Attualità - 30 agosto 2026, 09:30

Gen Z - Il mondo dei giovani - La nostalgia di un tempo che non abbiamo mai vissuto

Ascoltiamo i racconti di chi c’era prima di noi e finiamo per sentire la mancanza di un mondo che conosciamo soltanto attraverso le loro parole. Forse non rimpiangiamo davvero il passato, ma la lentezza, l’attesa e la semplicità che sembra portarsi dietro

Foto Facebook Lanzetta

Ogni domenica 'La Voce di Genova', grazie alla rubrica ‘Gen Z - Il mondo dei giovani’, offre uno sguardo sul mondo dei ragazzi e delle ragazze di oggi. L'autrice è Martina Colladon, laureata in Scienze della Comunicazione, che cercherà, settimana dopo settimana, di raccontare le mode, le difficoltà, le speranze e i progetti di chi è nato a cavallo del nuovo millennio.

Capita, a volte, di trovarsi ad ascoltare per caso le conversazioni degli altri. In particolare quelle delle persone più anziane, quando iniziano a parlare della loro vita, della loro infanzia, della giovinezza, delle prime esperienze. E prima o poi arriva quasi sempre quella frase, pronunciata con una certa sicurezza e magari accompagnata da un sorriso: "Eh, quando si stava meglio". Una frase che ormai conosciamo bene e che sembra essere diventata una sorta di ritornello ogni volta che si parla del passato. Ma forse la parte più interessante non è nemmeno il confronto continuo tra ieri e oggi. È ascoltare cosa c’è dentro quei racconti.

Perché quando una persona anziana racconta della propria infanzia o della propria giovinezza, raramente parla di grandi eventi. Molto più spesso parla delle cose più semplici, quelle che proprio perché erano normali oggi sembrano quasi straordinarie. C’è chi ha avuto la fortuna di crescere con i nonni, di averli in casa o di vivere abbastanza vicino da poterli vedere ogni giorno. C’è chi ricorda le estati trascorse tutti insieme, le domeniche interminabili, le visite dai parenti, i pomeriggi passati fuori. E c’è ancora qualcuno che queste scene riesce a viverle nel presente, anche se sono diventate sempre più rare.

E allora arrivano i racconti delle mani. Le mani di una nonna che preparava la pasta fresca la sera prima, perché il giorno dopo a pranzo ci sarebbe stato qualcosa di speciale. Le mani che impastavano, stendevano, tagliavano. Le mani che lavoravano la lana con i ferri, creando lentamente un maglione, una sciarpa o un semplice cappellino per l’inverno. Forse oggi ci sembrerebbe strano fermarci a guardare qualcuno mentre fa una cosa del genere. Eppure, in quei racconti, c’è qualcosa di profondamente familiare: il semplice stare accanto a qualcuno mentre fa qualcosa per te. Non serviva necessariamente parlare. Bastava esserci.

E poi ci sono le finestre. Quelle da cui le mamme si affacciavano per chiamare i figli quando era ora di tornare a casa. "È pronta la cena!". Una frase semplice, quasi banale, che oggi potrebbe sembrare uscita da una scena di un film. Non c’era bisogno di scrivere “dove sei?”, di mandare la posizione, di telefonare tre volte o di controllare l’ultimo accesso. La voce arrivava dalla finestra e bastava quella. Il parco diventava il punto di ritrovo: si usciva e si incontrava qualcuno, si giocava, si correva, si parlava. Non c’era bisogno di organizzare tutto giorni prima attraverso una chat di gruppo e nemmeno la certezza che ci sarebbe stato qualcuno. Si usciva e basta.

E magari, poco più in là, c’erano gli adulti seduti su una panchina o al bar a giocare a carte. Anche lì le storie cambiano ma, in fondo, si assomigliano tutte. La prima moto, la prima macchina, la prima volta in discoteca, il primo appuntamento, la fidanzatina, il cinema con gli amici o con quella persona che piaceva particolarmente. E poi l’orario per tornare a casa. Perché un appuntamento non poteva durare quanto si voleva: c’era un’ora stabilita, spesso abbastanza precisa, e bisognava rispettarla. Se si faceva tardi non esisteva un messaggio da mandare per avvisare. Bisognava semplicemente tornare.

È curioso pensare a quante cose oggi ci sembrino impossibili da immaginare senza un telefono. Eppure, per tantissimo tempo, le persone hanno vissuto senza poter essere raggiunte in qualsiasi momento. Nessuna notifica, nessun gruppo WhatsApp, nessuna storia da pubblicare. Nessun bisogno di fotografare la cena, il tramonto, l’appuntamento o il viaggio per conservarne una prova. E soprattutto nessuna possibilità di sapere immediatamente cosa stesse facendo qualcun altro. C’era una forma di attesa che oggi conosciamo sempre meno: aspettare una telefonata, aspettare di incontrare qualcuno, aspettare una lettera, aspettare il giorno del cinema, aspettare la domenica, aspettare l’estate.

