Sanità - 02 settembre 2026, 13:54

Galliera, scoperto un raro ascesso epatico causato da un parassita: diagnosi dopo dieci anni dal viaggio

Il paziente è stato curato in 14 giorni con un trattamento mini-invasivo, senza necessità di un intervento chirurgico maggiore

Tre settimane di febbre alta, forte stanchezza e dolore al fianco destro, senza miglioramenti nonostante la terapia antibiotica. Poi la TAC dell’addome ha rivelato la presenza di un voluminoso ascesso epatico di circa 9 centimetri.

È quanto accaduto a un paziente arrivato al Pronto Soccorso dell’Ospedale Galliera il 12 agosto scorso. Il caso è stato preso in carico dalla struttura di Malattie Infettive, dove è stato avviato un percorso diagnostico e terapeutico che ha permesso di ottenere un netto miglioramento delle condizioni cliniche in 14 giorni di ricovero, senza ricorrere a un intervento chirurgico maggiore.

Per trattare l’ascesso, l’équipe di Radiologia Interventistica ha optato per una procedura mini-invasiva, effettuando un drenaggio attraverso il quale è stata svuotata la raccolta infetta.

La svolta è arrivata dal Laboratorio di Microbiologia del Galliera. L'analisi del materiale prelevato attraverso il drenaggio, eseguita con tecniche molecolari avanzate, ha identificato Entamoeba histolytica, il parassita responsabile dell’amebiasi, un’infezione tipicamente associata alle aree tropicali.

La diagnosi si è rivelata particolarmente complessa anche per la storia epidemiologica del paziente: l’ultimo viaggio in un’area a rischio risaliva infatti a circa dieci anni prima. Il risultato è stato successivamente confermato dalla Microbiologia Universitaria, permettendo di impostare la terapia specifica.

Il miglioramento clinico è stato rapido e progressivo.

"Questo caso evidenzia l’importanza della collaborazione multidisciplinare nella gestione di situazioni cliniche complesse – spiegano gli specialisti del Galliera –. La stretta integrazione tra Malattie Infettive, Radiologia Interventistica e Microbiologia ha consentito di arrivare rapidamente a una diagnosi non immediata e di scegliere un trattamento efficace e poco invasivo, evitando al paziente un intervento chirurgico maggiore".

Il caso mette in evidenza il ruolo della diagnosi microbiologica di precisione e della collaborazione tra diverse specialità nel riconoscimento e nel trattamento di infezioni rare, soprattutto quando l’esposizione a un’area a rischio risale a molti anni prima.

Redazione