuova rubrica 'Buone Azioni', vogliamo dare voce alle associazioni, alle cooperative sociali, ai gruppi di volontari e a tutti coloro che costruiscono solidarietà sul territorio, spesso lontano dai riflettori ma con un impatto concreto nella vita delle persone. La rubrica sarà un viaggio settimanale nel cuore del Terzo Settore, per conoscere chi fa la differenza e capire come ciascuno può contribuire, anche con un piccolo gesto.
Dalla grande veranda si vede il mare, dalle immagini appese alle pareti si sente il legame che unisce le persone: la sede di Prato ODV, l'associazione che si trova in via Calamandrei, sulle alture di Voltri, racconta la propria storia attraverso locandine di spettacoli, fotografie, tracce di una vita condivisa che dura da vent'anni. Una vita che Roberta Antonello, psichiatra e presidente dell'associazione, ha costruito insieme alle persone che ha incontrato, e che non ha mai smesso di incontrare.
"Siamo nati nel 2006, ma abbiamo un precedente importante, perché esisteva già un piccolo gruppo di persone che praticava l'autoaiuto, e la maggior parte di loro, quelle che costituivano il nucleo fondante, erano ancora inserite in comunità terapeutiche e avevano la speranza e un progetto concreto di dimissione". Antonello era allora la psichiatra che lavorava all'interno di quelle comunità, parte del gruppo che le gestiva, e da quella conoscenza reciproca costruita sul campo, sull'autoaiuto, sullo scambio di risorse tra le persone stesse, nasce il seme di ciò che sarebbe diventata la Prato.
Le riunioni, all'inizio, si tengono a casa di Antonello, tre piani sopra la sede attuale; poi, nel 2005, alcune di loro vengono dimesse dalle comunità, e si rende evidente la necessità di un luogo che non sia né il ritorno in un reparto psichiatrico, né la comunità, né la casa familiare, né la solitudine di un appartamento tutto per sé senza una rete attorno. Antonello ospita questa persona e da quel gesto nasce, poco a poco, la convinzione che serva qualcosa di più strutturato: "Ho avuto la possibilità di acquistare l'appartamento, e così c'è stata la spinta a dare finalmente un assetto formale a tutto ciò che era cresciuto in modo spontaneo: a quel punto non si poteva più tenere in una cornice informale un'attività di autoaiuto, un'attività di ospitalità, e tutte le altre cose che facevamo insieme". Nel febbraio 2006 nasce così la Prato, nel momento stesso in cui il gruppo ha finalmente un luogo tutto suo.
Da quel momento, ai gruppi di autoaiuto si aggiungono anche persone che non hanno necessariamente bisogno di una residenza autonoma, perché vivono in famiglia, o perché hanno già una casa, ma che cercano comunque un posto in cui sentirsi parte di qualcosa: "Lo scopo dell'associazione è sostenere percorsi di autonomia delle persone, basati sulle loro scelte, non sulle scelte delle istituzioni né su quelle di altri: questo significa responsabilizzare, dare fiducia perché le persone possano percorrere strade di autonomia in sicurezza, una sicurezza che non viene da operatori che la garantiscono dall'esterno, ma che ognuno deve ritrovare in se stesso, insieme alla responsabilità". Alla Prato non ci sono operatori psichiatrici: ognuno mantiene il proprio psichiatra o il proprio psicologo all'esterno, nei servizi del territorio, e il lavoro che si fa qui è di altra natura. "Il fuoco", come lo chiama Antonello, "è uscire dal circuito psichiatrico e dall'istituzione, restando però consapevoli del proprio problema, che esiste, che può esistere, che può aggravarsi": non si tratta di negare la malattia, ma di permettere una vita fuori dalle istituzioni, attivando le risorse delle persone, quella parte di loro che non è deficitaria, quella che ama la musica, o scrivere, o fare teatro, anche mentre convive con sintomi difficili. "Nessuno guarisce, ma si può vivere meglio; nessuno cambia carattere, ma si può cambiare a sufficienza per vivere meglio, in una situazione che dia anche delle gratificazioni, che permetta anche di produrre qualcosa".