Forse è proprio questa attesa che rende così affascinanti quei racconti. Noi siamo cresciuti in un mondo in cui quasi tutto è immediatamente disponibile. Possiamo parlare con una persona che si trova dall’altra parte del mondo, vedere cosa sta facendo, sapere dove si trova, cercare una risposta in pochi secondi. Abbiamo la possibilità di essere sempre connessi e, proprio per questo, forse facciamo sempre più fatica a sopportare il vuoto, l’attesa e persino la noia. Se aspettiamo qualcuno, prendiamo il telefono. Se mangiamo da soli, guardiamo qualcosa. Se siamo sul divano, scorriamo. Se succede qualcosa di bello, spesso il primo pensiero è catturarlo.

E qui arriva la parte più strana. Mentre ascoltiamo queste storie, può capitare di provare una sensazione che assomiglia alla nostalgia. Solo che c’è un problema: noi quel tempo non l’abbiamo mai vissuto. Non abbiamo mai avuto quella cucina, quella finestra, quel parco. Non siamo mai stati bambini in quella strada. Non abbiamo mai aspettato un appuntamento senza poter controllare il telefono. Non abbiamo mai vissuto una domenica in cui il momento più importante della giornata poteva essere semplicemente il pranzo preparato insieme. E allora come possiamo sentire la mancanza di qualcosa che non abbiamo mai avuto?

Forse esiste una forma particolare di nostalgia: una nostalgia senza ricordi. Non rimpiangiamo un’esperienza personale, ma un’atmosfera che conosciamo soltanto attraverso i racconti, le fotografie, i film, le storie dei nostri nonni e dei nostri genitori. È una malinconia per procura. Ascoltiamo qualcuno raccontare la propria giovinezza e, per qualche minuto, riusciamo quasi a immaginarci lì. Seduti a quel tavolo, in quella cucina, su quella panchina, in quel cinema, in quella strada. Non abbiamo vissuto quella scena, eppure qualcosa dentro di noi sembra riconoscerla.

E forse non desideriamo davvero tornare indietro nel tempo. Del passato conosciamo anche le difficoltà, le disuguaglianze, le rinunce, la mancanza di opportunità e tutte quelle cose che la nostalgia tende convenientemente a dimenticare. Non si tratta quindi di sostenere che “prima era tutto meglio”, perché probabilmente non lo era affatto. Si tratta di qualcosa di diverso: forse siamo attratti da un modo di vivere in cui le piccole cose avevano ancora il tempo di essere semplicemente piccole cose.

Un maglione fatto a mano non era un contenuto da fotografare e pubblicare, ma semplicemente un maglione. Eppure dentro quel maglione c’erano ore di lavoro, attenzione e affetto. Una pasta preparata in casa non era un tutorial da guardare sui social, ma una cosa fatta insieme perché il giorno dopo si sarebbe mangiato tutti allo stesso tavolo. Una madre che chiamava il figlio dalla finestra non stava facendo niente di eccezionale: stava semplicemente dicendo che la cena era pronta. E forse è proprio questo che oggi ci sembra straordinario, il fatto che nessuno stesse cercando di trasformare ogni momento in qualcosa di straordinario.

Non c’era bisogno di dimostrare di essersi divertiti. Non c’era bisogno di far sapere agli altri dove si fosse. Non c’era bisogno di trasformare un ricordo in un contenuto. Il ricordo poteva rimanere semplicemente un ricordo. Forse per questo, quando ascoltiamo quelle storie, proviamo una strana forma di invidia. Non per gli oggetti che avevano, ma per la possibilità di vivere alcune esperienze senza la continua presenza di uno schermo. Oggi possiamo essere contemporaneamente ovunque e da nessuna parte. Possiamo partecipare a una conversazione mentre rispondiamo a un messaggio, mangiare mentre guardiamo un video, uscire con qualcuno mentre controlliamo cosa stanno facendo altre dieci persone. Abbiamo guadagnato una quantità enorme di possibilità, ma abbiamo anche imparato a riempire ogni momento vuoto.

Forse il passato che immaginiamo non ci manca davvero per quello che era. Ci manca per quello che rappresenta.Rappresenta l’attesa, la lentezza, la presenza, la possibilità di annoiarsi, il tempo trascorso insieme senza uno scopo preciso. Rappresenta una vita in cui non tutto doveva essere registrato per avere valore. E forse è proprio per questo che, ascoltando una persona anziana raccontare della sua prima moto, della sua prima fidanzatina o di quella sera in cui sua madre lo chiamò dalla finestra, ci ritroviamo improvvisamente a sorridere. Non perché ricordiamo quella storia, ma perché per un istante riusciamo quasi a sentirla nostra.

Martina Colladon