Il 14 agosto 2018 Roberto Bixio, in arte Vago, compiva 20 anni. Aveva festeggiato la mezzanotte con gli amici e si era addormentato pensando che quello sarebbe stato un compleanno come gli altri. Al risveglio, però, Genova era cambiata per sempre. Il Ponte Morandi era crollato e il quartiere di Certosa, dove Vago è cresciuto e dove ancora oggi vive, si trovava improvvisamente al centro della tragedia.
"Quel giorno per me è stato un giorno diverso, e da quel giorno è un giorno diverso, sempre”, racconta Vago. La notte precedente aveva festeggiato la mezzanotte con gli amici, come si fa per un compleanno. Poi, al risveglio, la notizia del crollo del Ponte Morandi.
“Avevo festeggiato coi miei amici e mi sono svegliato con questa notizia. E il primo ricordo che ho è mio padre che piange dalla finestra mentre mi racconta, mentre mi dice quello che è successo”.
Quando Vago si affaccia a sua volta, vede il vuoto lasciato dal ponte: “Manca un pezzo di tutto, del quartiere, di Genova... E quel giorno non è più uguale per me”.
Da allora anche il compleanno ha assunto un significato diverso. “Io ogni volta che arrivo al giorno del mio compleanno riesco solo a pensare a questo, e non riesco a festeggiarlo serenamente”.
Un dolore personale che si intreccia inevitabilmente con quello collettivo di Certosa, quartiere che nel nome stesso scelto sui social da Vago - Vago Certosa - rivendica la propria identità e il proprio legame con il territorio.
Per i ragazzi che all'epoca avevano poco più di vent'anni, il crollo del ponte non significò soltanto una tragedia immane e la perdita di 43 vite. Significò anche vedere cambiare concretamente la propria quotidianità, la possibilità di muoversi, incontrarsi, vivere la città.
“È stata una grandissima difficoltà e ho notato che è proprio cambiata la percezione nei ragazzi della realtà, perché in quel momento si è completamente capovolta la realtà”, spiega Vago.
“Siamo stati esclusi, ci siamo sentiti emarginati, e quindi sì, era anche difficile incontrarsi, uscire banalmente un sabato sera per andarsi a divertire. Era tutto diverso”.
Oggi, a distanza di otto anni, resta il desiderio di vedere Certosa tornare a essere valorizzata per ciò che è e per ciò che ha rappresentato. “Che si risollevi veramente. Questo, solo questo. Che gli venga data l'importanza giusta e il valore giusto”, dice senza esitazioni.
“Tutta Genova ha sofferto, ma qua l'abbiamo accusata in maniera importante”.
E c'è anche un senso di orgoglio per la reazione della comunità: “Spero che venga sempre valorizzata nella maniera giusta, per come merita. Perché anche noi abbiamo lottato nel modo migliore che potevamo fare”.
Quel trauma, inevitabilmente, è entrato anche nella sua sensibilità artistica. Non attraverso un progetto studiato a tavolino, ma come qualcosa che è diventato parte della quotidianità e dello sguardo.
“Io non so mai come nasce l'arte dentro la mia testa. Nasce e basta”, racconta Vago.
Il ponte, o meglio ciò che non c'è più, continua però a essere una presenza quotidiana: “Il pensiero ce l'ho tutti i giorni che esco dal poggiolo di casa mia”.
E forse è proprio questa la forma più autentica attraverso cui il dolore può trasformarsi: senza essere programmato, senza essere costruito.
“Nasce in maniera spontanea, in maniera spontanea come l'arte dev’essere".
Il compleanno di Vago, allora, porta con sé una doppia memoria: quella privata di un ragazzo che si svegliò trovando il proprio padre in lacrime alla finestra e quella collettiva di un quartiere che, quel giorno, vide letteralmente sparire un pezzo della propria città. Ma anche una speranza: che Certosa possa finalmente ritrovare pienamente il valore che Vago rivendica per il suo territorio e che quel dolore, attraverso l'arte e la memoria, possa continuare a trasformarsi in qualcosa di vivo.