Le pareti della sede testimoniano quanto sia stato prodotto, nel corso degli anni: locandine di spettacoli realizzati insieme a un coro gospel al Teatro del Ponente, in cui le persone dell'associazione, "i pratini", come le chiama Antonello con affetto, hanno letto sul palco i propri scritti frammentati; fotografie, tracce di laboratori, di gite, di vacanze condivise. Tra le persone che hanno fatto parte di questa storia c'è Walter, che ha vissuto dai vent'anni ai quarant'anni in comunità terapeutiche, per poi trascorrere gli ultimi anni in un appartamento acquistato vicino alla sede, e che è morto due anni fa; la sua fotografia è ancora appesa lì, insieme a quella del regista che li ha accompagnati a lungo, amico fraterno e, di fatto, fratello di una delle persone dell'associazione.
Uno dei primi e più concreti obiettivi della Prato è stato garantire una possibilità di residenza autonoma alle persone che ne facevano parte, e per farlo Antonello si è mossa in modo sistematico, intessendo relazioni con i servizi sociali del Comune, l'assistente sociale di riferimento, per attivare richieste di case popolari il più possibile vicine alla sede, in modo che chi otteneva un'assegnazione potesse restare dentro quella rete di vicinanza e sostegno reciproco. È nata così, nel tempo, una sorta di "albergo diffuso", come la chiama Antonello: una costellazione di appartamenti, oggi tre quelli dell'associazione, più quelli assegnati o acquistati da chi ne ha fatto parte, che restano in orbita intorno a quel condominio di via Pastore, uniti da legami che nessuna distanza riesce davvero a spezzare. "Ho le chiavi ancora in tasca", dice Antonello, riferendosi a un appartamento a Voltri che uno dei suoi ha comprato per essere più vicino, "e nei momenti in cui non risponde al telefono, vado a vedere come sta".
Nel corso degli anni, l'associazione ha costruito anche solidi rapporti con la rete delle altre realtà del territorio, con scambi reciproci e progetti condivisi. "Abbiamo avuto rapporti con il Celivo, che ci è stato di grande aiuto nel darci indicazioni", racconta Antonello, ricordando come, agli inizi, tutto procedesse per forza in modo improvvisato: certe pratiche e certe malizia si imparano nel momento in cui se ne ha bisogno, e la generosità di chi ha saputo orientarli in quel percorso è rimasta nel tempo una delle risorse fondamentali della Prato.
Il metodo con cui l'associazione accompagna le persone è sempre stato quello della gradualità, di un avvicinamento lento e rispettoso dei tempi di ciascuno. "Una notte qui, due giorni qui, e poi continuare, passando magari da una comunità a un appartamento, o viceversa", spiega Antonello. È stato così per Gabriele, che viveva da dieci anni in un appartamento protetto del servizio di salute mentale di Voltri e non sopportava più la convivenza forzata con persone con bisogni diversi dai suoi e voleva uno spazio, voleva vivere come voleva vivere: ha cominciato a frequentare la Prato, prima per qualche notte, poi con sempre maggiore continuità, fino a ottenere una casa popolare vicino alla sede, una casa in cui c'è spazio anche per un'altra persona. Diverso, e per certi versi speculare, il percorso di Silvia, che veniva da una situazione di isolamento domestico, senza mai essere passata per le istituzioni psichiatriche: ha cominciato a partecipare al gruppo di autoaiuto, poi ha preso in affitto insieme a Gabriele un appartamento nello stesso stabile, e infine ha ottenuto anche lei una casa popolare.
Non esiste, alla Prato, un criterio di provenienza geografica: le persone arrivano da dove hanno conosciuto l'associazione, non necessariamente da Voltri, e alcune hanno scelto di cambiare residenza proprio per avvicinarsi a quella rete, attratte dalla possibilità concreta di non essere sole.
"Il servizio di salute mentale in questo periodo è stato impoverito", osserva Antonello, "e quindi a volte l'urgenza la affrontiamo anche noi: non è un'urgenza psichiatrica, ma un'urgenza di vicinanza, per poter fare da ponte verso qualcos'altro". Il problema più grande, insiste, non è il farmaco, ma la presenza accanto alla persona nel momento in cui la crisi arriva, quella prossimità che i servizi, schiacciati dal carico di lavoro, non riescono sempre a garantire. Ed è qui che la rete informale della Prato diventa, di fatto, un presidio: un'autosegnalazione reciproca tra le persone, che si tengono d'occhio, si avvisano, si coprono a vicenda.
Con il passare degli anni, l'associazione è cambiata insieme alle persone che la abitano, e i bisogni sono cambiati con lei. "Abbiamo visto che hanno sempre più bisogno di sostegno", racconta Antonello, "perché le condizioni fisiche e l'autonomia, con l'età, diminuiscono": e così, accanto ai collaboratori che portano avanti le attività espressive, la musicoterapeuta che viene alla Prato da quando ci faceva il tirocinio, il fotografo che ha partecipato agli spettacoli teatrali, l'esperta di scrittura autobiografica che ha formato le persone fino alla pubblicazione di tre libri, la persona che gira tra gli appartamenti per dare una mano nelle cose pratiche, la spesa, le pratiche burocratiche, le visite mediche, le bollette. "Stamattina ho chiuso l'ultimo contratto dell'elettricità per l'appartamento di Emilia", dice Antonello, "perché le hanno assegnato una casa al Cep": piccole grandi operazioni di vita quotidiana che nessun servizio istituzionale ha il tempo di seguire, e che invece fanno la differenza tra una persona che riesce a stare in piedi e una che si perde.
Sul fronte del volontariato, la Prato ha scelto fin dall'inizio una politica precisa: anche le persone sostenute sono iscritte come volontarie, assicurate, parte attiva dell'associazione, "proprio perché si responsabilizzassero in un reciproco autoaiuto", spiega Antonello. È un sistema di scambio continuo e quotidiano, Federico, che ha anche una borsa di lavoro, prepara le medicine per Gabriele; Silvia stira i vestiti di Gabriele; Gabriele porta giù la spazzatura il martedì, uno scambio in cui ognuno fa quello che può, nei limiti del proprio carattere e delle proprie giornate, senza che nessuno pretenda uniformità. A questi si affiancano i volontari esterni, spesso amici di lunghissima data: chi si occupa delle feste, chi ha portato qualcuno in vacanza, e chi, come una storica figura dell'associazione, tiene tutto l'ufficio, tutte le pratiche, tutta l'amministrazione, in modo pressoché continuo.
Durante la pandemia, mentre molte realtà associative chiudevano e spesso non riaprirono più, la Prato rimase aperta. "Siamo forse l'unica associazione che durante il Covid non ha chiuso, perché c'erano persone che vivevano qui e non potevano essere lasciate sole". In quanto medico, Antonello ha organizzato un'area filtro, adottato tutte le precauzioni adottate dai servizi sanitari, e tenuto i contatti con le persone attraverso passeggiate all'aperto, telefonate, scritture condivise: da quel periodo è nato anche un libro collettivo, "Navigazione solitaria", titolo che dice tutto sulla qualità di quei mesi. "Nessuno dei nostri è rimasto solo, e questo, per me, è stato un motivo di orgoglio genuino".
"Ho ottantuno anni in ottobre, e ho scelto la psichiatria non solo perché mi piaceva come disciplina, ma perché io stessa avevo riconosciuto in me delle fragilità": una scelta professionale alimentata dall'aver attraversato in prima persona le difficoltà che avrebbe poi incontrato negli altri, e da anni di psicoterapia fatti prima ancora di specializzarsi. Una carriera lunga, che l'ha portata fino al ruolo di primario ad Albenga, sempre nei servizi pubblici, sempre a tempo pieno, sempre con una certa distanza critica rispetto alle mode della psichiatria del momento, né del tutto antipsichiatrica, né mai rassegnata alla sola gestione farmacologica, fino alle comunità terapeutiche, fino alla Prato.
Ancora oggi tiene lezioni ai giovani psichiatri, insistendo sul riconoscere sempre nell'altro una persona prima che un paziente, in un momento storico in cui alla psichiatria viene chiesto sempre più di fare da garante della sicurezza collettiva, di prevenire, di normalizzare. "Ci sono cose che vedo oggi che mi ricordano il manicomio. La malattia psichiatrica esiste, non lo nego, ma si deve mantenere un atteggiamento che rispetti l'altra persona e che attivi le sue possibilità di cambiamento". Ed è esattamente quello che la Prato prova a fare, ogni giorno.